Testo per la preparazione all’Eucaristia

Dice il Vangelo: “Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio».” (Matteo 26,26-29 )

Donaci, o Padre, di conoscere sempre meglio il Mistero Eucaristico, e donaci di viverlo sempre meglio in altissima contemplazione e in ardentissima carità.

(Il testo seguente è realizzato con brani tratti dai documenti magisteriali, da documenti della Curia Romana e dalle opere di s. Alfonso de’ Liguori, di s. Tommaso d’Aquino e di s. Vincenzo Ferrer)

La comunione della vita divina e l’unità del popolo di Dio, su cui si fonda la Chiesa, sono adeguatamente espresse e mirabilmente prodotte dall’Eucaristia. In essa abbiamo il culmine (cioè il momento più alto ) sia dell’azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, sia del culto che gli uomini rendono a Cristo e per lui al Padre nello Spirito Santo. La Chiesa continuamente vive e cresce mediante l’Eucaristia.

Signore, fa che io creda e viva sempre meglio tutto questo.

La celebrazione eucaristica è azione di Cristo stesso e della Chiesa; in essa Cristo Signore, mediante il ministero del sacerdote, offre a Dio Padre se stesso, sostanzialmente presente sotto le specie del pane e del vino, e si comunica in cibo spirituale ai fedeli associati nella sua offerta. Il sacrificio eucaristico, memoriale della morte e della risurrezione del Signore, nel quale si perpetua nei secoli il Sacrificio della Croce, è culmine e fonte di tutto il culto e della vita cristiana, mediante il quale è significata e prodotta l’unità del popolo di Dio e si compie l’edificazione del Corpo di Cristo. Gli altri sacramenti infatti e tutte le opere ecclesiastiche di apostolato sono strettamente uniti alla santissima Eucarestia e ad essa sono ordinati.

Signore, fa che io creda e viva sempre meglio tutto questo.

Il Sacrificio Eucaristico è offerto a Dio Uno e Trino, e il sacerdote principale, Sovrano ed Eterno, è Gesú Cristo. È Lui, Pontefice invisibile, che opera attraverso il ministero del sacerdote che presiede visibilmente come Suo strumento. Nella s. Messa il Sacrificio esteriore significa il sacrificio interiore per cui l’anima si offre a Dio; gli atti esteriori di religione sono ordinati agli atti interiori. L’augusto Sacrificio dell’altare non è una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo, ma è un vero e proprio sacrificio, nel quale, immolandosi incruentamente, il Sommo Sacerdote fa ciò che fece una volta sulla Croce offrendo al Padre tutto se stesso, vittima graditissima. Identico, quindi, è il sacerdote, Gesù Cristo; parimenti identica è la vittima, cioè il Divin Redentore. Identici, finalmente, sono i fini, di cui il primo è la glorificazione di Dio. Dalla nascita alla morte, Gesù Cristo fu divorato dallo zelo della gloria divina, e, dalla Croce, l’offerta del sangue arrivò al cielo in odore di soavità. E perché questo inno non abbia mai a cessare, nel Sacrificio Eucaristico le membra si uniscono al loro Capo divino e con Lui, con gli Angeli e gli Arcangeli, cantano a Dio lodi perenni, dando al Padre onnipotente ogni onore e gloria. Il secondo fine è il ringraziamento a Dio. Il Divino Redentore soltanto, come Figlio di predilezione dell’Eterno Padre di cui conosceva l’immenso amore, poté innalzarGli un degno inno di ringraziamento. A questo mirò e questo volle “rendendo grazie”, nell’ultima cena, e non cessò di farlo sulla Croce, non cessa di farlo nell’augusto Sacrificio dell’altare, il cui significato è appunto l’azione di grazie o eucaristica, e ciò perché è “cosa veramente degna e giusta, equa e salutare”. Il terzo fine è l’espiazione e la propiziazione. Certamente nessuno al di fuori di Cristo poteva dare a Dio Onnipotente adeguata soddisfazione per le colpe del genere umano; Egli, quindi, volle immolarsi in Croce “propiziazione per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo”. Sugli altari si offre egualmente ogni giorno per la nostra redenzione, affinché, liberati dalla eterna dannazione, siamo accolti nel gregge degli eletti. E questo non soltanto per noi che siamo in questa vita mortale, ma anche “per tutti coloro che riposano in Cristo, che ci hanno preceduto col segno della fede e dormono il sonno della pace”… Il quarto fine è l’impetrazione. Figlio prodigo, l’uomo ha male speso e dissipato tutti i beni ricevuti dal Padre celeste, perciò è ridotto in somma miseria e squallore; dalla Croce, però, Cristo “avendo a gran voce e con lacrime offerto preghiere e suppliche… è stato esaudito per la sua pietà”, e sui sacri altari esercita la stessa efficace mediazione affinché siamo colmati d’ogni benedizione e grazia.

Signore, fa che io creda e viva sempre meglio tutto questo.

Ogni s. Messa ha un “valore oggettivamente infinito” ed ha una singolare efficacia spirituale, perché, se vissuta con attenzione e fede, la santa Messa è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo. La s. Messa è la più alta opera di contemplazione che vi possa essere. Ogni messa, anche se privatamente celebrata da un sacerdote, non è tuttavia cosa privata, ma azione di Cristo e della Chiesa, la quale nel sacrificio che offre, ha imparato ad offrire sé medesima come sacrificio universale. Gesù Cristo in terra non fece azione più grande di questa;ogni messa celebrata viene offerta per la salvezza non solo di alcuni ma di tutto il mondo. La messa in somma è l’azione più santa e più cara a Dio che possa farsi, così per ragione dell’offerta, ch’è di Gesù Cristo, vittima d’infinità dignità, come per ragione del primo offerente, ch’è Gesù Cristo medesimo, il quale offre se stesso per mano de’ sacerdoti. Tutti gli onori che han dati giammai a Dio gli angeli coi loro ossequii e gli uomini colle loro virtù, penitenze, martirii, ed altre opere sante, non han potuto esser di tanta gloria di Dio quanto è una sola messa: poiché tutti gli onori delle creature sono onori limitati, ma l’onore che si dà a Dio nel sacrificio dell’altare, perché vien dato da una persona divina, è onore infinito. La s. Messa dunque è l’opera la più santa e la più cara a Dio, è l’opera che maggiormente placa l’ira divina contro de’ peccatori, che più abbatte le forze dell’inferno, che reca maggior bene agli uomini viventi, che apporta maggior suffragio alle anime del purgatorio; questa finalmente è l’opera in cui consiste tutta la salvezza del mondo.

Signore, fa che io creda e viva sempre meglio tutto questo.

Si deve insegnare ai fedeli che Gesù Cristo è Signore e Salvatore, e che a lui, presente sotto le specie sacramentali, è dovuto lo stesso culto di latrìa o di adorazione che si deve a Dio. L’ Eucaristia, che incessantemente ripresenta tra gli uomini il mistero pasquale di Cristo, è fonte di ogni grazia e della remissione dei peccati. Coloro tuttavia che intendono ricevere il Corpo del Signore, per aver parte ai frutti del sacramento pasquale, vi si devono accostare con purezza di coscienza e con buone disposizioni spirituali. Colui che è consapevole di essere in peccato grave, non celebri la Messa né comunichi al Corpo del Signore senza premettere la confessione sacramentale, a meno che non vi sia una ragione grave e manchi l’opportunità di confessarsi; nel qual caso si ricordi che è tenuto a porre un atto di contrizione perfetta, che includa il proposito di confessarsi quanto prima.

Signore, fa che io creda e viva sempre meglio tutto questo.

L’Eucaristia domenicale fonda e conferma tutto l’agire cristiano. Per questo i fedeli sono tenuti a partecipare all’Eucaristia nei giorni di precetto, a meno che siano giustificati da un serio motivo (per esempio, la malattia, la cura dei malati o il permesso (dispensa) del loro parroco). Coloro che deliberatamente non ottemperano a questo obbligo commettono un peccato grave. La vita morale è un culto spirituale. Noi offriamo i nostri « corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio » (Rm 12,1), in seno al corpo di Cristo, che noi formiamo, e in comunione con l’offerta della sua Eucaristia. Nella liturgia e nella celebrazione dei sacramenti, preghiera ed insegnamento si uniscono alla grazia di Cristo, per illuminare e nutrire l’agire cristiano. Come l’insieme della vita cristiana, la vita morale trova la propria fonte e il proprio culmine nel sacrificio eucaristico. Preghiamo: Signore facci conoscere sempre meglio la grandezza dell’Eucaristia, fa che la prepariamo e la celebriamo con sempre più grande carità e fa, infine, che dopo di essa ci fermiamo a ringraziarti abbondantemente per un così grande dono, traendo da essa la forza per seguirti sempre meglio sulla strada del s. Vangelo. Amen.

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Rispondo a p. Sosa: sappiamo molto bene cosa ha detto Gesù. Non occorrono registratori …

Mi permetto di rispondere al Superiore Generale dei gesuiti che ha rilasciato alcune affermazioni riguardo alla nostra conoscenza delle parole di Cristo ( cfr. M. Matzuzzi “Il capo dei gesuiti relativizza Gesù: “Non sappiamo quello che ha detto veramente”” Il Foglio 22.2.2017 https://www.ilfoglio.it/chiesa/2017/02/22/news/arturo-sosa-abascal-sinodo-chiesa-cattolica-matrimonio-famiglia-gesu-relativismo-121886/ ) e a tutti coloro che mettono in dubbio le parole del Vangelo affermando che quando Gesù ha parlato non c’era nessun con registratore o con videocamera per registrare le vere affermazioni di Cristo …

Dico dunque a tutti costoro che anche se non c’era il registratore, a quei tempi, c’ era Dio … e Gesù è Dio … Dio appunto ha detto attraverso gli Apostoli e la sua Chiesa quello che Gesù ha detto … QUINDI SAPPIAMO PERFETTAMENTE CIÒ CHE GESÙ HA DETTO.

Peraltro un registratore può rompersi … Dio non si rompe e neppure la sua Chiesa … quindi il modo fissato da Dio per farci conoscere le vere parole di Cristo è molto più sicuro e preciso di molti altri modi, anche del modo indicato da p. Sosa.

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Father Zakaria, per la conversione degli islamici.

Ecco il sito di un sacerdote ortodosso copto che svolge un fortissimo apostolato per smascherare gli errori dell’Islam . Alcuni vogliono ucciderlo perché parecchi islamici si sono convertiti al cristianesimo attraverso lui, ma lui va avanti! Realizza video interessantissimi per portare gli islamici alla conversione, non è cattolico ma cristiano ortodosso, normalmente non parla di cattolicesimo ma di islam e realizza una grossa opera per la conversione di costoro, se doveste trovare qualcosa contro la nostra fede sappiate che è ortodosso, ma i video che ho visto non parlano se non di islam. perché p. Zakaria è un profondo conoscitore dell’islam https://www.fatherzakaria.net/

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Atto solenne di preparazione per morire santamente

(Tratto dalle opere di S. Alfonso de’ Liguori ed elaborato)

Mio Dio, essendo certa la mia morte, e non sapendo quando sarà, intendo da ora di prepararmi a quella, che è il momento più bello della vita di un cristiano perché attua l’incontro definitivo con Cristo Amore; e perciò affermo di credere quanto crede la S. Chiesa, e specialmente il mistero della SS. Trinità, l’Incarnazione e Morte di Gesu-Cristo, il paradiso e l’inferno, perché tutto l’avete rivelato Voi che siete la stessa Verità. Io merito mille inferni, ma spero dalla vostra pietà per i meriti di Gesu-Cristo il perdono, la perseveranza finale e la gloria gioiosa del paradiso.

     Vi benedico per quanto mi avete donato finora e per quanto volete donarmi. Affermo che v’amo sopra tutte le cose, perché siete un bene infinito; e perché v’amo, mi pento sopra ogni male di tutte le offese che vi ho fatte, e propongo prima morire e perdere tutto piuttosto che più offendervi con il peccato. Vi prego a levarmi la vita e tutto quello che ho piuttosto che permettere ch’io v’abbia da perdere con un altro peccato.

     Vi ringrazio, Gesù mio, di tutte le pene che avete patite per me, e di tante misericordie che mi avete usate, dopo che vi ho tanto offeso. Amato mio Signore, mi rallegro che siete infinitamente beato. Godo che siete amato da tante anime in cielo ed in terra. Vorrei che tutti vi conoscessero e vi amassero. Affermo che qualunque persona m’avesse offeso, io la perdono per amor vostro, o Gesù mio; e vi prego a farle bene fin d’ora. Affermo che desidero in vita ed in morte i SS. Sacramenti; ed intendo da ora di cercare l’assoluzione delle mie colpe, quando in morte non potrò darne segno. Accetto con pace la mia morte e tutti i dolori che l’accompagneranno, in unione della morte e dolori, che patì Gesù sulla croce. Ed accetto, mio Dio, tutte le pene e tribolazioni, che prima di morire mi verranno dalle vostre mani. Fate di me e di tutte le cose mie tutto quel che vi piace. Datemi il vostro amore e la santa perseveranza, e niente più vi domando. Madre mia Maria, assistetemi sempre, ma specialmente nella mia morte; e frattanto aiutatemi a conservarmi in grazia di Dio.

     Voi siete la speranza mia. Sotto il vostro manto voglio vivere e morire. S. Giuseppe, S. Michele Arcangelo, Angelo mio Custode, soccorretemi sempre, ma soprattutto nell’ora della mia morte. E voi mio caro Gesù, voi che per ottenere a me una buona morte, avete voluto fare una morte così amara, non m’abbandonate allora. Io da ora a Voi m’abbraccio, per morire abbracciato con Voi. Io merito l’inferno, ma mi abbandono alla vostra misericordia, sperando nel sangue vostro di morire nella vostra amicizia e di ricevere da Voi la benedizione, nella prima volta che vi vedrò da misericordioso giudice mio. Nelle vostre mani impiagate per mio amore raccomando l’anima mia. In Voi spero di non essere allora condannato all’inferno e di essere ammesso alla gloria e alla gioia del Paradiso. «In te,Signore , ho sperato, non sia confuso in eterno».

     Vedo già che la causa delle mie cadute è stata il non ricorrere a voi, quando io ero tentato, a domandarvi la santa perseveranza. Per l’avvenire propongo fermamente di raccomandarmi sempre a voi, e specialmente quando mi vedrò in pericolo di ritornare ad offendervi. Tu o Dio in Gesù ci hai detto: “Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».”(Luca 21:36 )Tu o Dio attraverso s. Paolo ci hai detto: “Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi …”(Efesini 6:18) La Madonna nelle sue apparizioni riconosciute dalla Chiesa ha detto ….”Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all’inferno, perché non vi è chi si sacrifichi e preghi per loro”.( apparizioni di Fatima) “Pregate molto”… “Pregate sempre”(apparizioni di Beauraing) “Pregate molto”….”Pregate molto” (apparizioni di Banneux) Propongo di ricorrere sempre alla vostra misericordia, invocando sempre i Ss. Nomi di Gesù e di Maria: sicuro che pregando non lascerete voi allora di darmi la forza ch’io non ho di resistere a’ miei nemici. Deh aiutatemi, o Eterno Padre, per amore di Gesù Cristo, e non permettete ch’io lasci di raccomandarmi a voi, allorché sarò tentato. Io sto certo che voi sempre mi soccorrerete, quando a voi ricorrerò. Deh per i meriti di Gesù Cristo datemi la grazia della preghiera, ma una grazia abbondante che mi faccia sempre pregare, e pregare come si deve. O Maria, Madre mia, ogni volta ch’io sono ricorso a voi, voi mi avete impetrato l’aiuto a non cadere. Ora ricorro a voi perché m’otteniate una grazia più grande cioè di raccomandarmi in tutt’i miei bisogni e per sempre al vostro Figlio, ed a voi. Regina mia, voi ottenete da Dio quanto cercate, ottenetemi ora, per quanto amate Gesù Cristo, questa grazia che vi domando di pregare e di non lasciar mai di pregare sino alla morte. O Signore Gesù aiutatemi sempre, e specialmente nella mia morte; fate ch’io spiri amandovi, sicché l’ultimo respiro della mia vita sia un atto d’amore, che mi trasporti da questa terra ad amarvi in eterno nella gioia del paradiso. Gesù, Giuseppe, e Maria, assistetemi nella mia agonia. Gesù, Giuseppe, e Maria, a voi mi dono, e voi ricevete in quel punto l’anima mia.

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La sana dottrina non condanna solo gli atti omosessuali consumati ma anche altro e condanna anche l’esposizione alle occasioni prossime di peccato. (Testo aggiornato)

1,1)Precisazioni sugli atti omosessuali vietati dalla Legge divina.

Nel libro del Levitico leggiamo “Non ti coricherai con un uomo come si fa con una donna: è cosa abominevole.”(Lev. 18,22); nello stesso libro leggiamo anche : “Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte: il loro sangue ricadrà su di loro.”(Lev. 20, 13)

Nel libro dell’ Esodo leggiamo“ Non commettere adulterio” (Es 20,14).

Gesù riprendendo tale comandamento di Es. 20 afferma:

« Avete inteso che fu detto: “Non commettere adulterio”; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore » (Mt 5,27-28).

S. Paolo afferma: non entreranno nel regno di Dio anche coloro che agiscono da omosessuali (cf. 1 Cor 6, 9).

Il testo di 1 Cor. 6, 9 s è il seguente: “9 Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adùlteri, né depravati, né sodomiti, 10 né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio.”

Il Catechismo di s. Pio X ci ricorda anzitutto che il peccato impuro e ancora di più il peccato contro natura : “È un peccato gravissimo ed abominevole innanzi a Dio ed agli uomini; avvilisce l’uomo alla condizione dei bruti, lo trascina a molti altri peccati e vizi, e provoca i più terribili castighi in questa vita e nell’altra.”(Catechismo Maggiore di s. Pio X n. 425 )

Quindi lo stesso Catechismo ci ricorda che : “Il sesto comandamento: Non fornicare, ci proibisce ogni atto, ogni sguardo, ogni discorso contrario alla castità, e l’infedeltà nel matrimonio.” (Catechismo Maggiore di s. Pio X n. 425 )

E poco più avanti lo stesso Catechismo ribadisce che : “Il sesto comandamento ci ordina di essere casti e modesti negli atti, negli sguardi, nel portamento e nelle parole. Il nono comandamento ci ordina di essere casti e puri anche nell’interno, cioè nella mente e nel cuore. …” (Catechismo Maggiore di s. Pio X n. 428)

I peccati contro tale comandamento si sostanziano in pensieri, parole, opere, omissioni.

Ricordo subito che ci sono comandi negativi della Legge che non ammettono piccolezza di materia e le loro violazioni sono sempre gravemente illecite, i comandi negativi riguardo alla sessualità appunto non ammettono parvità di materia.

La Congregazione per la Dottrina della Fede nella Dichiarazione “Persona humana” (29.12.1975) afferma: “Ora, secondo la tradizione cristiana e la dottrina della chiesa, e come riconosce anche la retta ragione, l’ordine morale della sessualità comporta per la vita umana valori così alti, che ogni violazione diretta di quest’ordine è oggettivamente grave.(Cf. Cf. Innocenzo IV, Ep. Sub catholicae professione, 6.3.1254: Denz 835; Pio II, Proposizioni condannate nella lettera Cum sicut accepimus, 14.11.1459: Denz 1367; Sant’Offizio, Decreti del 24.9.1665 e 2.3.1679: Denz 2045 e 2148; Pio XI. Enc. Casti connubii, 31.12.1930: 22(1930), 558-559; EE 5/497-499. Cf. LEONE IX, Ep. Ad splendidum nitentis, a. 1054: Denz 687-688; Sant’Offizio, Decreto del 2.3.1679: Denz 2149; Pio XII, Allocuzioni dell’8 ottobre 1953 e del 19 maggio 1956: AAS 45(1953), 677s e 58(1956), 472s. Sant’ Offizio, Decreto del 18 marzo 1666: Denz 2060; PAOLO VI, Enc. Humanae vitae, nn. 13 e 14: nn. 65-69; EV 3/599s.)” ( Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione “Persona humana” n. 10 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19751229_persona-humana_it.html )

Ogni violazione diretta dell’ordine morale della sessualità è oggettivamente grave.

Andando a vedere più direttamente gli atti vietati dal sesto comandamento e quindi vietati anche in riferimento all’omosessualità s. Alfonso afferma che non solo sono peccati gli atti consumati ma anche i pensieri acconsentiti e tutti i toccamenti sessuali, tutti gli sguardi impuri, tutte le parole oscene (cfr. S. Alfonso M. de Liguori “Istruzione al popolo” in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. VIII, Torino 1880 p. 937 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PVH.HTM#$6O1 ).

Anzitutto spiega s. Alfonso che è peccato particolarmente grave la sodomia che è coito di una persona con altra dello stesso sesso in qualsiasi parte del corpo si attui l’unione:“… coitus feminae cum femina, et masculi cum masculo, perfecta est sodomia, in quacumque parte corporis fiat congressus” (cfr. S. Alfonso M. de Liguori “Istruzione al popolo” in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. VIII, Torino 1880 p. 176 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PX8.HTM )

Per capire come le affermazioni di s. Alfonso, che è Dottore della Chiesa, non siano ormai sorpassate su questo punto si vedano, tra gli altri, J. Aertnys , C. A. Damen , “Theologia moralis secundum doctrinam s. Alfonsi de Ligorio Doctoris Ecclesiae” Marietti, 1967, I p. 591s e A. Gunthor, “Chiamata e risposta” ed. Paoline 1988 , p. 679, si vedano anche i documenti magisteriali emanati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede su questo argomento (Congregazione per la Dottrina della Fede, “Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali” del 3 giugno 2003 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20030731_homosexual-unions_it.html ; Congregazione per la Dottrina della Fede, “Persona Humana” 29.12.1975 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19751229_persona-humana_it.html ) e i testi del Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 2357 ss) che cito ampiamente in questo capitolo.

La sodomia rientra tra gli atti impuri consumati contro natura.

Tra gli atti impuri non consumati vanno annoverati i toccamenti sessuali, tutti gli sguardi impuri, tutte le parole oscene (cfr. S. Alfonso M. de Liguori “Istruzione al popolo” in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. VIII, Torino 1880 p. 937 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PVH.HTM#$6O1 )

Riguardo ai “toccamenti” s. Alfonso qui di seguito: “De tactibus. Extra matrimonium mortales sunt omnes tactus, oscula, et amplexus ob delectationem carnalem exerciti; omnes enim eiusdem sunt naturae quam actus consummatus; ut ex propos. 40. damnata ab Alex. VII.” ( S. Alfonso M. de’ Liguori “Istruzione e pratica del confessore” “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX, Torino 1880, pag. 171 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PX6.HTM )

Sono quindi peccati gravi tutti i toccamenti, baci e abbracci attuati per piacere carnale anche omosessuale.

Riguardo agli sguardi s. Alfonso afferma: “II. De aspectibus. Aspicere verenda personae diversi sexus, difficulter excusatur unquam a mortali, nisi forte aspectus fiat e loco valde longinquo, et ita obiter, ut nullum periculum delectationis adsit. Et etiam loquendo de verendis personae eiusdem sexus, non excusarem a mortali virum morose et delectabiliter aspicientem pulchrum adolescentem nudum.”( S. Alfonso M. de’ Liguori “Istruzione e pratica del confessore” “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX, Torino 1880, pag. 171 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PX6.HTM )

Anche ascoltare o parlare di cose turpi può essere peccato grave.( cfr. S. Alfonso M. de’ Liguori “Istruzione e pratica del confessore” “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX, Torino 1880, pag. 173 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PX6.HTM )

Per capire come le affermazioni di s. Alfonso, che è Dottore della Chiesa, non siano ormai sorpassate su questo punto si veda, tra gli altri, J. Aertnys , C. A. Damen , “Theologia moralis secundum doctrinam s. Alfonsi de Ligorio Doctoris Ecclesiae” Marietti, 1967, I p. 594 ss con molte precisazioni importanti che fa questo autore e si veda altresì A. Gunthor, “Chiamata e risposta” ed. Paoline 1988 , p. 679 e si veda altresì B. H. Merkelbach , “Summa theologiae moralis ad mentem D. Thomae et ad normam iuris novi” Brugis – Belgica , 1962 v. II p. 955 ss.

Precisano A. Gunthor, “Chiamata e risposta” ed. Paoline 1988 , p. 679, B. H. Merkelbach , “Summa theologiae moralis ad mentem D. Thomae et ad normam iuris novi” Brugis – Belgica , 1962 v. II p. 958 ss , ma soprattutto J. Aertnys , C. A. Damen , “Theologia moralis secundum doctrinam s. Alfonsi de Ligorio Doctoris Ecclesiae” Marietti, 1967, I p. 597 che i toccamenti, gli sguardi anche nelle parti intime , parlare di cose turpi o ascoltarle sono malvagi e peccaminosi:

1)per il cattivo fine per cui si fanno, e qui occorre precisare che se tali atti si fanno per piacere venereo sono peccati mortali;

2)per il pericolo di polluzione o di eccitazione venerea, e qui occorre precisare che se l’azione da cui si prevede che sia causato il piacere venereo è molto eccitante a tale piacere, fa un peccato grave chi la compie senza una causa giusta;

3)per il pericolo di consenso alla polluzione o alla eccitazione venerea e anche qui occorre notare che in alcuni casi tale esposizione al pericolo è peccato grave;

4)per lo scandalo che comportano e anche qui occorre dire che in alcuni casi tale scandalo è peccato grave.

Questo significa che, nei casi in cui, come abbiamo appena detto, è peccato mortale, la persona omosessuale pecca gravemente anche se guarda le parti intime di una persona del suo stesso sesso, se ascolta cose turpi riguardanti persone del suo stesso sesso o ne parla, e se compie “toccamenti”, baci e abbracci su persone del suo stesso sesso.

Peccato grave è anche la visione di immagini o video erotici e più generalmente la pornografia anche di tipo omosessuale, il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma a riguardo al n. 2354: “ La pornografia consiste nel sottrarre all’intimità dei partner gli atti sessuali, reali o simulati, per esibirli deliberatamente a terze persone.”

Peccato grave è la prostituzione anche di tipo omosessuale. Il Catechismo della Chiesa cattolica afferma al n. 2355 : “ La prostituzione offende la dignità della persona che si prostituisce, ridotta al piacere venereo che procura. Colui che paga pecca gravemente contro se stesso: viola la castità, alla quale lo impegna il Battesimo e macchia il suo corpo…”

Ovviamente grave è anche lo stupro realizzato a danno di persone dello stesso sesso come spiega lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica al n.

2356: “ Lo stupro indica l’entrata con forza, mediante violenza, nell’intimità sessuale di una persona.”

Peccato particolarmente grave è lo stupro fatto a bambini specie se dello stesso sesso; più generalmente è peccato particolarmente grave il peccato impuro, specie se omosessuale, attuato con bambini, che vengono in questo modo corrotti.

S. Alfonso ci ricorda anche che riguardo : ” .. a’ moti dell’appetito sensitivo circa un oggetto gravemente malo. … nelle dilettazioni carnali .. siamo (secondo la sentenza comune de’ dd.) obbligati sotto colpa grave a resistere positivamente; perché queste, quando son veementi, facilmente posson tirarsi il consenso della volontà, s’ella positivamente non vi resiste ( Lib. 5. n. 7).”( S. Alfonso M. de’ Liguori “Istruzione e pratica del confessore” in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX, Torino 1880, pag. 70 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PWP.HTM#2EJ )

Per verificare come le affermazioni di s. Alfonso, che è Dottore della Chiesa, corrispondano alla sana dottrina e non siano superate e per precisarle nel senso che l’obbligo sotto colpa di peccato grave sussiste nel caso vi è pericolo prossimo di consenso, si veda J. Aertnys , C. A. Damen , “Theologia moralis secundum doctrinam s. Alfonsi de Ligorio Doctoris Ecclesiae” Marietti, 1967, I p. 233;

Spiega ancora s. Alfonso che appunto per superare queste dilettazioni carnali con la tentazione che esse ci causano : ” … giovano i pensieri divoti o della passione di Gesù Cristo, o dell’inferno, o della morte, pensando, ch’ella potrebbe avvenire nell’atto del peccato: e molto anche giova pensare al rimorso che dopo commesso il peccato la povera anima avrebbe da sentire di aver perduto Dio. Ma sovra tutto giova, anzi è necessario ricorrere in tali tentazioni all’orazione, poiché (come disse Salomone) la castità non si ottiene da Dio, che coll’orazione … “( S. Alfonso M. de’ Liguori “Istruzione e pratica del confessore” “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX, Torino 1880, pag. 70 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PWP.HTM#2EJ ) Riguardo ai peccati di omissione occorre considerare quello che dice s. Alfonso : “37. Si noti per II. che per li peccati d’omissione sempre si ricerca l’atto positivo e deliberato della volontà nel consentire di omettere l’opera precettata, come bene insegnano Gonet, Filliuc., ed i Salmaticesi, … Di più si avverta, che i peccati di omissione che provengono da qualche causa prima posta, non s’imputano già allorché si omette il precetto, ma dal tempo che si è posta la causa, come ben dicono Sanch., Bonac., Becano, Filliuc., ecc. contro d’altri. Che perciò chi mette la causa prevedendo già l’effetto, per esempio se alcuno si ubbriaca prevedendo, che lascierà la messa, costui ancorché avvenisse che poi ascoltasse la messa, pure dee confessarsi del peccato di omissione, al quale acconsentì nel mettere la causa dell’ubbriachezza4.”( S. Alfonso M. de’ Liguori “Istruzione e pratica del confessore” “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX, Torino 1880, pag. 71 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PWP.HTM#2EJ )

Quindi chi omette volontariamente di sottrarsi a chi vuole compiere con lui un peccato impuro di tipo omosessuale pecca gravemente. In modo simile chi pone una certa causa prevedendo l’effetto del peccato impuro omosessuale pecca gravemente.

Per verificare come le affermazioni di s. Alfonso corrispondano alla sana dottrina e non siano superate e per precisarle ulteriormente si possono utilmente consultare J. Aertnys , C. A. Damen , “Theologia moralis secundum doctrinam s. Alfonsi de Ligorio Doctoris Ecclesiae” Marietti, 1967, I p. 236; B. H. Merkelbach, “Summa theologiae moralis ad mentem D. Thomae et ad normam iuris novi” Brugis – Belgica , 1959, I p. 354 ss.

1,2)Precisazioni sui pensieri impuri omosessuali vietati dalla Legge divina.

Le Scritture Sacre, così come interpretate dalla Tradizione, non solo condannano gli atti omosessuali, come visto, ma anche i desideri, consentiti, di tali atti.

Il nono comandamento afferma « Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo » (Es 20,17)

Nel Vangelo leggiamo “Io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.”. (Matteo 5,28) Non è, quindi vietato solo l’atto ma anche il desiderio dello stesso.

Secondo la tradizione catechistica cattolica, il nono comandamento proibisce lo smodato desiderio o concupiscenza della carne cioè ordinato alla sessualità peccaminosa (Cf 1 Gv 2,16). (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2514) Si tratta di un desiderio veemente che è un moto dell’appetito sensibile che si oppone ai dettami della retta ragione umana guidata dalla fede; rientra nella “carne” che si oppone allo « spirito ». (Cf Gal 5,16.17.24; Ef 2,3), è conseguenza della disobbedienza del primo peccato (Cf Gn 3,11) produce disordine nelle facoltà morali dell’uomo e, senza essere in se stessa una colpa, inclina l’uomo a commettere il peccato. (Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 5: DS 1515)

Più precisamente, come spiega il Catechismo Maggiore di s. Pio X : “. … Il nono comandamento proibisce espressamente ogni desiderio contrario alla fedeltà che i coniugi si sono giurata nel contrarre matrimonio: e proibisce pure ogni colpevole pensiero o desiderio di azione vietata dal sesto comandamento. …

I pensieri che ci vengono in mente contro la purità, per se stessi non sono peccati, ma piuttosto tentazioni e incentivi al peccato. …

I pensieri cattivi, ancorché siano inefficaci, sono peccati quando colpevolmente diamo loro motivo, o vi acconsentiamo, o ci esponiamo al pericolo prossimo di acconsentirvi. …

Il sesto comandamento ci ordina di essere casti e modesti negli atti, negli sguardi, nel portamento e nelle parole. Il nono comandamento ci ordina di essere casti e puri anche nell’interno, cioè nella mente e nel cuore. …” (Catechismo Maggiore di s. Pio X n. 424.426ss)

Il nono comandamento quindi condanna non solo i desideri ma più generalmente tutti i pensieri impuri quando colpevolmente diamo loro motivo, o vi acconsentiamo, o ci esponiamo al pericolo prossimo di acconsentirvi. …

Cerchiamo di capire meglio.

S. Alfonso spiega che : “Tra’ pensieri peccaminosi debbon distinguersi tra loro il desiderio, il gaudio (o sia la compiacenza), e la dilettazione morosa. Il desiderio riguarda il tempo futuro, ed è quando l’uomo ambisce deliberatamente di consumare un’opera mala: questo desiderio si dice efficace, quando la persona propone di eseguirlo; inefficace, quando consente all’intenzione di porlo in esecuzione, se potesse, v. g. dicendo: se potessi prendermi il tesoro della chiesa, me lo prenderei. Il gaudio poi riguarda il tempo passato, ed è quando l’uomo si compiace del male già fatto. La dilettazione morosa finalmente riguarda il tempo presente, ed è quando alcuno s’immagina presente l’opera del peccato, e di quella si diletta come allora l’eseguisse. E si chiama morosa, non per ragione che vi bisogni gran timore per costituire il peccato, perché egli può farsi in un momento; ma per ragione della dimora deliberata che vi fa la volontà (1 Lib. 5. n. 15).”( S. Alfonso M. de’ Liguori “Istruzione e pratica del confessore” “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX, Torino 1880, pag. 71 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PWP.HTM#2EJ )

Per verificare come le affermazioni di s. Alfonso corrispondano alla sana dottrina e non siano superate e per precisarle ulteriormente si possono utilmente consultare J. Aertnys , C. A. Damen , “Theologia moralis secundum doctrinam s. Alfonsi de Ligorio Doctoris Ecclesiae” Marietti, 1967, I p. 238ss.; B. H. Merkelbach, “Summa theologiae moralis ad mentem D. Thomae et ad normam iuris novi” Brugis – Belgica , 1959, I p. 383 ss. ; B. H. Merkelbach, “Summa theologiae moralis ad mentem D. Thomae et ad normam iuris novi” Brugis – Belgica 1962 II, p. 953ss)

S. Alfonso spiega più ampiamente riguardo ai pensieri peccaminosi che : “Di più debbono confessarsi tutti i pensieri disonesti. Alcuni ignoranti credono che solamente gli atti impudici hanno da confessarsi; no, si han da spiegare al confessore tutti i mali pensieri acconsentiti. Le leggi umane proibiscono le sole opere esterne, perché gli uomini vedono solamente quel che apparisce di fuori: ma Dio che vede i cuori condanna ancora tutte le male volontà. Homo videt ea quae patent, Dominus autem intuetur cor (1. Reg. 16. 7). E ciò va per li pensieri acconsentiti in ogni specie di peccato. In somma tutto ciò ch’è male a farsi, innanzi a Dio è peccato a desiderarlo.

2. Ho detto pensieri acconsentiti; onde bisogna saper distinguere, quando il cattivo pensiero è peccato mortale, quando è peccato veniale, e quando non è affatto peccato. Nel peccato di pensiero vi concorrono tre cose, la suggestione, la dilettazione ed il consenso. La suggestione è quel primo pensiero di far male che si affaccia alla mente. Questo non è peccato, anzi quando la volontà subito lo rigetta, si acquista merito. Scrive s. Antonino: Quoties resistis, toties coronaris. Anche i santi sono stati tormentati da questi mali pensieri. S. Benedetto per superare una volta una simile tentazione si buttò dentro le spine. S. Pietro di Alcantara si buttò dentro uno stagno gelato. Anche san Paolo scrive che stava tentato contro la castità: Datus est mihi stimulus carnis meae, angelus Satanae, qui me colaphizet (2. Cor. 12. 7). Onde pregò più volte il Signore d’esserne liberato: Propter quod ter Dominum rogavi, ut discederet a me. Il Signore però non volle liberarnelo, ma gli disse: Ti basta la grazia mia: Et dixit mihi: Sufficit tibi gratia mea. E perché non volle liberarnelo? Acciocché il santo più meritasse col resistere alla tentazione: Nam virtus in infirmitate perficitur(2. Cor. 12. 7). Dice s. Francesco di Sales che quando il ladro bussa da fuori, è segno che non si trova dentro; e così quando il demonio tenta è segno che l’anima sta in grazia. S. Catarina da Siena una volta per tre giorni fu molto afflitta dal demonio con tentazioni impure; dopo i tre giorni le apparve il Signore per consolarla; allora la santa gli dimandò: Ah mio Salvatore, e dove siete stato in questi tre giorni? E ‘l Signore le rispose: Sono stato nel cuor tuo a darti forza per resistere alle tentazioni. Ed appresso le fe’ vedere il di lei cuore più purificato.

3. Dopo la suggestione viene la dilettazione. Quando la persona non è accorta a scacciare subito la tentazione, e si mette a discorrere con quella, ecco la tentazione che subito comincia a dilettare, e così la va tirando al consenso. Finché la volontà non consente non v’è peccato mortale; ma solamente veniale; ma se l’anima allora non ricorre a Dio, e non fa forza per resistere alla dilettazione, facilmente quella si tirerà il consenso. Nisi quis repulerit delectationem, delectatio in consensum transit, et occidit animam, dice s. Anselmo (De simil. c. 40.). Una donna tenuta per santa assalita da un mal pensiero con un suo servo, trascurò di subito discacciarlo; onde già mentalmente cadde in peccato. Dopo ciò commise un peccato più grave, perché si vergognò di confessarsi di quella mala compiacenza, e così morì l’infelice; ma perché era tenuta per santa, il vescovo per sua divozione la fe’ seppellire nella sua cappella. Nella mattina appresso la defunta gli apparve tutta cinta di fuoco; allora gli confessò, ma senza profitto ch’ella era dannata per quel mal pensiero acconsentito.

4. Dato poi che si è il consenso l’anima già perde la grazia di Dio, e resta condannata all’inferno subito che acconsente al desiderio di commettere il peccato, o che si diletta pensando a quell’atto disonesto come se allora lo commettesse; e questa si chiama dilettazione morosa, ch’è differente dal peccato di desiderio. Cristiani miei, state attenti a discacciar subito che si affacciano questi mali pensieri, con ricorrere subito per aiuto a Gesù ed a Maria. Chi fa l’abito ad acconsentire a pensieri disonesti, si mette in gran pericolo di morire in peccato, primieramente perché questi peccati di pensiero sono più facili a commettersi; uno in un quarto d’ora può far mille mali pensieri, e ad ogni pensiero acconsentito gli tocca un inferno a parte. In punto di morte il moribondo non può commettere peccati d’opera perché allora non si può muovere, ma ben può commettere

peccati di pensiero, e ‘l demonio a questi pensieri tenta gagliardamente i poveri moribondi. S. Eleazaro, come narra il Surio, in punto di morte ebbe tante e tali tentazioni di mali pensieri, che esclamò poi: Oh quanto è grande la forza dei demoni in punto di morte! Il santo vinse i demoni, perché avea fatto l’abito a discacciare i mali pensieri: ma guai a coloro che avranno fatto l’abito ad acconsentirvi! Narra il p. Segneri che vi fu un peccatore di questi che spesso acconsentiva in vita a’ mali pensieri: stando in morte si confessò con gran dolore de’ suoi peccati, onde lo teneano per salvo: ma dopo la morte comparve, e disse che si era dannato: disse che la sua confessione era stata buona, e Dio l’avea già perdonato, ma che prima di morire il demonio gli pose avanti, che se fosse campato, sarebbe stata un’ingratitudine abbandonar quella donna che tanto l’amava; questa prima tentazione egli la discacciò: venne la seconda, ed allora si fermò alquanto a discorrerci, ed anche la discacciò: venne la terza, e vi acconsentì, e così disse ch’era morto in peccato, e si era dannato.

5)Fratello mio, non dire più, come dicono alcuni, che il peccato disonesto è poco peccato, e che Dio lo compatisce. Che dici? ch’è poco peccato? ma è peccato mortale, e se è peccato mortale, un peccato di questi, anche di solo pensiero, basta a mandarti all’inferno. Omnis fornicator… non habet haereditatem in regno Christi, dice s. Paolo (1 Eph. 5. 5). È poco peccato? anche i gentili diceano, esser questo vizio il peggiore del mondo per li molti mali effetti che cagiona. Seneca( Comp. ad Helviam.). Maximum seculi malum impudicitia. E Cicerone (L. de senect.): Nullam esse capitaliorem pestem, quam voluptatem corporis. E parlando de’ santi, s. Isidoro scrisse che non vi è peccato peggior di questo: Quodcumque peccatum dixeris, nihil huic sceleri aequale reperies (Tom. 1. orat. 21.).”( S. Alfonso M. de Liguori “Istruzione al popolo” in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. VIII, Torino 1880 pp. 937 ss http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PVH.HTM#$6O1 )

Sono, dunque, peccati gravi anche i pensieri impuri omosessuali acconsentiti di cui abbiamo parlato finora.

Come dicemmo sopra:“Il sesto comandamento ci ordina di essere casti e modesti negli atti, negli sguardi, nel portamento e nelle parole. Il nono comandamento ci ordina di essere casti e puri anche nell’interno, cioè nella mente e nel cuore. …” (Catechismo Maggiore di s. Pio X n. 428)

1,3)Precisazioni sulle occasioni prossime di peccato impuro contro natura che occorre fuggire.

Dio ci illumini sempre meglio.

Nel Vangelo è scritto: “Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.” (Marco 9, 43 ss)

Come insegna la sana dottrina, non solo sono vietati gli atti omosessuali di cui abbiamo parlato finora, i pensieri, le parole … è vietato anche esporsi alle occasioni prossime di peccato. Trattammo in modo molto approfondito il tema dell’obbligo di fuggire le occasioni prossime di peccato allorché parlammo della contrizione, in un dei primi capitoli di questo libro, rimandiamo a quella trattazione per un esame approfondito dell’ argomento, qui riportiamo una breve sintesi, più direttamente indirizzata all’argomento di questo paragrafo, di quanto dicemmo.

È un grave precetto naturale evitare l’occasione prossima volontaria di peccato mortale, si vedano in particolare su questo punto i testi di Papa Alessandro VII ( cfr. Heinrich Denzinger

“Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hunermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 2061) e di Papa Innocenzo XI ( cfr. Heinrich Denzinger

“Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hunermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 2161, 2162, 2163). Nell’ Atto di dolore riaffermiamo proprio la necessaria fuga dalle occasioni prossime di peccato allorché diciamo: “ … propongo … di fuggire le occasioni prossime di peccato.”

Il Catechismo di s. Pio X ci offre importanti precisazioni e approfondimenti riguardo a ciò che stiamo dicendo: “739 Siamo noi gravemente obbligati a schivare tutte le occasioni pericolose? Noi siamo gravemente obbligati a schivare quelle occasioni pericolose che d’ordinario ci inducono a commettere peccato mortale, le quali si chiamano le occasioni prossime del peccato.” ( http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm )

S. Giovanni Paolo II affermò “Questi due momenti – il momento della conversione e il momento della vocazione – hanno un’importanza determinante nella vita di ogni cristiano. Si può dire che in essi si sviluppi tutta l’economia salvifica di Dio a riguardo dell’uomo, e nell’ambito di questa divina economia l’uomo viene maturando dall’interno. Questa maturazione presuppone l’allontanamento dal male, la rottura con il peccato, l’estirpamento delle brutte predisposizioni, la lotta a volte dura con le occasioni di peccato, il superamento delle passioni: tutto il grande lavoro interiore, grazie al quale l’uomo si allontana da tutto ciò che in lui si oppone a Dio e alla sua volontà, e si avvicina a quella santità, la cui pienezza è Dio stesso.” ( Omelia di Domenica 24 gennaio 1982 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1982/documents/hf_jp-ii_hom_19820124_visita-parrocchia.html )

S. Tommaso dice, commentando il s. Vangelo con un testo tratto dalla Glossa: “Glossa. Quia non solum peccata vitanda sunt, sed et occasiones peccatorum tollendae, postquam docuit vitare moechiae peccatum, non solum in opere, sed etiam in corde, consequenter docet occasiones peccatorum abscindere, dicens quod si oculus tuus dexter scandalizat te.” (Catena in Mt., cap. 5 l. 17) Occorre dunque sulla base del s. Vangelo, secondo il testo riportato dal s. Dottore Angelico e da lui apprezzato, non solo evitare i peccati ma togliere le occasioni di peccato. Più generalmente possiamo dire che, secondo s. Tommaso, anche dall’ A. T. emerge l’obbligo di fuggire le occasioni prossime di peccato; infatti chi si converte a Cristo deve evitare il peccato e le occasioni di peccato, spiega il Dottore Angelico riportando proprio un testo dell’A.T.:“Item qui convertitur, debet non solum vitare peccatum, sed etiam occasionem peccati; Eccli. XXI, v. 2: quasi a facie colubri, fuge peccatum.” ( Super Mt. [rep. Leodegarii Bissuntini], cap. 15 l. 2. ) Che la Bibbia faccia emergere questo obbligo di fuggire le occasioni prossime di peccato lo ribadisce più ampiamente s. Tommaso in un testo in cui spiega che per trionfare sul peccato della carne occorre, tra l’altro, fuggire le occasioni esteriori di peccato: “Et sciendum quod in fugiendo istud peccatum oportet multum laborare, cum sit intrinsecum: difficilius enim vincitur inimicus familiaris. Vincitur autem quatuor modis. Primo occasiones exteriores fugiendo, ut puta malam societatem, et omnia inducentia occasionaliter ad hoc peccatum. Eccli. IX, 5-9: virginem ne conspicias, ne forte scandalizeris in decore illius (…) noli circumspicere in vicis civitatis, nec oberraveris in plateis illius. Averte faciem tuam a muliere compta, et ne circumspicias speciem alienam. Propter speciem mulieris multi perierunt, et ex hoc concupiscentia quasi ignis exardescit. Prov. VI, 27: nunquid potest homo abscondere ignem in sinu suo, ut vestimenta illius non ardeant? Et ideo praeceptum fuit Lot ut fugeret ab omni circa regione, Gen. XIX, 17. ”( Collationes in decem praeceptis a. 12) . Come si vede, nel testo appena presentato, s. Tommaso riporta vari passi biblici che affermano la necessità di fuggire l’ occasione prossima di peccato. La Bibbia, ben interpretata, ci guida alla prudenza e alla fuga dalle occasioni di peccato. Spiega ancora l’Angelico che la risurrezione spirituale in Cristo a vita nuova implica che evitiamo ciò che erano prima per noi occasioni e causa di morte e di peccato: “Quarto ut resurgamus ad vitam novam et gloriosam; ut scilicet vitemus omnia quae prius fuerant occasiones et causa mortis et peccati. Rom. VI, 4: quomodo Christus surrexit a mortuis per gloriam patris, ita et nos in novitate vitae ambulemus. Et haec nova vita est vita iustitiae, quae innovat animam, et perducit ad vitam gloriae. Amen.” ( In Symbolum Apostolorum a. 5 in fine) S. Tommaso spiega ulteriormente “Glossa. Quia non solum peccata vitanda sunt, sed et occasiones peccatorum tollendae, postquam docuit vitare moechiae peccatum, non solum in opere, sed etiam in corde, consequenter docet occasiones peccatorum abscindere, dicens quod si oculus tuus dexter scandalizat te.” (Catena in Mt., cap. 5 l. 17) Occorre dunque non solo evitare i peccati ma togliere le occasioni di peccato, non tutte ma quelle che noi diremmo prossime di peccato, cioè quelle occasioni non togliendo le quali, non è possibile evitare il peccato, dice infatti s. Tommaso:“ Et praeterea non est necessarium omnes occasiones peccati confiteri, sed solum illas sine quarum abscissione sufficiens remedium adhiberi non potest.” (Super Sent., lib. 4 d. 22 q. 1 a. 4 ad 3.) Occorre allontanare ciò che scandalizza, cioè l’occasione di peccato, spiega s. Tommaso, perché è meglio soffrire qualsiasi male temporale che la pena eterna! “Quod corrigit in agendis, est manus: quod supportat, est pes; unde Iob XXIX, 15: oculus fui caeco, et pes claudo. Unde si manus tua, idest ille qui dirigit operationem tuam, vel pes, idest ille qui sustentat te, scandalizat te, idest occasio peccati est tibi, abscinde eum et proiice abs te. Et reddit causam bonum est tibi etc., quia melius est quodcumque malum temporale pati, quam mereri poenam aeternam.” ( Super Mt., cap. 18 l.1 )

Notate bene: occorre allontanare ciò che scandalizza, cioè l’occasione di peccato, spiega s. Tommaso, perché è meglio soffrire qualsiasi male temporale che la pena eterna …. e ciò vale anche per coloro che convivono more uxorio … vale anche per i divorziati risposati : occorre allontanare ciò che scandalizza, cioè l’occasione di peccato, spiega s. Tommaso, perché è meglio soffrire qualsiasi male temporale che la pena eterna …

S. Tommaso si ottenga sapienza divina e santa prudenza per fuggire il peccato.

1,3,1)Importanti precisazioni di s. Alfonso M. de’ Liguori riguardo all’obbligo che abbiamo di fuggire le occasioni prossime di peccato.

S. Alfonso M. de’ Liguori tratta lungamente e profondamente della fuga delle occasioni di peccato nelle sue opere, particolarmente importante qui mi pare riportare quello che egli afferma in uno dei suoi Sermoni

“Del fuggire le male occasioni.

… Scrive s. Tommaso l’angelico su questo fatto, che il Signore, misticamente parlando, volle con ciò farci intendere ch’egli non entra nelle anime nostre, se non quando esse tengono chiuse le porte de’ sensi: Mystice per hoc datur intelligi, quod Christus nobis apparet, quando fores, idest sensus sunt clausi. Se dunque vogliamo che Gesù Cristo abiti in noi bisogna che teniamo chiuse le porte de’ nostri sensi alle male occasioni; altrimenti il demonio ci renderà suoi schiavi. E ciò voglio oggi dimostrarvi, il gran pericolo in cui si mette di perdere Dio chi non fugge le male occasioni. Abbiamo nelle sacre Scritture, che risorse Cristo e risorse Lazaro; Cristo però risorse, e non tornò a morire, come scrisse l’apostolo: Christus resurgens ex mortuis, iam non moritur(Rom. 6. 9.). Lazaro all’incontro risorse e tornò a morire. Riflette Guerrico abate che Cristo risorse sciolto, ma Lazaro risorse ligatus manibus et pedibus(Matth. 22. 13). Povero, soggiunge poi quest’autore, chi risorge dal peccato, ma legato da qualche occasione cattiva, questi tornerà a morire per perdere la divina grazia. Chi dunque vuol salvarsi, non solo dee lasciare il peccato, ma anche l’occasione di peccare, cioè quella corrispondenza, quella casa, quei cattivi compagni e simili occasioni che incitano al peccato. Per il peccato originale si è intromessa in tutti noi la mala inclinazione a peccare, cioè a fare quel che ci vien proibito; onde si lamentava s. Paolo, che provava in se stesso una legge contraria alla ragione: Video autem aliam legem in membris meis, repugnantem legi mentis meae, et captivantem me in lege peccati(Rom. 7. 23). Quando poi vi è l’occasione presente, ella sveglia con gran violenza l’appetito malvagio, al quale allora è molto difficile il resistere; poiché Dio nega gli aiuti efficaci a chi volontariamente si espone all’occasione: Qui amat periculum, in illo peribit(Eccl. 3. 27.). Spiega s. Tommaso l’angelico: Cum exponimus nos periculo, Deus nos derelinquit in illo. Chi non fugge il pericolo, resta dal Signore in quello abbandonato. Dice pertanto s. Bernardino da Siena, che il migliore di tutti i consigli, anzi quasi il fondamento della religione, è il consiglio di fuggire le occasioni di peccare: Inter consilia Christi, unum celeberrimum, et quasi religionis fundamentum est, fugere peccatorum occasiones. Scrive s. Pietro che il demonio circuit quaerens quem devoret(1. Petr. 5. 8.). Il nemico gira sempre d’intorno ad ogni anima per entrarvi a pigliarne il possesso; e perciò va trovando di mettere avanti l’occasione del peccato, per cui il demonio entra nell’anima: Explorat, dice s. Cipriano, an sit pars cuius aditu penetret. Quando l’anima lasciasi indurre ad esporsi nell’occasione, il demonio facilmente entrerà in essa e la divorerà. Questa fu la causa della rovina dei nostri primi progenitori, il non fuggire l’occasione. Iddio avea lor proibito non solo di mangiare il pomo vietato, ma anche il toccarlo; così rispose la stessa Eva al serpente che la tentava a cibarsene: Praecepit nobis Deus ne comederemus et ne tangeremus illud(Gen. 3. 3.). Ma l’infelice vidit, tulit, comedit: prima cominciò a guardar quel frutto, poi lo prese in mano e poi lo mangiò. E ciò accade ordinariamente a tutti coloro che volontariamente si mettono all’occasione. Quindi il demonio costretto una volta dagli esorcismi a dire qual predica fra tutte fosse quella che più gli dispiacesse, confessò esser la predica di fuggir l’occasione; e con ragione, mentre il nemico si ride di tutti i nostri propositi e promesse fatte a Dio; la maggior sua cura è d’indurci a non fuggir l’occasione; perché l’occasione è come una benda che ci si mette davanti gli occhi, e non ci lascia più vedere né lumi ricevuti, né verità eterne, né propositi fatti; insomma ci fa scordare di tutto, e quasi ci sforza a peccare. Scito quoniam in medio laqueorum ingredieris(Eccl. 9. 20.). Chi nasce nel mondo, entra in mezzo ai lacci. Onde avverte il Savio che chi vuole essere sicuro da questi lacci, bisogna che se ne guardi e se ne allontani: Qui cavet laqueos securus erit(Prov. 11. 15). Ma se invece di allontanarsi dai lacci taluno a quelli si accosta, come potrà restarne libero? Perciò Davide, dopo che con tanto suo danno avea imparato il pericolo che reca l’esporsi alle cattive occasioni, dice che per conservarsi fedele a Dio, si avea proibito di accostarsi ad ogni occasione che potea condurlo a ricadere: Ab omni via mala prohibui pedes meos, ut custodiam mandata tua(Psal. 118. 101.). Non solo dice da ogni peccato, ma da ogni via mala che conduce al peccato. Non manca al demonio di trovar pretesti per farci credere che quell’occasione, alla quale ci esponiamo, non sia volontaria, ma necessaria. Quando l’occasione è veramente necessaria, il Signore non lascerà di darci il suo aiuto a non cadere, se non la fuggiamo, ma alle volte noi ci fingiamo certe necessità, che siano tali che bastino a scusarci. Scrive s. Cipriano: Nunquam securus cum thesauro latro tenetur inclusus, nec inter unam caveam habitans cum lupo tutus est agnus(L. de Sing. Cler.). Parla s. Cipriano contro coloro che non vogliono levar l’occasione, e poi dicono: Non ho paura di cadere. Non mai, dice il santo, può tenersi sicuro alcuno del suo tesoro, se insieme col tesoro seco si tiene chiuso il ladro, né l’agnello può star sicuro della sua vita, se vuole stare dentro la caverna insieme col lupo; e così niuno può star sicuro di conservar il tesoro della grazia se vuol rimanere nell’occasione del peccato. Dice s. Giacomo che ogni uomo ha dentro di sé un gran nemico, cioè la mala inclinazione che lo tenta a peccare: Unusquisque tentatur a concupiscentia sua abstractus et illectus(Iac. 1. 14.). Or se poi non fugge da quelle occasioni che lo tentano di fuori, come potrà resistere e non cadere? Perciò mettiamoci avanti gli occhi quell’avvertimento generale che ci diede Gesù Cristo per vincere tutte le tentazioni e salvarci: Si oculos tuus dexter scandalizat te, erue eum et proiice abs te(Matth. 5. 29.). Se vedi che l’occhio tuo destro è causa di dannarti, bisogna che lo svelli e lo gitti da te lontano: proiice abs te: viene a dire che dove si tratta di perder l’anima, bisogna fuggire ogni occasione. Dicea s. Francesco d’Assisi, come io riferii in un altro sermone, che il demonio a certe anime che hanno timore di Dio, non cerca da principio di legarle colla fune di un peccato mortale, perché quelle spaventate dalla vista di un peccato mortale, fuggirebbero e non si farebbero legare; per tanto procura l’astuto di legarle con un capello, che non mette gran timore; perché così poi gli riuscirà più facile di accrescere i legami, finché le renda sue schiave. Onde chi vuol essere libero da tal pericolo, dee spezzare da principio tutti i capelli, cioè tutte le occasioni, quei saluti, quei biglietti, quei regalucci, quelle parole affettuose. E parlando specialmente di chi ha avuto l’abito all’impudicizia, non gli basterà il fuggire le occasioni prossime; se non fugge anche le rimote, facilmente di nuovo tornerà a cadere. L’impudicizia è un vizio, dice s. Agostino, che fa guerra a tutti, e rari son quelli che ne escono vincitori: Communis pugna et rara victoria. Quanti miseri che han voluto porsi a combattere con questo vizio, ne sono restati vinti? Ma no, dice il demonio ad alcuno, per indurlo ad esporsi all’occasione, non dubitare che non ti farai vincere dalla tentazione: Nolo, risponde s. Girolamo, pugnare spe victoriae, ne perdam aliquando victoriam. No, non voglio pormi a combattere colla speranza di vincere, perché ponendomi volontariamente a combattere, un giorno resterò perditore, e perderò l’anima e Dio. In questa materia vi bisogna un grande aiuto di Dio per non restar vinto, e perciò dalla parte nostra, per renderci degni di questo aiuto divino, è necessario fuggir l’occasione; e bisogna continuamente raccomandarsi a Dio per osservar la continenza, noi non abbiamo forza di conservarla. Iddio ce l’ha da concedere: Et ut scivi, diceva il Savio, quoniam aliter non possem esse continens, nisi Deus det… adii Dominum, et deprecatus sum illum(Sap. 8. 21.). Ma se ci esporremo all’occasione, come dice l’apostolo, noi stessi provvederemo di armi la nostra carne ribelle a far guerra all’anima: Sed neque exhibeatis membra vestra arma iniquitatis peccato(Rom. 6. 13.). Spiega in questo passo s. Cirillo Alessandrino, e dice: Tu das stimulum carni tuae, tu illam adversus spiritum armas et potentem facis. In questa guerra del vizio disonesto, dicea san Filippo Neri, che vincono i poltroni, cioè quei che fuggono l’occasione; all’incontro chi si mette all’occasione, arma la sua carne e la rende così potente, che sarà moralmente impossibile il resistere. Dice Iddio ad Isaia: Clama: Omnis caro foenum(Isa. 40. 6.). Or se ogni uomo è fieno, dice s. Gio. Grisostomo, che il voler mantenersi puro l’uomo, quando volontariamente si mette nell’occasione di peccare, è lo stesso che pretendere di mettere la fiaccola nel fieno, senza che il fieno si bruci: Lucernam in foenum pone, ac tum aude negare, quod foenum exuratur. No, scrive s. Cipriano, non è possibile stare in mezzo alle fiamme e non ardere: Impossibile est flammis circumdari et non ardere(De Sing. Cler.). E lo stesso disse prima lo Spirito santo, dicendo essere impossibile il camminar sulle brace e non bruciarsi i piedi: Numquid potest homo ambulare super prunas, ut non comburantur plantae eius(Prov. 6. 27. 28.)? Il non bruciarsi sarebbe un miracolo; scrive s. Bernardo che il conservarsi casto uno che si espone all’occasione prossima, sarebbe maggior miracolo che risuscitare un morto: Maius miraculum est, quam mortuum suscitare, son le parole del santo. Dice s. Agostino(In psal. 5.): In periculo qui non vult fugere vult perire. Onde poi scrive in altro luogo, che chi vuol vincere e non perire dee fuggir l’occasione: In occasione peccandi apprehende fugam, si vis invenire victoriam(Serm. 250. de temp.). Taluni scioccamente si fidano della loro fortezza, e non vedono che la loro fortezza è simile alla fortezza della stoppa che è posta sulla fiamma: Et erit fortitudo vestra, ut favilla stuppae(Isa. 1. 31.). Si lusingano altri sulla mutazione di vita che han fatta, sulle confessioni e promesse fatte a Dio, dicendo: per grazia del Signore con quella persona ora non ci ho più fine cattivo, non ci ho neppure più tentazioni. Sentite, voi che parlate così: nella Mauritania dicesi che vi sono certe orse le quali vanno a caccia delle scimie; le scimie, quando vedono le orse, salgono sugli alberi, e così da loro si salvano; ma l’orsa che fa? Si stende sul terreno e si finge morta, ed aspetta che le scimie scendano dall’albero; allorché poi le vede scese, si alza, le afferra e le divora. Così fa il demonio, fa vedere che la tentazione è morta; ma quando poi l’uomo è sceso a mettersi nell’occasione, fa sorgere la tentazione e lo divora. Oh quante miserabili anime, anche applicate allo spirito, e che faceano orazione mentale, si comunicavano spesso, e menavano vita santa, con mettersi poi all’occasione, sono rimaste schiave del demonio! Si riferisce nelle storie ecclesiastiche, che una santa donna la quale praticava l’officio pietoso di seppellire i martiri, una volta fra quelli ne trovò uno il quale non era ancora spirato, ella condusselo in sua casa, e con medici e rimedii lo guarì; ma che avvenne? Questi due santi (come poteano chiamarsi, l’uno che già era stato vicino a morire per la fede, l’altra che facea quell’officio con tanto rischio di essere perseguitata da’ tiranni) prima caddero in peccato e perderono la grazia di Dio, e poi, fatti più deboli per il peccato, rinnegarono anche la fede. Di ciò narra s. Macario un fatto simile di un vecchio che era stato mezzo bruciato dal tiranno per non voler rinnegare la fede; ma ritornato alla carcere, per sua disgrazia prese confidenza con una donna divota che serviva que’ martiri e cadde in peccato. Avverte lo Spirito santo che bisogna fuggire il peccato, come si fugge dalla faccia del serpente: Quasi a facie colubri fuge peccatum(Eccl. 21. 2.). Onde siccome si fugge non solo il morso del serpe, ma anche il toccarlo, ed anche l’accostarsegli vicino; così bisogna fuggire non solo il peccato, ma l’occasione del peccato, cioè quella casa, quella conversazione, quella persona. S. Isidoro dice che chi vuole star vicino al serpente, non passerà gran tempo e ne resterà offeso: Iuxta serpentem positus non erit diu illaesus(Lib. 2. solit.). Onde dice il Savio che se qualche persona facilmente può esserti di rovina, Longe fac ab ea viam tuam, et ne appropinques foribus domus eius(Prov. 5. 8.). Non solo dice, astienti di più accostarti a quella casa, la quale è fatta via dell’inferno per te (Via inferi domus eius (Prov. 7. 27.)); ma procura di non accostarti neppur vicino a quella, passane da lontano: Longe fac ab ea viam tuam. Ma io con lasciar quella casa perderò gl’interessi miei. È meglio perdere gl’interessi, che perdere l’anima e Dio. Bisogna persuadersi che in questa materia della pudicizia non vi è cautela che basti. Se vogliamo salvarci dal peccato e dall’inferno, bisogna che sempre temiamo e tremiamo, come ci esorta san Paolo: Cum metu et tremore vestram salutem operamini(Phil. 2. 12.). Chi non trema e si arrischia a porsi nelle occasioni cattive, difficilmente si salverà. E perciò fra le nostre preghiere dobbiamo replicare ogni giorno e più volte nel giorno quella preghiera del Pater noster: Et ne nos inducas in tentationem: Signore, non permettete che io mi trovi in quelle tentazioni che abbiano a farmi perdere la grazia vostra. La grazia della perseveranza da noi non può meritarsi, ma Dio certamente la concede, come dice s. Agostino, a chi la cerca, mentre ha promesso di esaudir chi lo prega; onde dice lo stesso santo che il Signore promittendo, debitorem se fecit.” (S. Alfonso M. de’ Liguori, Sermoni compendiati ,“Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. III, Torino 1880, p. 436ss., sermone XXII http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/__P31P.HTM )

Appunto perché: “ … siamo gravemente obbligati a schivare quelle occasioni pericolose che d’ordinario ci inducono a commettere peccato mortale, le quali si chiamano le occasioni prossime del peccato.” ( http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm) … è necessario che il vero proposito necessario per una valida Confessione contenga il proposito di fuggire le occasioni prossime di peccato, come spiegammo nel capitolo sulla contrizione.

Se siamo obbligati non solo a non peccare ma anche a fuggire le occasioni prossime di peccato, siamo altresì obbligati non solo a proporci di non peccare ma anche a proporci di fuggire le occasioni prossime di peccato.

Tornando in particolare al caso del peccato di omosessualità, tutti sono obbligati non solo a non peccare in tal modo, come visto nel paragrafo precedente, ma sono obbligati anche a fuggire le occasioni prossime di tale peccato, e sono altresì obbligati non solo a proporsi di non peccare ma anche a proporsi di fuggire le occasioni prossime di peccato.

Peraltro occorre considerare a riguardo della fuga delle occasioni di peccato anche quanto afferma s. Alfonso nel seguente testo: “ … se gli uomini attendessero a fuggire le male occasioni, da quanti peccati si asterrebbero, e così quante anime non resterebbero dannate! Il demonio senza l’occasione poco guadagna; ma quando la persona volontariamente si mette nell’occasione, specialmente di peccati disonesti, è moralmente impossibile che non vi cada.

31. In ciò bisogna distinguere l’occasione prossima dalla rimota. L’occasione rimota è quella che da per tutto si ritrova, o sia quella nella quale gli uomini di rado cadono in peccato. L’occasione prossima poi è quella che da sé ordinariamente induce a peccare, come sarebbe a’ giovani il praticare spesso senza necessità con donne di mal odore. Occasione prossima si chiama ancora quella in cui la persona spesso è caduta. Alcune occasioni che non sono prossime per gli altri, saranno nondimeno prossime per alcun particolare, che per la sua mala inclinazione, o per lo mal abito fatto frequentemente vi sarà caduto in peccato. Per tanto stanno in occasione prossima per 1. quelli che ritengono in casa qualche persona, con cui spesso han peccato. Per 2., quelli che vanno alle taverne, o a qualche casa particolare, ove spesso han peccato commettendo risse, o ubbriachezze, o impudicizie. Per 3., quelli che nel giuoco spesso han commesso frodi, risse, o bestemmie. Or tutti questi non possono essere assoluti, se non propongono fermamente di fuggir l’occasione; perché lo stesso esporsi a tali occasioni, ancorché talvolta non vi peccassero, è per essi colpa grave. E quando l’occasione è volontaria, ed è attualmente in essere, come insegnò s. Carlo Borromeo nella sua istruzione a’ confessori, il penitente non può essere assoluto, se prima in effetto non rimuove l’occasione; poiché essendo una cosa molto dura a tali penitenti il toglier l’occasione, se essi non la tolgono prima di ricever l’assoluzione, difficilmente la toglieranno dopo che sono stati assoluti.

32. Tanto meno poi è capace di assoluzione quegli che non volesse levar l’occasione, promettendo solamente di non cadervi più. Dimmi, fratello mio, ti fidi tu di fare che la stoppa posta sopra del fuoco non bruci? e così come puoi fidarti di metterti nell’occasione, e non cadere? Et erit fortitudo vestra (dice il profeta) ut favilla stuppae… et succendetur utrumque simul, et non erit qui extinguat1. La fortezza nostra è come quella della stoppa in resistere al fuoco. Una volta fu costretto un demonio a dire, qual predica fra tutte più gli dispiacesse; rispose, La predica dell’occasione. Al demonio basta che non si rimuova l’occasione, e non si cura di propositi, di promesse, di giuramenti; perché quando non si toglie l’occasione, il peccato non cesserà. L’occasione (specialmente in materia di senso) è come una benda che si mette d’avanti agli occhi, e non ci fa vedere più né Dio, né inferno, né paradiso. In somma l’occasione accieca, e quando uno è cieco, come può accertare più la via del paradiso? Camminerà la via dell’inferno, senza sapere dove va, e perché? perché non ci vede. Bisogna dunque a chi sta nell’occasione farsi forza per toglierla, altrimenti starà sempre in peccato.

33. E qui bisogna avvertire, che per alcuni più male inclinati, ed abituati in qualche vizio, specialmente nel vizio disonesto, certe occasioni che per altri sarebbero rimote, per essi saranno prossime, o quasi prossime; onde se non se ne allontanano, ritorneranno sempre al vomito.

34.Ma, padre (dirà taluno) io non posso allontanarmi da quella persona, non posso lasciar quella casa senza mio grave danno. Dunque volete dire che la vostra occasione non è volontaria, ma necessaria; e se è necessaria, bisogna che almeno, se non volete lasciarla, procuriate, che da prossima diventi rimota co’ mezzi che dovete usarvi. E quali sono questi mezzi? sono tre: la frequenza de’ sagramenti, l’orazione, e la fuga della famigliarità con quella persona con cui avete peccato. La frequenza de’ sagramenti della confessione e comunione per una via sarebbe ottimo mezzo; ma bisogna sapere, che nelle occasioni prossime necessarie d’incontinenza è un gran rimedio sospendere l’assoluzione, acciocché il penitente sia diligente in eseguire gli altri due mezzi, cioè il raccomandarsi a Dio frequentemente, e ‘l fuggir la famigliarità. Bisogna che rinnovi il proposito di non cadere sin dalla mattina, quando si leva; e poi preghi non solo nella mattina, ma più volte al giorno il Signore davanti il ss. sagramento, o davanti il crocifisso, e Maria ss., per ottener l’aiuto a non ricadere. L’altra cosa, a cui gli bisogna sommamente attendere, è di togliere ogni famigliarità colla persona complice, con non conversarvi da solo a solo, non mirarla in faccia, non discorrervi; e bisognando trattarvi per mera necessità, farlo di mala grazia, dimostrandosi come disgustato con qualche pretesto. E questa è la cosa più importante per fare che l’occasione, la quale era prossima, diventi rimota. … Ma per render rimote simili occasioni, non bastano né otto né quindici giorni, vi bisogna lungo tempo. 35. Ma se mai con tutti questi mezzi il penitente sempre tornasse a cadere, allora qual rimedio vi è? Allora il rimedio è quello del vangelo: Si oculus tuus dexter scandalizat te, erue eum, et proiice abs te1. Ancorché fosse l’occhio tuo diritto, bisogna che lo strappi, e lo butti da te lontano. È meglio, dice il Signore, esser privo dell’occhio, che averlo, e andarsene all’inferno. Dunque in tal caso o bisogna ad ogni conto allontanarsi dall’occasione, o esser dannato.” (S. Alfonso M. de Liguori “Istruzione al popolo” in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. VIII, Torino 1880 pp. 963 ss. http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PVU.HTM )

Sottolineo che, come dice s. Alfonso: per alcuni più inclinati al peccato impuro, anche omosessuale, ed abituati in qualche vizio, specialmente nel vizio disonesto, anche omosessuale, certe occasioni che per altri sarebbero rimote, per essi saranno prossime, o quasi prossime; onde se non se ne allontanano, ritorneranno sempre al peccato. Inoltre questa è la cosa più importante per fare che l’occasione, la quale era prossima, diventi rimota: togliere ogni famigliarità colla persona complice, con non conversarvi da solo a solo, non mirarla in faccia, non discorrervi; e bisognando trattarvi per mera necessità, farlo di mala grazia, dimostrandosi come disgustato con qualche pretesto. Questo significa anche che occorre allontanarsi dagli ambienti e dalle compagnie che ci spingono a peccare, perché con il loro nefasto influsso è facile tornare a peccare.

Per verificare come le affermazioni di s. Alfonso corrispondano sostanzialmente alla sana dottrina e non siano sostanzialmente superate e per precisarle ulteriormente si possono utilmente consultare J. Aertnys , C. A. Damen , “Theologia moralis secundum doctrinam s. Alfonsi de Ligorio Doctoris Ecclesiae” Marietti, 1967, II p. 425ss; B. H. Merkelbach, “Summa theologiae moralis ad mentem D. Thomae et ad normam iuris novi” Brugis – Belgica , 1962, III p. 633 ss.

Dio ci illumini.

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La Bibbia e la Tradizione non condannano solo gli atti omosessuali consumati ma anche altro e condannano anche l’esposizione alle occasioni prossime di peccato.

1)La Bibbia e la Tradizione non condannano solo gli atti omosessuali consumati ma anche altro e condannano anche l’esposizione alle occasioni prossime di peccato.

1,1)Precisazioni sugli atti omosessuali vietati dalla Legge divina.

Il Catechismo di s. Pio X ci ricorda anzitutto che il peccato impuro e ancora di più il peccato contro natura : “È un peccato gravissimo ed abominevole innanzi a Dio ed agli uomini; avvilisce l’uomo alla condizione dei bruti, lo trascina a molti altri peccati e vizi, e provoca i più terribili castighi in questa vita e nell’altra.”(Catechismo Maggiore di s. Pio X n. 425 )

Quindi lo stesso Catechismo ci ricorda che : “Il sesto comandamento: Non fornicare, ci proibisce ogni atto, ogni sguardo, ogni discorso contrario alla castità, e l’infedeltà nel matrimonio.” (Catechismo Maggiore di s. Pio X n. 425 )

E poco più avanti lo stesso Catechismo ribadisce che : “Il sesto comandamento ci ordina di essere casti e modesti negli atti, negli sguardi, nel portamento e nelle parole. Il nono comandamento ci ordina di essere casti e puri anche nell’interno, cioè nella mente e nel cuore. …” (Catechismo Maggiore di s. Pio X n. 428)

I peccati contro tale comandamento si sostanziano in pensieri, parole, opere, omissioni.

Andando a vedere più direttamente gli atti vietati dal sesto comandamento e quindi vietati anche in riferimento all’omosessualità s. Alfonso afferma che non solo sono peccati gli atti consumati ma anche i pensieri acconsentiti e tutti i toccamenti sessuali, tutti gli sguardi impuri, tutte le parole oscene (cfr. S. Alfonso M. de Liguori “Istruzione al popolo” in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. VIII, Torino 1880 p. 937 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PVH.HTM#$6O1 ).

Andando più direttamente alle opere vietate da tale comandamento riguardo all’omosessualità spiega s. Alfonso che è peccato particolarmente grave anzitutto la sodomia che è coito di una persona con altra dello stesso sesso in qualsiasi parte del corpo si attui l’unione:“… coitus feminae cum femina, et masculi cum masculo, perfecta est sodomia, in quacumque parte corporis fiat congressus” (cfr. S. Alfonso M. de Liguori “Istruzione al popolo” in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. VIII, Torino 1880 p. 176 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PX8.HTM )

La sodomia rientra tra gli atti impuri consumati contro natura.

Tra gli atti impuri non consumati vanno annoverati invece i toccamenti di vario genere , di cui parla s. Alfonso qui di seguito: “De tactibus. Extra matrimonium mortales sunt omnes tactus, oscula, et amplexus ob delectationem carnalem exerciti; omnes enim eiusdem sunt naturae quam actus consummatus; ut ex propos. 40. damnata ab Alex. VII.” ( S. Alfonso M. de’ Liguori “Istruzione e pratica del confessore” “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX, Torino 1880, pag. 171 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PX6.HTM )

Sono quindi peccati gravi tutti i toccamenti, baci e abbracci attuati per piacere carnale anche omosessuale.

Peccato grave è anche la visione di immagini o video erotici e più generalmente la pornografia anche di tipo omosessuale, il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma a riguardo al n. 2354: “ La pornografia consiste nel sottrarre all’intimità dei partner gli atti sessuali, reali o simulati, per esibirli deliberatamente a terze persone.”

La persona omosessuale deve anche, con sapienza e prudenza, evitare la visione delle parti intime delle persone del suo stesso sesso in modo simile alle persone eterosessuali che, come dice s. Alfonso, devono appunto evitare di guardare quelle stesse parti di persone dell’altro sesso: “II. De aspectibus. Aspicere verenda personae diversi sexus, difficulter excusatur unquam a mortali, nisi forte aspectus fiat e loco valde longinquo, et ita obiter, ut nullum periculum delectationis adsit. Et etiam loquendo de verendis personae eiusdem sexus, non excusarem a mortali virum morose et delectabiliter aspicientem pulchrum adolescentem nudum.”( S. Alfonso M. de’ Liguori “Istruzione e pratica del confessore” “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX, Torino 1880, pag. 171 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PX6.HTM )

Peccato grave è la prostituzione anche di tipo omosessuale. Il Catechismo della Chiesa cattolica afferma al n. 2355 : “ La prostituzione offende la dignità della persona che si prostituisce, ridotta al piacere venereo che procura. Colui che paga pecca gravemente contro se stesso: viola la castità, alla quale lo impegna il Battesimo e macchia il suo corpo…”

Ovviamente grave è anche lo stupro come spiega lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica al n.

2356: “ Lo stupro indica l’entrata con forza, mediante violenza, nell’intimità sessuale di una persona.”

Peccato particolarmente grave è lo stupro fatto a bambini specie se dello stesso sesso; più generalmente è peccato particolarmente grave il peccato impuro, specie se omosessuale, attuato con bambini, che vengono in questo modo corrotti.

S. Alfonso ci ricorda anche che riguardo : ” .. a’ moti dell’appetito sensitivo circa un oggetto gravemente malo. … nelle dilettazioni carnali .. siamo (secondo la sentenza comune de’ dd.) obbligati sotto colpa grave a resistere positivamente; perché queste, quando son veementi, facilmente posson tirarsi il consenso della volontà, s’ella positivamente non vi resiste ( Lib. 5. n. 7).”( S. Alfonso M. de’ Liguori “Istruzione e pratica del confessore” “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX, Torino 1880, pag. 70 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PWP.HTM#2EJ )

Spiega ancora s. Alfonso che appunto per superare queste dilettazioni carnali con la tentazione che esse ci causano : ” … giovano i pensieri divoti o della passione di Gesù Cristo, o dell’inferno, o della morte, pensando, ch’ella potrebbe avvenire nell’atto del peccato: e molto anche giova pensare al rimorso che dopo commesso il peccato la povera anima avrebbe da sentire di aver perduto Dio. Ma sovra tutto giova, anzi è necessario ricorrere in tali tentazioni all’orazione, poiché (come disse Salomone) la castità non si ottiene da Dio, che coll’orazione … “( S. Alfonso M. de’ Liguori “Istruzione e pratica del confessore” “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX, Torino 1880, pag. 70 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PWP.HTM#2EJ ) Riguardo ai peccati di omissione occorre considerare quello che dice s. Alfonso : “37. Si noti per II. che per li peccati d’omissione sempre si ricerca l’atto positivo e deliberato della volontà nel consentire di omettere l’opera precettata, come bene insegnano Gonet, Filliuc., ed i Salmaticesi, … Di più si avverta, che i peccati di omissione che provengono da qualche causa prima posta, non s’imputano già allorché si omette il precetto, ma dal tempo che si è posta la causa, come ben dicono Sanch., Bonac., Becano, Filliuc., ecc. contro d’altri. Che perciò chi mette la causa prevedendo già l’effetto, per esempio se alcuno si ubbriaca prevedendo, che lascierà la messa, costui ancorché avvenisse che poi ascoltasse la messa, pure dee confessarsi del peccato di omissione, al quale acconsentì nel mettere la causa dell’ubbriachezza4.”( S. Alfonso M. de’ Liguori “Istruzione e pratica del confessore” “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX, Torino 1880, pag. 71 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PWP.HTM#2EJ )

Quindi chi omette volontariamente di sottrarsi a chi vuole compiere con lui un peccato impuro di tipo omosessuale pecca gravemente. In modo simile chi pone una certa causa prevedendo l’effetto del peccato impuro omosessuale pecca gravemente.

1,2)Precisazioni sui pensieri impuri omosessuali vietati dalla Legge divina.

Le Scritture Sacre, così come interpretate dalla Tradizione, non solo condannano gli atti omosessuali consumati ma anche i desideri, consentiti, di tali atti.

Il nono comandamento afferma « Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo » (Es 20,17)

Nel Vangelo leggiamo “Io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.”. (Matteo 5,28) Non è, quindi vietato solo l’atto ma anche il desiderio dello stesso.

Secondo la tradizione catechistica cattolica, il nono comandamento proibisce lo smodato desiderio o concupiscenza della carne cioè ordinato alla sessualità peccaminosa (Cf 1 Gv 2,16). (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2514) Si tratta di un desiderio veemente che è un moto dell’appetito sensibile che si oppone ai dettami della retta ragione umana guidata dalla fede; rientra nella “carne” che si oppone allo « spirito ». (Cf Gal 5,16.17.24; Ef 2,3), è conseguenza della disobbedienza del primo peccato (Cf Gn 3,11) produce disordine nelle facoltà morali dell’uomo e, senza essere in se stessa una colpa, inclina l’uomo a commettere il peccato. (Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 5: DS 1515)

Più precisamente, come spiega il Catechismo Maggiore di s. Pio X : “. … Il nono comandamento proibisce espressamente ogni desiderio contrario alla fedeltà che i coniugi si sono giurata nel contrarre matrimonio: e proibisce pure ogni colpevole pensiero o desiderio di azione vietata dal sesto comandamento. …

I pensieri che ci vengono in mente contro la purità, per se stessi non sono peccati, ma piuttosto tentazioni e incentivi al peccato. …

I pensieri cattivi, ancorché siano inefficaci, sono peccati quando colpevolmente diamo loro motivo, o vi acconsentiamo, o ci esponiamo al pericolo prossimo di acconsentirvi. …

Il sesto comandamento ci ordina di essere casti e modesti negli atti, negli sguardi, nel portamento e nelle parole. Il nono comandamento ci ordina di essere casti e puri anche nell’interno, cioè nella mente e nel cuore. …” (Catechismo Maggiore di s. Pio X n. 424.426ss)

Il nono comandamento quindi condanna non solo i desideri ma più generalmente tutti i pensieri impuri quando colpevolmente diamo loro motivo, o vi acconsentiamo, o ci esponiamo al pericolo prossimo di acconsentirvi. …

Cerchiamo di capire meglio.

S. Alfonso spiega che : “Tra’ pensieri peccaminosi debbon distinguersi tra loro il desiderio, il gaudio (o sia la compiacenza), e la dilettazione morosa. Il desiderio riguarda il tempo futuro, ed è quando l’uomo ambisce deliberatamente di consumare un’opera mala: questo desiderio si dice efficace, quando la persona propone di eseguirlo; inefficace, quando consente all’intenzione di porlo in esecuzione, se potesse, v. g. dicendo: se potessi prendermi il tesoro della chiesa, me lo prenderei. Il gaudio poi riguarda il tempo passato, ed è quando l’uomo si compiace del male già fatto. La dilettazione morosa finalmente riguarda il tempo presente, ed è quando alcuno s’immagina presente l’opera del peccato, e di quella si diletta come allora l’eseguisse. E si chiama morosa, non per ragione che vi bisogni gran timore per costituire il peccato, perché egli può farsi in un momento; ma per ragione della dimora deliberata che vi fa la volontà (1 Lib. 5. n. 15).”( S. Alfonso M. de’ Liguori “Istruzione e pratica del confessore” “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX, Torino 1880, pag. 71 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PWP.HTM#2EJ )

S. Alfonso spiega più ampiamente riguardo ai pensieri peccaminosi che : “Di più debbono confessarsi tutti i pensieri disonesti. Alcuni ignoranti credono che solamente gli atti impudici hanno da confessarsi; no, si han da spiegare al confessore tutti i mali pensieri acconsentiti. Le leggi umane proibiscono le sole opere esterne, perché gli uomini vedono solamente quel che apparisce di fuori: ma Dio che vede i cuori condanna ancora tutte le male volontà. Homo videt ea quae patent, Dominus autem intuetur cor (1. Reg. 16. 7). E ciò va per li pensieri acconsentiti in ogni specie di peccato. In somma tutto ciò ch’è male a farsi, innanzi a Dio è peccato a desiderarlo.

2. Ho detto pensieri acconsentiti; onde bisogna saper distinguere, quando il cattivo pensiero è peccato mortale, quando è peccato veniale, e quando non è affatto peccato. Nel peccato di pensiero vi concorrono tre cose, la suggestione, la dilettazione ed il consenso. La suggestione è quel primo pensiero di far male che si affaccia alla mente. Questo non è peccato, anzi quando la volontà subito lo rigetta, si acquista merito. Scrive s. Antonino: Quoties resistis, toties coronaris. Anche i santi sono stati tormentati da questi mali pensieri. S. Benedetto per superare una volta una simile tentazione si buttò dentro le spine. S. Pietro di Alcantara si buttò dentro uno stagno gelato. Anche san Paolo scrive che stava tentato contro la castità: Datus est mihi stimulus carnis meae, angelus Satanae, qui me colaphizet (2. Cor. 12. 7). Onde pregò più volte il Signore d’esserne liberato: Propter quod ter Dominum rogavi, ut discederet a me. Il Signore però non volle liberarnelo, ma gli disse: Ti basta la grazia mia: Et dixit mihi: Sufficit tibi gratia mea. E perché non volle liberarnelo? Acciocché il santo più meritasse col resistere alla tentazione: Nam virtus in infirmitate perficitur(2. Cor. 12. 7). Dice s. Francesco di Sales che quando il ladro bussa da fuori, è segno che non si trova dentro; e così quando il demonio tenta è segno che l’anima sta in grazia. S. Catarina da Siena una volta per tre giorni fu molto afflitta dal demonio con tentazioni impure; dopo i tre giorni le apparve il Signore per consolarla; allora la santa gli dimandò: Ah mio Salvatore, e dove siete stato in questi tre giorni? E ‘l Signore le rispose: Sono stato nel cuor tuo a darti forza per resistere alle tentazioni. Ed appresso le fe’ vedere il di lei cuore più purificato.

3. Dopo la suggestione viene la dilettazione. Quando la persona non è accorta a scacciare subito la tentazione, e si mette a discorrere con quella, ecco la tentazione che subito comincia a dilettare, e così la va tirando al consenso. Finché la volontà non consente non v’è peccato mortale; ma solamente veniale; ma se l’anima allora non ricorre a Dio, e non fa forza per resistere alla dilettazione, facilmente quella si tirerà il consenso. Nisi quis repulerit delectationem, delectatio in consensum transit, et occidit animam, dice s. Anselmo (De simil. c. 40.). Una donna tenuta per santa assalita da un mal pensiero con un suo servo, trascurò di subito discacciarlo; onde già mentalmente cadde in peccato. Dopo ciò commise un peccato più grave, perché si vergognò di confessarsi di quella mala compiacenza, e così morì l’infelice; ma perché era tenuta per santa, il vescovo per sua divozione la fe’ seppellire nella sua cappella. Nella mattina appresso la defunta gli apparve tutta cinta di fuoco; allora gli confessò, ma senza profitto ch’ella era dannata per quel mal pensiero acconsentito.

4. Dato poi che si è il consenso l’anima già perde la grazia di Dio, e resta condannata all’inferno subito che acconsente al desiderio di commettere il peccato, o che si diletta pensando a quell’atto disonesto come se allora lo commettesse; e questa si chiama dilettazione morosa, ch’è differente dal peccato di desiderio. Cristiani miei, state attenti a discacciar subito che si affacciano questi mali pensieri, con ricorrere subito per aiuto a Gesù ed a Maria. Chi fa l’abito ad acconsentire a pensieri disonesti, si mette in gran pericolo di morire in peccato, primieramente perché questi peccati di pensiero sono più facili a commettersi; uno in un quarto d’ora può far mille mali pensieri, e ad ogni pensiero acconsentito gli tocca un inferno a parte. In punto di morte il moribondo non può commettere peccati d’opera perché allora non si può muovere, ma ben può commettere

peccati di pensiero, e ‘l demonio a questi pensieri tenta gagliardamente i poveri moribondi. S. Eleazaro, come narra il Surio, in punto di morte ebbe tante e tali tentazioni di mali pensieri, che esclamò poi: Oh quanto è grande la forza dei demoni in punto di morte! Il santo vinse i demoni, perché avea fatto l’abito a discacciare i mali pensieri: ma guai a coloro che avranno fatto l’abito ad acconsentirvi! Narra il p. Segneri che vi fu un peccatore di questi che spesso acconsentiva in vita a’ mali pensieri: stando in morte si confessò con gran dolore de’ suoi peccati, onde lo teneano per salvo: ma dopo la morte comparve, e disse che si era dannato: disse che la sua confessione era stata buona, e Dio l’avea già perdonato, ma che prima di morire il demonio gli pose avanti, che se fosse campato, sarebbe stata un’ingratitudine abbandonar quella donna che tanto l’amava; questa prima tentazione egli la discacciò: venne la seconda, ed allora si fermò alquanto a discorrerci, ed anche la discacciò: venne la terza, e vi acconsentì, e così disse ch’era morto in peccato, e si era dannato.

5)Fratello mio, non dire più, come dicono alcuni, che il peccato disonesto è poco peccato, e che Dio lo compatisce. Che dici? ch’è poco peccato? ma è peccato mortale, e se è peccato mortale, un peccato di questi, anche di solo pensiero, basta a mandarti all’inferno. Omnis fornicator… non habet haereditatem in regno Christi, dice s. Paolo (1 Eph. 5. 5). È poco peccato? anche i gentili diceano, esser questo vizio il peggiore del mondo per li molti mali effetti che cagiona. Seneca( Comp. ad Helviam.). Maximum seculi malum impudicitia. E Cicerone (L. de senect.): Nullam esse capitaliorem pestem, quam voluptatem corporis. E parlando de’ santi, s. Isidoro scrisse che non vi è peccato peggior di questo: Quodcumque peccatum dixeris, nihil huic sceleri aequale reperies (Tom. 1. orat. 21.).”( S. Alfonso M. de Liguori “Istruzione al popolo” in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. VIII, Torino 1880 pp. 937 ss http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PVH.HTM#$6O1 )

Sono, dunque, peccati gravi anche i pensieri impuri omosessuali acconsentiti di cui abbiamo parlato finora.

Come dicemmo sopra:“Il sesto comandamento ci ordina di essere casti e modesti negli atti, negli sguardi, nel portamento e nelle parole. Il nono comandamento ci ordina di essere casti e puri anche nell’interno, cioè nella mente e nel cuore. …” (Catechismo Maggiore di s. Pio X n. 428)

1,3)Precisazioni sulle occasioni prossime di peccato impuro contro natura che occorre fuggire.

Dio ci illumini sempre meglio.

Nel Vangelo è scritto: “Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.” (Marco 9, 43 ss)

Come insegna la sana dottrina, non solo sono vietati gli atti omosessuali di cui abbiamo parlato finora, i pensieri, le parole … è vietato anche esporsi alle occasioni prossime di peccato. Trattammo in modo molto approfondito il tema dell’obbligo di fuggire le occasioni prossime di peccato allorché parlammo della contrizione, in un dei primi capitoli di questo libro, rimandiamo a quella trattazione per un esame approfondito dell’ argomento, qui riportiamo una breve sintesi, più direttamente indirizzata all’argomento di questo paragrafo, di quanto dicemmo.

È un grave precetto naturale evitare l’occasione prossima volontaria di peccato mortale, si vedano in particolare su questo punto i testi di Papa Alessandro VII ( cfr. Heinrich Denzinger

“Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hunermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 2061) e di Papa Innocenzo XI ( cfr. Heinrich Denzinger

“Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hunermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 2161, 2162, 2163). Nell’ Atto di dolore riaffermiamo proprio la necessaria fuga dalle occasioni prossime di peccato allorché diciamo: “ … propongo … di fuggire le occasioni prossime di peccato.”

Il Catechismo di s. Pio X ci offre importanti precisazioni e approfondimenti riguardo a ciò che stiamo dicendo: “739 Siamo noi gravemente obbligati a schivare tutte le occasioni pericolose? Noi siamo gravemente obbligati a schivare quelle occasioni pericolose che d’ordinario ci inducono a commettere peccato mortale, le quali si chiamano le occasioni prossime del peccato.” ( http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm )

S. Giovanni Paolo II affermò “Questi due momenti – il momento della conversione e il momento della vocazione – hanno un’importanza determinante nella vita di ogni cristiano. Si può dire che in essi si sviluppi tutta l’economia salvifica di Dio a riguardo dell’uomo, e nell’ambito di questa divina economia l’uomo viene maturando dall’interno. Questa maturazione presuppone l’allontanamento dal male, la rottura con il peccato, l’estirpamento delle brutte predisposizioni, la lotta a volte dura con le occasioni di peccato, il superamento delle passioni: tutto il grande lavoro interiore, grazie al quale l’uomo si allontana da tutto ciò che in lui si oppone a Dio e alla sua volontà, e si avvicina a quella santità, la cui pienezza è Dio stesso.” ( Omelia di Domenica 24 gennaio 1982 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1982/documents/hf_jp-ii_hom_19820124_visita-parrocchia.html )

S. Tommaso dice, commentando il s. Vangelo con un testo tratto dalla Glossa: “Glossa. Quia non solum peccata vitanda sunt, sed et occasiones peccatorum tollendae, postquam docuit vitare moechiae peccatum, non solum in opere, sed etiam in corde, consequenter docet occasiones peccatorum abscindere, dicens quod si oculus tuus dexter scandalizat te.” (Catena in Mt., cap. 5 l. 17) Occorre dunque sulla base del s. Vangelo, secondo il testo riportato dal s. Dottore Angelico e da lui apprezzato, non solo evitare i peccati ma togliere le occasioni di peccato. Più generalmente possiamo dire che, secondo s. Tommaso, anche dall’ A. T. emerge l’obbligo di fuggire le occasioni prossime di peccato; infatti chi si converte a Cristo deve evitare il peccato e le occasioni di peccato, spiega il Dottore Angelico riportando proprio un testo dell’A.T.:“Item qui convertitur, debet non solum vitare peccatum, sed etiam occasionem peccati; Eccli. XXI, v. 2: quasi a facie colubri, fuge peccatum.” ( Super Mt. [rep. Leodegarii Bissuntini], cap. 15 l. 2. ) Che la Bibbia faccia emergere questo obbligo di fuggire le occasioni prossime di peccato lo ribadisce più ampiamente s. Tommaso in un testo in cui spiega che per trionfare sul peccato della carne occorre, tra l’altro, fuggire le occasioni esteriori di peccato: “Et sciendum quod in fugiendo istud peccatum oportet multum laborare, cum sit intrinsecum: difficilius enim vincitur inimicus familiaris. Vincitur autem quatuor modis. Primo occasiones exteriores fugiendo, ut puta malam societatem, et omnia inducentia occasionaliter ad hoc peccatum. Eccli. IX, 5-9: virginem ne conspicias, ne forte scandalizeris in decore illius (…) noli circumspicere in vicis civitatis, nec oberraveris in plateis illius. Averte faciem tuam a muliere compta, et ne circumspicias speciem alienam. Propter speciem mulieris multi perierunt, et ex hoc concupiscentia quasi ignis exardescit. Prov. VI, 27: nunquid potest homo abscondere ignem in sinu suo, ut vestimenta illius non ardeant? Et ideo praeceptum fuit Lot ut fugeret ab omni circa regione, Gen. XIX, 17. ”( Collationes in decem praeceptis a. 12) . Come si vede, nel testo appena presentato, s. Tommaso riporta vari passi biblici che affermano la necessità di fuggire l’ occasione prossima di peccato. La Bibbia, ben interpretata, ci guida alla prudenza e alla fuga dalle occasioni di peccato. Spiega ancora l’Angelico che la risurrezione spirituale in Cristo a vita nuova implica che evitiamo ciò che erano prima per noi occasioni e causa di morte e di peccato: “Quarto ut resurgamus ad vitam novam et gloriosam; ut scilicet vitemus omnia quae prius fuerant occasiones et causa mortis et peccati. Rom. VI, 4: quomodo Christus surrexit a mortuis per gloriam patris, ita et nos in novitate vitae ambulemus. Et haec nova vita est vita iustitiae, quae innovat animam, et perducit ad vitam gloriae. Amen.” ( In Symbolum Apostolorum a. 5 in fine) S. Tommaso spiega ulteriormente “Glossa. Quia non solum peccata vitanda sunt, sed et occasiones peccatorum tollendae, postquam docuit vitare moechiae peccatum, non solum in opere, sed etiam in corde, consequenter docet occasiones peccatorum abscindere, dicens quod si oculus tuus dexter scandalizat te.” (Catena in Mt., cap. 5 l. 17) Occorre dunque non solo evitare i peccati ma togliere le occasioni di peccato, non tutte ma quelle che noi diremmo prossime di peccato, cioè quelle occasioni non togliendo le quali, non è possibile evitare il peccato, dice infatti s. Tommaso:“ Et praeterea non est necessarium omnes occasiones peccati confiteri, sed solum illas sine quarum abscissione sufficiens remedium adhiberi non potest.” (Super Sent., lib. 4 d. 22 q. 1 a. 4 ad 3.) Occorre allontanare ciò che scandalizza, cioè l’occasione di peccato, spiega s. Tommaso, perché è meglio soffrire qualsiasi male temporale che la pena eterna! “Quod corrigit in agendis, est manus: quod supportat, est pes; unde Iob XXIX, 15: oculus fui caeco, et pes claudo. Unde si manus tua, idest ille qui dirigit operationem tuam, vel pes, idest ille qui sustentat te, scandalizat te, idest occasio peccati est tibi, abscinde eum et proiice abs te. Et reddit causam bonum est tibi etc., quia melius est quodcumque malum temporale pati, quam mereri poenam aeternam.” ( Super Mt., cap. 18 l.1 )

Notate bene: occorre allontanare ciò che scandalizza, cioè l’occasione di peccato, spiega s. Tommaso, perché è meglio soffrire qualsiasi male temporale che la pena eterna …. e ciò vale anche per coloro che convivono more uxorio … vale anche per i divorziati risposati : occorre allontanare ciò che scandalizza, cioè l’occasione di peccato, spiega s. Tommaso, perché è meglio soffrire qualsiasi male temporale che la pena eterna …

S. Tommaso si ottenga sapienza divina e santa prudenza per fuggire il peccato.

1,3,1)Importanti precisazioni di s. Alfonso M. de’ Liguori riguardo all’obbligo che abbiamo di fuggire le occasioni prossime di peccato.

S. Alfonso M. de’ Liguori tratta lungamente e profondamente della fuga delle occasioni di peccato nelle sue opere, particolarmente importante qui mi pare riportare quello che egli afferma in uno dei suoi Sermoni

“Del fuggire le male occasioni.

… Scrive s. Tommaso l’angelico su questo fatto, che il Signore, misticamente parlando, volle con ciò farci intendere ch’egli non entra nelle anime nostre, se non quando esse tengono chiuse le porte de’ sensi: Mystice per hoc datur intelligi, quod Christus nobis apparet, quando fores, idest sensus sunt clausi. Se dunque vogliamo che Gesù Cristo abiti in noi bisogna che teniamo chiuse le porte de’ nostri sensi alle male occasioni; altrimenti il demonio ci renderà suoi schiavi. E ciò voglio oggi dimostrarvi, il gran pericolo in cui si mette di perdere Dio chi non fugge le male occasioni. Abbiamo nelle sacre Scritture, che risorse Cristo e risorse Lazaro; Cristo però risorse, e non tornò a morire, come scrisse l’apostolo: Christus resurgens ex mortuis, iam non moritur(Rom. 6. 9.). Lazaro all’incontro risorse e tornò a morire. Riflette Guerrico abate che Cristo risorse sciolto, ma Lazaro risorse ligatus manibus et pedibus(Matth. 22. 13). Povero, soggiunge poi quest’autore, chi risorge dal peccato, ma legato da qualche occasione cattiva, questi tornerà a morire per perdere la divina grazia. Chi dunque vuol salvarsi, non solo dee lasciare il peccato, ma anche l’occasione di peccare, cioè quella corrispondenza, quella casa, quei cattivi compagni e simili occasioni che incitano al peccato. Per il peccato originale si è intromessa in tutti noi la mala inclinazione a peccare, cioè a fare quel che ci vien proibito; onde si lamentava s. Paolo, che provava in se stesso una legge contraria alla ragione: Video autem aliam legem in membris meis, repugnantem legi mentis meae, et captivantem me in lege peccati(Rom. 7. 23). Quando poi vi è l’occasione presente, ella sveglia con gran violenza l’appetito malvagio, al quale allora è molto difficile il resistere; poiché Dio nega gli aiuti efficaci a chi volontariamente si espone all’occasione: Qui amat periculum, in illo peribit(Eccl. 3. 27.). Spiega s. Tommaso l’angelico: Cum exponimus nos periculo, Deus nos derelinquit in illo. Chi non fugge il pericolo, resta dal Signore in quello abbandonato. Dice pertanto s. Bernardino da Siena, che il migliore di tutti i consigli, anzi quasi il fondamento della religione, è il consiglio di fuggire le occasioni di peccare: Inter consilia Christi, unum celeberrimum, et quasi religionis fundamentum est, fugere peccatorum occasiones. Scrive s. Pietro che il demonio circuit quaerens quem devoret(1. Petr. 5. 8.). Il nemico gira sempre d’intorno ad ogni anima per entrarvi a pigliarne il possesso; e perciò va trovando di mettere avanti l’occasione del peccato, per cui il demonio entra nell’anima: Explorat, dice s. Cipriano, an sit pars cuius aditu penetret. Quando l’anima lasciasi indurre ad esporsi nell’occasione, il demonio facilmente entrerà in essa e la divorerà. Questa fu la causa della rovina dei nostri primi progenitori, il non fuggire l’occasione. Iddio avea lor proibito non solo di mangiare il pomo vietato, ma anche il toccarlo; così rispose la stessa Eva al serpente che la tentava a cibarsene: Praecepit nobis Deus ne comederemus et ne tangeremus illud(Gen. 3. 3.). Ma l’infelice vidit, tulit, comedit: prima cominciò a guardar quel frutto, poi lo prese in mano e poi lo mangiò. E ciò accade ordinariamente a tutti coloro che volontariamente si mettono all’occasione. Quindi il demonio costretto una volta dagli esorcismi a dire qual predica fra tutte fosse quella che più gli dispiacesse, confessò esser la predica di fuggir l’occasione; e con ragione, mentre il nemico si ride di tutti i nostri propositi e promesse fatte a Dio; la maggior sua cura è d’indurci a non fuggir l’occasione; perché l’occasione è come una benda che ci si mette davanti gli occhi, e non ci lascia più vedere né lumi ricevuti, né verità eterne, né propositi fatti; insomma ci fa scordare di tutto, e quasi ci sforza a peccare. Scito quoniam in medio laqueorum ingredieris(Eccl. 9. 20.). Chi nasce nel mondo, entra in mezzo ai lacci. Onde avverte il Savio che chi vuole essere sicuro da questi lacci, bisogna che se ne guardi e se ne allontani: Qui cavet laqueos securus erit(Prov. 11. 15). Ma se invece di allontanarsi dai lacci taluno a quelli si accosta, come potrà restarne libero? Perciò Davide, dopo che con tanto suo danno avea imparato il pericolo che reca l’esporsi alle cattive occasioni, dice che per conservarsi fedele a Dio, si avea proibito di accostarsi ad ogni occasione che potea condurlo a ricadere: Ab omni via mala prohibui pedes meos, ut custodiam mandata tua(Psal. 118. 101.). Non solo dice da ogni peccato, ma da ogni via mala che conduce al peccato. Non manca al demonio di trovar pretesti per farci credere che quell’occasione, alla quale ci esponiamo, non sia volontaria, ma necessaria. Quando l’occasione è veramente necessaria, il Signore non lascerà di darci il suo aiuto a non cadere, se non la fuggiamo, ma alle volte noi ci fingiamo certe necessità, che siano tali che bastino a scusarci. Scrive s. Cipriano: Nunquam securus cum thesauro latro tenetur inclusus, nec inter unam caveam habitans cum lupo tutus est agnus(L. de Sing. Cler.). Parla s. Cipriano contro coloro che non vogliono levar l’occasione, e poi dicono: Non ho paura di cadere. Non mai, dice il santo, può tenersi sicuro alcuno del suo tesoro, se insieme col tesoro seco si tiene chiuso il ladro, né l’agnello può star sicuro della sua vita, se vuole stare dentro la caverna insieme col lupo; e così niuno può star sicuro di conservar il tesoro della grazia se vuol rimanere nell’occasione del peccato. Dice s. Giacomo che ogni uomo ha dentro di sé un gran nemico, cioè la mala inclinazione che lo tenta a peccare: Unusquisque tentatur a concupiscentia sua abstractus et illectus(Iac. 1. 14.). Or se poi non fugge da quelle occasioni che lo tentano di fuori, come potrà resistere e non cadere? Perciò mettiamoci avanti gli occhi quell’avvertimento generale che ci diede Gesù Cristo per vincere tutte le tentazioni e salvarci: Si oculos tuus dexter scandalizat te, erue eum et proiice abs te(Matth. 5. 29.). Se vedi che l’occhio tuo destro è causa di dannarti, bisogna che lo svelli e lo gitti da te lontano: proiice abs te: viene a dire che dove si tratta di perder l’anima, bisogna fuggire ogni occasione. Dicea s. Francesco d’Assisi, come io riferii in un altro sermone, che il demonio a certe anime che hanno timore di Dio, non cerca da principio di legarle colla fune di un peccato mortale, perché quelle spaventate dalla vista di un peccato mortale, fuggirebbero e non si farebbero legare; per tanto procura l’astuto di legarle con un capello, che non mette gran timore; perché così poi gli riuscirà più facile di accrescere i legami, finché le renda sue schiave. Onde chi vuol essere libero da tal pericolo, dee spezzare da principio tutti i capelli, cioè tutte le occasioni, quei saluti, quei biglietti, quei regalucci, quelle parole affettuose. E parlando specialmente di chi ha avuto l’abito all’impudicizia, non gli basterà il fuggire le occasioni prossime; se non fugge anche le rimote, facilmente di nuovo tornerà a cadere. L’impudicizia è un vizio, dice s. Agostino, che fa guerra a tutti, e rari son quelli che ne escono vincitori: Communis pugna et rara victoria. Quanti miseri che han voluto porsi a combattere con questo vizio, ne sono restati vinti? Ma no, dice il demonio ad alcuno, per indurlo ad esporsi all’occasione, non dubitare che non ti farai vincere dalla tentazione: Nolo, risponde s. Girolamo, pugnare spe victoriae, ne perdam aliquando victoriam. No, non voglio pormi a combattere colla speranza di vincere, perché ponendomi volontariamente a combattere, un giorno resterò perditore, e perderò l’anima e Dio. In questa materia vi bisogna un grande aiuto di Dio per non restar vinto, e perciò dalla parte nostra, per renderci degni di questo aiuto divino, è necessario fuggir l’occasione; e bisogna continuamente raccomandarsi a Dio per osservar la continenza, noi non abbiamo forza di conservarla. Iddio ce l’ha da concedere: Et ut scivi, diceva il Savio, quoniam aliter non possem esse continens, nisi Deus det… adii Dominum, et deprecatus sum illum(Sap. 8. 21.). Ma se ci esporremo all’occasione, come dice l’apostolo, noi stessi provvederemo di armi la nostra carne ribelle a far guerra all’anima: Sed neque exhibeatis membra vestra arma iniquitatis peccato(Rom. 6. 13.). Spiega in questo passo s. Cirillo Alessandrino, e dice: Tu das stimulum carni tuae, tu illam adversus spiritum armas et potentem facis. In questa guerra del vizio disonesto, dicea san Filippo Neri, che vincono i poltroni, cioè quei che fuggono l’occasione; all’incontro chi si mette all’occasione, arma la sua carne e la rende così potente, che sarà moralmente impossibile il resistere. Dice Iddio ad Isaia: Clama: Omnis caro foenum(Isa. 40. 6.). Or se ogni uomo è fieno, dice s. Gio. Grisostomo, che il voler mantenersi puro l’uomo, quando volontariamente si mette nell’occasione di peccare, è lo stesso che pretendere di mettere la fiaccola nel fieno, senza che il fieno si bruci: Lucernam in foenum pone, ac tum aude negare, quod foenum exuratur. No, scrive s. Cipriano, non è possibile stare in mezzo alle fiamme e non ardere: Impossibile est flammis circumdari et non ardere(De Sing. Cler.). E lo stesso disse prima lo Spirito santo, dicendo essere impossibile il camminar sulle brace e non bruciarsi i piedi: Numquid potest homo ambulare super prunas, ut non comburantur plantae eius(Prov. 6. 27. 28.)? Il non bruciarsi sarebbe un miracolo; scrive s. Bernardo che il conservarsi casto uno che si espone all’occasione prossima, sarebbe maggior miracolo che risuscitare un morto: Maius miraculum est, quam mortuum suscitare, son le parole del santo. Dice s. Agostino(In psal. 5.): In periculo qui non vult fugere vult perire. Onde poi scrive in altro luogo, che chi vuol vincere e non perire dee fuggir l’occasione: In occasione peccandi apprehende fugam, si vis invenire victoriam(Serm. 250. de temp.). Taluni scioccamente si fidano della loro fortezza, e non vedono che la loro fortezza è simile alla fortezza della stoppa che è posta sulla fiamma: Et erit fortitudo vestra, ut favilla stuppae(Isa. 1. 31.). Si lusingano altri sulla mutazione di vita che han fatta, sulle confessioni e promesse fatte a Dio, dicendo: per grazia del Signore con quella persona ora non ci ho più fine cattivo, non ci ho neppure più tentazioni. Sentite, voi che parlate così: nella Mauritania dicesi che vi sono certe orse le quali vanno a caccia delle scimie; le scimie, quando vedono le orse, salgono sugli alberi, e così da loro si salvano; ma l’orsa che fa? Si stende sul terreno e si finge morta, ed aspetta che le scimie scendano dall’albero; allorché poi le vede scese, si alza, le afferra e le divora. Così fa il demonio, fa vedere che la tentazione è morta; ma quando poi l’uomo è sceso a mettersi nell’occasione, fa sorgere la tentazione e lo divora. Oh quante miserabili anime, anche applicate allo spirito, e che faceano orazione mentale, si comunicavano spesso, e menavano vita santa, con mettersi poi all’occasione, sono rimaste schiave del demonio! Si riferisce nelle storie ecclesiastiche, che una santa donna la quale praticava l’officio pietoso di seppellire i martiri, una volta fra quelli ne trovò uno il quale non era ancora spirato, ella condusselo in sua casa, e con medici e rimedii lo guarì; ma che avvenne? Questi due santi (come poteano chiamarsi, l’uno che già era stato vicino a morire per la fede, l’altra che facea quell’officio con tanto rischio di essere perseguitata da’ tiranni) prima caddero in peccato e perderono la grazia di Dio, e poi, fatti più deboli per il peccato, rinnegarono anche la fede. Di ciò narra s. Macario un fatto simile di un vecchio che era stato mezzo bruciato dal tiranno per non voler rinnegare la fede; ma ritornato alla carcere, per sua disgrazia prese confidenza con una donna divota che serviva que’ martiri e cadde in peccato. Avverte lo Spirito santo che bisogna fuggire il peccato, come si fugge dalla faccia del serpente: Quasi a facie colubri fuge peccatum(Eccl. 21. 2.). Onde siccome si fugge non solo il morso del serpe, ma anche il toccarlo, ed anche l’accostarsegli vicino; così bisogna fuggire non solo il peccato, ma l’occasione del peccato, cioè quella casa, quella conversazione, quella persona. S. Isidoro dice che chi vuole star vicino al serpente, non passerà gran tempo e ne resterà offeso: Iuxta serpentem positus non erit diu illaesus(Lib. 2. solit.). Onde dice il Savio che se qualche persona facilmente può esserti di rovina, Longe fac ab ea viam tuam, et ne appropinques foribus domus eius(Prov. 5. 8.). Non solo dice, astienti di più accostarti a quella casa, la quale è fatta via dell’inferno per te (Via inferi domus eius (Prov. 7. 27.)); ma procura di non accostarti neppur vicino a quella, passane da lontano: Longe fac ab ea viam tuam. Ma io con lasciar quella casa perderò gl’interessi miei. È meglio perdere gl’interessi, che perdere l’anima e Dio. Bisogna persuadersi che in questa materia della pudicizia non vi è cautela che basti. Se vogliamo salvarci dal peccato e dall’inferno, bisogna che sempre temiamo e tremiamo, come ci esorta san Paolo: Cum metu et tremore vestram salutem operamini(Phil. 2. 12.). Chi non trema e si arrischia a porsi nelle occasioni cattive, difficilmente si salverà. E perciò fra le nostre preghiere dobbiamo replicare ogni giorno e più volte nel giorno quella preghiera del Pater noster: Et ne nos inducas in tentationem: Signore, non permettete che io mi trovi in quelle tentazioni che abbiano a farmi perdere la grazia vostra. La grazia della perseveranza da noi non può meritarsi, ma Dio certamente la concede, come dice s. Agostino, a chi la cerca, mentre ha promesso di esaudir chi lo prega; onde dice lo stesso santo che il Signore promittendo, debitorem se fecit.” (S. Alfonso M. de’ Liguori, Sermoni compendiati ,“Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. III, Torino 1880, p. 436ss., sermone XXII http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/__P31P.HTM )

Appunto perché: “ … siamo gravemente obbligati a schivare quelle occasioni pericolose che d’ordinario ci inducono a commettere peccato mortale, le quali si chiamano le occasioni prossime del peccato.” ( http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm) … è necessario che il vero proposito necessario per una valida Confessione contenga il proposito di fuggire le occasioni prossime di peccato, come spiegammo nel capitolo sulla contrizione.

Se siamo obbligati non solo a non peccare ma anche a fuggire le occasioni prossime di peccato, siamo altresì obbligati non solo a proporci di non peccare ma anche a proporci di fuggire le occasioni prossime di peccato.

Tornando in particolare al caso del peccato di omosessualità, tutti sono obbligati non solo a non peccare in tal modo, come visto nel paragrafo precedente, ma sono obbligati anche a fuggire le occasioni prossime di tale peccato, e sono altresì obbligati non solo a proporsi di non peccare ma anche a proporsi di fuggire le occasioni prossime di peccato.

Peraltro occorre considerare a riguardo della fuga delle occasioni di peccato anche quanto afferma s. Alfonso nel seguente testo: “ … se gli uomini attendessero a fuggire le male occasioni, da quanti peccati si asterrebbero, e così quante anime non resterebbero dannate! Il demonio senza l’occasione poco guadagna; ma quando la persona volontariamente si mette nell’occasione, specialmente di peccati disonesti, è moralmente impossibile che non vi cada.

31. In ciò bisogna distinguere l’occasione prossima dalla rimota. L’occasione rimota è quella che da per tutto si ritrova, o sia quella nella quale gli uomini di rado cadono in peccato. L’occasione prossima poi è quella che da sé ordinariamente induce a peccare, come sarebbe a’ giovani il praticare spesso senza necessità con donne di mal odore. Occasione prossima si chiama ancora quella in cui la persona spesso è caduta. Alcune occasioni che non sono prossime per gli altri, saranno nondimeno prossime per alcun particolare, che per la sua mala inclinazione, o per lo mal abito fatto frequentemente vi sarà caduto in peccato. Per tanto stanno in occasione prossima per 1. quelli che ritengono in casa qualche persona, con cui spesso han peccato. Per 2., quelli che vanno alle taverne, o a qualche casa particolare, ove spesso han peccato commettendo risse, o ubbriachezze, o impudicizie. Per 3., quelli che nel giuoco spesso han commesso frodi, risse, o bestemmie. Or tutti questi non possono essere assoluti, se non propongono fermamente di fuggir l’occasione; perché lo stesso esporsi a tali occasioni, ancorché talvolta non vi peccassero, è per essi colpa grave. E quando l’occasione è volontaria, ed è attualmente in essere, come insegnò s. Carlo Borromeo nella sua istruzione a’ confessori, il penitente non può essere assoluto, se prima in effetto non rimuove l’occasione; poiché essendo una cosa molto dura a tali penitenti il toglier l’occasione, se essi non la tolgono prima di ricever l’assoluzione, difficilmente la toglieranno dopo che sono stati assoluti.

32. Tanto meno poi è capace di assoluzione quegli che non volesse levar l’occasione, promettendo solamente di non cadervi più. Dimmi, fratello mio, ti fidi tu di fare che la stoppa posta sopra del fuoco non bruci? e così come puoi fidarti di metterti nell’occasione, e non cadere? Et erit fortitudo vestra (dice il profeta) ut favilla stuppae… et succendetur utrumque simul, et non erit qui extinguat1. La fortezza nostra è come quella della stoppa in resistere al fuoco. Una volta fu costretto un demonio a dire, qual predica fra tutte più gli dispiacesse; rispose, La predica dell’occasione. Al demonio basta che non si rimuova l’occasione, e non si cura di propositi, di promesse, di giuramenti; perché quando non si toglie l’occasione, il peccato non cesserà. L’occasione (specialmente in materia di senso) è come una benda che si mette d’avanti agli occhi, e non ci fa vedere più né Dio, né inferno, né paradiso. In somma l’occasione accieca, e quando uno è cieco, come può accertare più la via del paradiso? Camminerà la via dell’inferno, senza sapere dove va, e perché? perché non ci vede. Bisogna dunque a chi sta nell’occasione farsi forza per toglierla, altrimenti starà sempre in peccato.

33. E qui bisogna avvertire, che per alcuni più male inclinati, ed abituati in qualche vizio, specialmente nel vizio disonesto, certe occasioni che per altri sarebbero rimote, per essi saranno prossime, o quasi prossime; onde se non se ne allontanano, ritorneranno sempre al vomito.

  1. Ma, padre (dirà taluno) io non posso allontanarmi da quella persona, non posso lasciar quella casa senza mio grave danno. Dunque volete dire che la vostra occasione non è volontaria, ma necessaria; e se è necessaria, bisogna che almeno, se non volete lasciarla, procuriate, che da prossima diventi rimota co’ mezzi che dovete usarvi. E quali sono questi mezzi? sono tre: la frequenza de’ sagramenti, l’orazione, e la fuga della famigliarità con quella persona con cui avete peccato. La frequenza de’ sagramenti della confessione e comunione per una via sarebbe ottimo mezzo; ma bisogna sapere, che nelle occasioni prossime necessarie d’incontinenza è un gran rimedio sospendere l’assoluzione, acciocché il penitente sia diligente in eseguire gli altri due mezzi, cioè il raccomandarsi a Dio frequentemente, e ‘l fuggir la famigliarità. Bisogna che rinnovi il proposito di non cadere sin dalla mattina, quando si leva; e poi preghi non solo nella mattina, ma più volte al giorno il Signore davanti il ss. sagramento, o davanti il crocifisso, e Maria ss., per ottener l’aiuto a non ricadere. L’altra cosa, a cui gli bisogna sommamente attendere, è di togliere ogni famigliarità colla persona complice, con non conversarvi da solo a solo, non mirarla in faccia, non discorrervi; e bisognando trattarvi per mera necessità, farlo di mala grazia, dimostrandosi come disgustato con qualche pretesto. E questa è la cosa più importante per fare che l’occasione, la quale era prossima, diventi rimota. … Ma per render rimote simili occasioni, non bastano né otto né quindici giorni, vi bisogna lungo tempo. 35. Ma se mai con tutti questi mezzi il penitente sempre tornasse a cadere, allora qual rimedio vi è? Allora il rimedio è quello del vangelo: Si oculus tuus dexter scandalizat te, erue eum, et proiice abs te1. Ancorché fosse l’occhio tuo diritto, bisogna che lo strappi, e lo butti da te lontano. È meglio, dice il Signore, esser privo dell’occhio, che averlo, e andarsene all’inferno. Dunque in tal caso o bisogna ad ogni conto allontanarsi dall’occasione, o esser dannato.” (S. Alfonso M. de Liguori “Istruzione al popolo” in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. VIII, Torino 1880 pp. 963 ss. http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PVU.HTM )

Sottolineo che, come dice s. Alfonso: per alcuni più inclinati al peccato impuro, anche omosessuale, ed abituati in qualche vizio, specialmente nel vizio disonesto, anche omosessuale, certe occasioni che per altri sarebbero rimote, per essi saranno prossime, o quasi prossime; onde se non se ne allontanano, ritorneranno sempre al peccato. Inoltre questa è la cosa più importante per fare che l’occasione, la quale era prossima, diventi rimota: togliere ogni famigliarità colla persona complice, con non conversarvi da solo a solo, non mirarla in faccia, non discorrervi; e bisognando trattarvi per mera necessità, farlo di mala grazia, dimostrandosi come disgustato con qualche pretesto. Questo significa anche che occorre allontanarsi dagli ambienti e dalle compagnie che ci spingono a peccare, perché con il loro nefasto influsso è facile tornare a peccare.

Dio ci illumini.

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Ristretto delle virtù in cui dee esercitarsi un’anima che vuol far vita perfetta e farsi santa.

Ristretto delle virtù in cui dee esercitarsi un’anima che vuol far vita perfetta e farsi santa.
Di s. Alfonso de’ Liguori
 

Questo ristretto gioverebbe leggerlo ogni volta che si fa il giorno di ritiro per vedere le virtù in cui si manca. Desiderare di crescere sempre più nell’amore verso G.C. I santi desiderj sono le ali con cui le anime volano a Dio. S. Luigi Gonzaga si fece presto santo per il gran desiderio che avea di amare Dio; e perché sapeva che non poteva giungere ad amarlo quanto era degno d’essere amato, perciò struggeasi di desiderio. Quindi s. Maria Maddalena de’ Pazzi chiamava s. Luigi martire d’amore.Meditare spesso la passione di G.C. Scrisse s. Bonaventura che le piaghe di G.C. son piaghe che impiagano i cuori e gl’infiammano di s. amore. Fare spesso nel giorno atti di amore verso G.C., cominciando dallo svegliarsi nella mattina e procurando di addormentarsi facendo un atto di amore. Gli atti di amore, dicea s. Teresa, sono le legna che mantengono acceso nel cuore il beato fuoco dell’amor divino. Domandare sempre a G.C. il suo s. amore. La grazia di amar Dio, come scrisse s. Francesco di Sales è la grazia che contiene e porta seco tutte l’altre grazie; perché chi ama veramente Dio procurerà di evitare qualunque suo disgusto e studierà di far quanto può per dargli gusto. E perciò sopra ogni altra cosa bisogna sempre chiedere a Dio la grazia d’amarlo. Frequentare la comunione. Non può fare cosa più gradita a Dio un’anima, che comunicarsi in grazia. La ragione si è perché l’amore tende alla perfetta unione colla cosa amata; ora Gesù C. amando con immenso amore un’anima in grazia desidera sommamente di unirsi con essa. Ciò fa la s. comunione; fa che G.C. si unisca tutto coll’anima “Chi mangia la mia carne rimane in me e io in lui”. E perciò l’anima non può far azione più cara a G.C., che riceverlo nella s. Eucaristia. Le anime spirituali procurino pertanto di comunicarsi più volte la settimana, e se fosse possibile ogni giorno, ma sempre colla licenza del direttore; poiché le comunioni e mortificazioni fatte di testa propria accrescono più presto la superbia, che lo spirito. Del resto così le comunioni, come le mortificazioni, il penitente dee chiederle con premura al direttore; poiché i direttori si muovono a concederle più spesso o più di rado, dallo scorgere il maggiore o minor desiderio che ne hanno i penitenti.Fra il giorno fare più comunioni spirituali; almeno tre.Visitare spesso il ss. Sagramento sugli altari almeno una o due volte il giorno; e visitandolo, dopo gli atti di fede, di ringraziamento, di amore e di dolore, domandargli con fervore la perseveranza e il s. amore.Quando accadono disturbi, perdite, affronti o altre cose contrarie, ricorrere al ss. Sacramento, almeno da dove si trova la persona.Ogni mattina in levarsi offerirsi a Dio a soffrire con pace e prendere dalle mani di lui tutte le croci che nel giorno gli avverranno; abbracciando poi con pace tutte le cose contrarie. Signore, sia sempre fatta la vostra volontà, è il detto che sta continuamente in bocca de’ santi.. Godere e rallegrarsi che Dio è infinitamente felice e beato. Se amiamo Dio più di noi stessi, come siam tenuti ad amarlo, dobbiamo godere più della felicità di Dio, che della nostra propria.Desiderare il paradiso e la morte, per liberarsi dal pericolo di perdere Dio e per andare ad amar ivi G.C. con tutte le nostre forze ed in eterno senza pericolo di perderlo più. Parlare spesso cogli altri dell’amore che ci ha portato G.C. e dell’amore che noi gli dobbiamo.Andar con Dio senza riservare nulla a noi stessi, non negandogli cosa alcuna che s’intenda esser di suo gusto; anzi scegliere le cose di suo maggior gradimento. Desiderare e procurare che tutti amino G.C. Pregar sempre per le anime del purgatorio e per i poveri peccatori.Discacciare dal cuore ogni affetto che non è per Dio. Ricorrere spesso a’ santi e specialmente a Maria ss., acciocché c’impetrino l’amore a Dio. Onorare Maria per dar gusto a Dio. Far tutte le azioni col solo fine di dar gusto a G.C.; dicendo in principio d’ogni azione: Signore, sia tutto per voi. Offerirsi più volte il giorno a Dio e a G.C., a patire ogni pena per suo amore, dicendo: Gesù mio, mi dono tutto a voi; eccomi, fate di me quel che vi piace. Star risoluto di morir prima mille volte, che commettere un peccato avvertito, anche veniale. Negare a se stesso anche le soddisfazioni lecite: almeno ciò farlo due o tre volte al giorno. Quando sentiamo parlare di ricchezze, d’onori e spassi di mondo, pensiamo che tutto finisce e diciamo allora: Dio mio, voi solo voglio e niente più.Far due ore di orazione mentale o almeno un’ora al giorno. Far tutte le mortificazioni esterne che permette l’ubbidienza; ma specialmente attendere alle interne, come astenersi dalle curiosità, dal rispondere alle ingiurie, dal dire facezie e simili, e non fare mai cosa per propria soddisfazione. Qualunque esercizio divoto farlo come fosse l’ultima volta che lo facciamo. E perciò pensare spesso alla morte nella meditazione; e stando a letto pensiamo che ivi un giorno avremo da spirare. Non lasciare le nostre divozioni solite o altra buon’opera per qualunque aridità o tedio che vi proviamo. Chi comincia a lasciarle per poco si mette in pericolo di lasciarle in tutto. Non fare né lasciare alcuna buon’opera per rispetto umano. Non lagnarsi nelle infermità della poca assistenza de’ medici o de’ domestici ed assistenti; e procurare di occultare anche i dolori quanto si può. Amar la solitudine e ‘l silenzio, per trattenersi a conversare a solo con Dio. E perciò bisogna fuggir le conversazioni di mondo. Discacciare la tristezza, conservando in tutti gli avvenimenti una tranquillità e volto sereno sempre uniforme. Chi vuole quel che vuol Dio non dee star mai afflitto. Raccomandarsi spesso alle persone spirituali. Nelle tentazioni ricorrere subito a Gesù ed a Maria con gran confidenza; seguendo a nominar sempre Gesù e Maria, finché persiste la tentazione. Confidare assai, prima nella passione di G.C., e poi nell’intercessione di Maria. E chiedere ogni giorno a Dio che ci doni questa confidenza.Dopo il difetto non disturbarsi mai e non diffidare, ancorché ci vedessimo sempre infedeli ricadere più volte nello stesso difetto; ma subito pentirsi e di nuovo risolvere l’emenda, confidando in Dio. Render bene a chi ci fa male, con pregare almeno il Signore per lui. Risponder con dolcezza a chi ci maltratta con parole o con fatti: e così guadagnarlo. Quando però ci sentiamo disturbati è bene che taciamo sintanto che ci sereniamo; altrimenti commetteremo mille difetti senza avvedercene. Nel far le correzioni bisogna procurar di trovare il tempo in cui non istiamo disturbati né noi né la persona che dobbiamo correggere; altrimenti la correzione riuscirà più nociva che utile. Dir bene di tutti; e scusar l’intenzione, dove non possiamo l’azione. Soccorrere il prossimo quanto si può, specialmente chi ci è stato avverso. Non fare né dir cosa di disgusto d’alcuno; sempre che non fosse per più piacere a Dio. E mancando qualche volta alla carità, domandargli perdono, o almeno parlargli con dolcezza. Parlar sempre con mansuetudine, e con voce bassa. Offerire a Dio i disprezzi che ci vengon fatti, senza poi lagnarcene cogli altri. Osservar puntualmente le regole date dal direttore. Stimare i superiori, come la stessa persona di G.C. Amare gli officj più umili. Sceglier per sé le cose più povere. Ubbidire senza replica, e senza dimostrar ripugnanza; ed all’incontro non domandar cosa di proprio onore o soddisfazione.Non parlare di sé, né di bene né di male: talvolta il dir male di sé fomenta la superbia. Umiliarsi anche agl’inferiori. Non iscusarsi nelle riprensioni e nelle calunnie che ci vengono opposte; purché ciò non sia assolutamente necessario per lo ben comune, o per evitare lo scandalo degli altri.Visitare ed assistere quanto più si può gl’infermi: e specialmente i più abbandonati. Dire spesso a se stesso: se mi voglio far santo, bisogna patire; se voglio dar gusto a Dio, debbo far la volontà sua, e non la mia. Rinnovare sempre il proposito di farsi santo; e non isgomentarsi in qualunque stato di tepidezza in cui la persona si trovi.Rinnovare ogni giorno il proposito fatto di camminare alla perfezione. Il religioso procuri ogni giorno di rinnovare i voti della sua professione. Dicono i dottori, che chi rinnova i voti di religione, guadagna indulgenza plenaria, come chi li fa la prima volta. L’esercizio più necessario d’un’anima che vuol dar gusto a Dio, è l’uniformarsi in tutto alla divina volontà, abbracciando con pace tutte le cose contrarie al nostro senso ne’ dolori, infermità, affronti, contraddizioni, perdita di robe, morti di parenti o d’altre persone care; con prenderle fin dalla mattina dalle mani di Dio. Le tribolazioni sono le beate fiere, dove i santi fan grandi acquisti di meriti. Non possiamo noi dar maggior gloria a Dio, che coll’uniformarci in tutto a’ suoi s. voleri. Questo è l’esercizio continuo delle anime divote. Ed a ciò serve l’orazione mentale: Tutto quello (dicea s. Teresa) che dee procurare chi si esercita nell’orazione è di conformare la sua volontà colla divina; e si assicuri, che in questo consiste la più alta perfezione. Questo dunque ha da essere l’unico intento di tutte le nostre opere, delle meditazioni, e delle nostre preghiere; dobbiam sempre pregare: Signore, insegnatemi a far quel che volete voi; Signore ditemi quel che volete da me che io tutto voglio fare; Sia fatta la tua volontà: ecco il detto che sta sempre in bocca de’ santi. E questo è quel tutto che Iddio da noi domanda: Figlio mio dammi il tuo cuore. Ma la perfezione sta nell’uniformarci nelle cose a noi dispiacenti. Diceva il ven. p. Avila: Vale più un benedetto sia Dio nelle cose contrarie, che sei mila ringraziamenti nelle cose dilettevoli. Di più bisogna uniformarci anche nelle croci che ci vengono per mezzo degli uomini, come sono le calunnie, i furti e i dispregi, perché tutto viene da Dio. Non vuole già il Signore allora la colpa di chi ci offende, ma ben vuole la nostra umiliazione e mortificazione. Le cose buone e le cattive sono da Dio. Le tribolazioni noi le chiamiamo e le facciamo mali e guai, perché le soffriamo con impazienza; ma se le accettassimo con rassegnazione diventerebbero beni e gioie che faranno più ricca la nostra corona in paradiso. In somma chi sta sempre unito alla divina volontà si fa santo e gode anche qui in terra una perpetua pace. Qualsiasi cosa che gli accadrà non contristerà il giusto. Raccomandarsi alle orazioni delle persone divote; ma più raccomandarsi a’ santi del paradiso e specialmente a Maria ss., facendo gran conto della divozione verso questa divina Madre; e non si lasci occasione d’insinuarla anche agli altri. Quei che hanno una gran confidenza nel patrocinio di Maria ne debbono ringraziare sommamente il Signore, poich’ella è una gran caparra della loro salute; e quei che non l’hanno debbono pregarlo che loro la conceda. http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_IDX134.HTM

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VIENE FUORI TUTTA LA VERITA’ CIRCA IL SOSTEGNO DI PAPA FRANCESCO ALLE UNIONI OMOSESSUALI.

Linkiesta, nonostante errori nelle considerazioni finali, ha ricostruito efficacemente il percorso che ha portato a questo documentario riportando alcune importanti precisazioni per cui … secondo mons. Semeraro: “ … forse è la prima volta che [il Papa] ne parla in modo così esplicito. Ma le sue parole seguono un percorso già aperto in precedenza in particolare all’interno dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia”. … e per cui : “l’inedito papale costituisce la riprova esplicita di quanto avevano anni fa dichiarato Sergio Rubin, biografo ufficiale di Bergoglio, al New York Times (19 marzo 2013) – fra l’altro prontamente smentito da Miguel Woites e Thomas Rosica – e Juan Carlos Scannone e Marcelo Figueroa a Frédéric Martel: l’allora arcivescovo di Buenos Aires riteneva necessaria una forma di tutela giuridica per le coppie di persone dello stesso e ravvisava nell’istituto delle unioni civili – normato a livello locale in Argentina tra il 2001 e il 2007 – una buona soluzione per evitare così l’inaccettabile matrimonio egualitario, che fu però introdotto nel Paese nel 2010” ( F. Lepore “Ecco perché la teoria del trappolone al Papa teso dal deep state vaticano è una bufala grottesca.” Linkiesta 26.10.202 https://www.linkiesta.it/2020/10/papa-gay-unioni-civili-trappolone/ ) Il vescovo Aguer, in un intervista alla Bussola riporta un aneddoto che spiega la frase di Papa Francesco “mi sono battuto per questo” diffusa nel corso della intervista sulle unioni civili per i gay. ( A. Zambrano “«Come Bergoglio si battè per le unioni gay, ma perse»” La Nuova Bussola Quotidiana 29.10.2020 https://lanuovabq.it/it/come-bergoglio-si-batte-per-le-unioni-gay-ma-perse) Mons. Aguer spiega che, nel 2010 : “ … quando era ancora arcivescovo, l’allora cardinal Bergoglio, nel corso di un’assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Argentina, propose di approvare la liceità delle unioni civili delle persone omosessuali da parte dello Stato, come una possibile alternativa a quello che si chiamava – e che si chiama – matrimonio egualitario … noi vescovi argomentammo, contrariamente a quanto proponeva Bergoglio, che non si trattava di una questione meramente politica o sociologica, ma che impegnava un giudizio morale … non si potevano promuovere leggi civili contrarie all’ordine naturale. Ricordammo anzi che questa dottrina è enunciata e ripetuta più volte nei documenti del Concilio Vaticano II. … Votammo e i vescovi argentini rifiutarono quella proposta con un voto contrario.” Mons. Aguer precisa che : “ … Con rispetto parlando, neanche il Papa può dire questo. … è un’opinione privata, esattamente come le cose che emergono durante i viaggi in aereo. …” Il giudizio di mons. Aguer sulle affermazioni di Bergoglio favorevoli alle unioni omosessuali è giustamente il seguente: “ Che una cosa è dirlo come arcivescovo, seppure grave, ma come Papa non può dirlo. Come dice la Congregazione per la Dottrina della fede «non si può arrivare in alcun modo all’approvazione di questa condotta o al riconoscimento legale di queste unioni». È scontato pensare che queste unioni, alle quali si propone di concedere riconoscimento legale, non siano “platoniche”. Pertanto, si starebbe implicitamente approvando la copertura di una legge di sodomia.” Mons. Aguer , riguardo ai gruppi LGBT afferma che nella Chiesa stanno facendo tanto danno e il Papa non può appoggiarli. E l’appoggio papale ad essi è evidentemente molto grave. ( A. Zambrano “«Come Bergoglio si battè per le unioni gay, ma perse»” La Nuova Bussola Quotidiana 29.10.2020 https://lanuovabq.it/it/come-bergoglio-si-batte-per-le-unioni-gay-ma-perse) Un ampio articolo di mons. Aguer su questo argomento è stato pubblicato da Infocatolica ( Mons. Aguer “La familia: esposa, esposo, hijos. A propósito de una declaración papal.” Infocatolica 28.10.2020 https://www.infocatolica.com/?t=opinion&cod=38975 ) Quello che dice mons. Aguer si conferma ulteriormente attraverso un articolo di S. Rubin, noto biografo di Bergoglio che afferma , tra l’altro: “Fue entonces que Bergoglio propuso una vía intermedia entre el rechazo y la aceptación del proyecto: la unión civil. Pero no se trató de una mera estrategia política, sino de un convencimiento de que, como las parejas homosexuales son una realidad, deben tener la posibilidad de acceder a una serie de beneficios como la obra social y la herencia, que, precisamente, la unión civil reconoce.” ( S. Rubin “Unión civil de personas del mismo sexo: la opción que el Papa Francisco impulsó desde sus tiempos de cardenal” El clarin 21.10.2020 https://www.clarin.com/sociedad/union-civil-personas-mismo-sexo-opcion-papa-francisco-impulso-tiempos-cardenal_0_P65u-4lBh.html ) Dunque già nel 2009 circa l’allora card. Bergoglio affermava chiaramente che le coppie omosessuale vanno riconosciute giuridicamente come unioni civili. Ovviamente, come detto, quello che afferma Bergoglio ancora oggi è contrario alla dottrina cattolica perché il cattolico non può sostenere ciò che è contro la Legge divina. Va segnalato anche un importante articolo di Infocatolica sul tema che stiamo trattando ( Infocatolica “Mons. Aguer: «El cardenal Bergoglio propuso aprobar la licitud de las uniones civiles de personas homosexuales» Infocatolica 28.10.2020 https://www.infocatolica.com/?t=noticia&cod=38976 ) Questo articolo è di particolare interesse perché oltre a riportare la parte fondamentale delle affermazioni di mons. Aguer già viste più sopra riporta ciò che afferma la Conferenza Episcopale Argentina e cioè la condivisione di alcune affermazioni diffuse da mons. V. M. Fernandez , arcivescovo indicato come possibile ghostwriter cioè autore nascosto dell’Amoris Laetitia. Mons. Fernandez conferma ciò che afferma mons. Aguer precisando che il Papa Francesco sostiene una protezione giuridica per tali unioni che non sempre sono di peccato, perché a volte possono essere semplici unioni di amicizia che prevedono coabitazione e che legano profondamente tali persone sicché una di esse può volere anche che erede dei suoi beni non siano i parenti ma la controparte di tale unione. Va notato che sia Rubin, nell’articolo qui sopra indicato, che p. Spadaro (cfr. TG2000 “Papa Francesco e le unioni civili. Padre Spadaro: non ha intaccato la Dottrina”. TG2000 22.10.2020 https://www.youtube.com/watch?v=07l5JvknsfM ) affermano che Papa Francesco su questo punto non cambia la dottrina … ma è evidente che essi in questo modo mostrano di non conoscere la sana dottrina della Chiesa o mentono infatti, come visto, tale dottrina afferma chiaramente che non possiamo sostenere progetti di legge a favore delle unioni omosessuali, come afferma chiaramente questo documento, notissimo, della Congregazione per la Dottrina della Fede: “In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell’equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest’ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all’applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo. In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all’obiezione di coscienza.”
( “Considerazioni circa il riconoscimento legale delle unioni omosessuali” http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20030731_homosexual-unions_it.html )

Non possiamo sostenere in nessun modo leggi che vanno contro la Legge divina!

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I danni della lussuria.

Propongo anzitutto una significativa affermazione di s. Alfonso che riporta un’affermazione di s. Tommaso: “Dice s. Tommaso (In Iob. c. 31. ) che per ogni vizio l’uomo si allontana da Dio; massimamente si allontana per il vizio disonesto: Per luxuriam maxime recedit a Deo.”” ( S. Alfonso Maria de Liguori

“Sermoni compendiati”, Sermone XLV http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_P32C.HTM )

Il testo preciso di s. Tommaso è il seguente: “ … per peccatum luxuriae homo maxime videtur a Deo discedere”(In Iob. c. 31. ) L’uomo si allontana da Dio massimamente per il vizio della lussuria …

Spiega ancora s. Tommaso che il piacere sessuale, che è il fine della lussuria, è il più forte tra i piaceri corporei e ha otto figlie cioè otto pessimi frutti che sono prodotti da essa, vale a dire: cecità della mente, mancanza di riflessione, incostanza, fretta, amore per se stessi, odio verso Dio, attaccamento al mondo attuale e disperazione del mondo futuro, come risulta dai Moralia di San Gregorio (cfr. XXXI, 45). Quando l’intenzione dell’anima viene applicata con veemenza all’azione di un potere inferiore, i poteri superiori sono indeboliti e disordinati nel loro atto. Ed ecco perché quando, nell’atto di lussuria, l’intera intenzione dell’anima è guidata dalla veemenza del piacere verso le forze inferiori, vale a dire il concupiscibile e il senso del tatto, è necessario che i poteri superiori, vale a dire la ragione e la volontà, ne soffrano un danno. Ora ci sono quattro atti della ragione per dirigere gli atti umani: il primo è un certo atto di intelligenza con cui si giudica giustamente il fine, che è come il principio nelle operazioni, e nella misura in cui questo atto viene impedito, si considera come figlia della lussuria la cecità dello spirito, secondo questa parola di Daniele (13, 56): “La bellezza ti ha portato fuori strada e il desiderio ha pervertito il tuo cuore “. Il secondo atto è la deliberazione su cosa fare, che il desiderio sopprime. Parlando dell’amore sensuale s. Tommaso riporta un passo di Terenzio per cui l’amore sensuale non ammette in sé nessuna deliberazione e nessuna misura, non è possibile regolarla mediante la riflessione; da questo punto di vista, abbiamo la mancanza di riflessione come frutto della lussuria. Il terzo atto è il giudizio su cosa fare; e la lussuria lo ostacola. Si dice infatti nel libro di Daniele (13, 9) che i due anziani malvagi “persero il lume della ragione, distolsero gli occhi per non vedere il Cielo e non ricordare i giusti giudizi.” e da questo punto di vista abbiamo, come frutto della lussuria, la fretta, quando l’uomo, attirato dal piacere impuro, si affretta a dare il proprio consenso senza aspettare e osservare il giudizio della ragione. Il quarto atto è l’ordine di agire, che è anche impedito dalla lussuria in quanto l’uomo non persiste in ciò che ha deciso sicché nonostante abbia preso la decisione di non peccare poi cede e da questo punto di vista abbiamo il frutto della lussuria detto incostanza .

D’altra parte, dal lato del disordine dell’affetto, due cose devono essere considerate. La prima è il desiderio del piacere, verso il quale la volontà tende come a fine e da questo punto di vista abbiamo come frutto della lussuria l’amore di noi stessi, quando desideriamo il piacere per noi stessi in modo disordinato e, al contrario, abbiamo, come frutto della lussuria, l’odio verso Dio, nella misura in cui ci opponiamo a Dio che proibisce il piacere che desideriamo.

L’altra cosa da considerare è il desiderio delle cose con le quali si raggiunge questo scopo; e da questo punto di vista, abbiamo, come frutto della lussuria, l’ attaccamento al mondo attuale, vale a dire a tutto ciò con cui arriviamo al fine previsto, che appartiene a questo mondo presente; e al contrario, abbiamo, come frutto della lussuria, la mancanza di speranza in ordine al mondo futuro, perché quando siamo troppo attaccati ai piaceri carnali, abbiamo piuttosto disprezzo per le cose spirituali. (cfr. De Malo q. 15 a. 4; http://docteurangelique.free.fr/bibliotheque/questionsdisputees/16questionsdisputeessurmal.htm )

La Scrittura ci dà vari esempi di questo potere della lussuria per allontanare l’uomo dalla legge di Dio: si pensi al caso dei giudici perversi, in Daniele 13, di essi si dice che appunto per il desiderio della lussuria nei riguardi di Susanna “persero il lume della ragione, distolsero gli occhi per non vedere il Cielo e non ricordare i giusti giudizi.” sicché dopo aver tentato di corrompere Susanna la condannarono a morte dichiarando il falso e di uno di essi si dice nello stesso libro della Bibbia: “La bellezza ti ha portato fuori strada e il desiderio ha pervertito il tuo cuore “; si pensi al caso del giovane preso nei lacci della lussuria in Proverbi 7,6ss.; si pensi al caso di Davide che peccò con Betsabea; si pensi a quanto si afferma nella Genesi riguardo agli uomini del tempo di Noè,  una causa del diluvio pare sia proprio la lussuria.

L’attrazione che la lussuria esercita sull’uomo è molto forte e se l’uomo non si lascia guidare da Dio e non vince la forte tentazione cade nel peccato, allontanandosi dalla Legge di Dio, anzi allontanandosi massimamente da Dio , come ha detto sopra s. Tommaso: “ … per peccatum luxuriae homo maxime videtur a Deo discedere”(In Iob. c. 31. ) L’uomo si allontana da Dio massimamente per il vizio della lussuria.

In questa linea la lussuria, allontanando sommamente l’uomo da Dio, e mettendolo quindi in modo speciale nelle mani di satana (Gen. 3) che è spirito omicida, porta facilmente l’uomo anche alla violenza.

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