I danni della lussuria.

Propongo anzitutto una significativa affermazione di s. Alfonso che riporta un’affermazione di s. Tommaso: “Dice s. Tommaso (In Iob. c. 31. ) che per ogni vizio l’uomo si allontana da Dio; massimamente si allontana per il vizio disonesto: Per luxuriam maxime recedit a Deo.”” ( S. Alfonso Maria de Liguori

“Sermoni compendiati”, Sermone XLV http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_P32C.HTM )

Il testo preciso di s. Tommaso è il seguente: “ … per peccatum luxuriae homo maxime videtur a Deo discedere”(In Iob. c. 31. ) L’uomo si allontana da Dio massimamente per il vizio della lussuria …

Spiega ancora s. Tommaso che il piacere sessuale, che è il fine della lussuria, è il più forte tra i piaceri corporei e ha otto figlie cioè otto pessimi frutti che sono prodotti da essa, vale a dire: cecità della mente, mancanza di riflessione, incostanza, fretta, amore per se stessi, odio verso Dio, attaccamento al mondo attuale e disperazione del mondo futuro, come risulta dai Moralia di San Gregorio (cfr. XXXI, 45). Quando l’intenzione dell’anima viene applicata con veemenza all’azione di un potere inferiore, i poteri superiori sono indeboliti e disordinati nel loro atto. Ed ecco perché quando, nell’atto di lussuria, l’intera intenzione dell’anima è guidata dalla veemenza del piacere verso le forze inferiori, vale a dire il concupiscibile e il senso del tatto, è necessario che i poteri superiori, vale a dire la ragione e la volontà, ne soffrano un danno. Ora ci sono quattro atti della ragione per dirigere gli atti umani: il primo è un certo atto di intelligenza con cui si giudica giustamente il fine, che è come il principio nelle operazioni, e nella misura in cui questo atto viene impedito, si considera come figlia della lussuria la cecità dello spirito, secondo questa parola di Daniele (13, 56): “La bellezza ti ha portato fuori strada e il desiderio ha pervertito il tuo cuore “. Il secondo atto è la deliberazione su cosa fare, che il desiderio sopprime. Parlando dell’amore sensuale s. Tommaso riporta un passo di Terenzio per cui l’amore sensuale non ammette in sé nessuna deliberazione e nessuna misura, non è possibile regolarla mediante la riflessione; da questo punto di vista, abbiamo la mancanza di riflessione come frutto della lussuria. Il terzo atto è il giudizio su cosa fare; e la lussuria lo ostacola. Si dice infatti nel libro di Daniele (13, 9) che i due anziani malvagi “persero il lume della ragione, distolsero gli occhi per non vedere il Cielo e non ricordare i giusti giudizi.” e da questo punto di vista abbiamo, come frutto della lussuria, la fretta, quando l’uomo, attirato dal piacere impuro, si affretta a dare il proprio consenso senza aspettare e osservare il giudizio della ragione. Il quarto atto è l’ordine di agire, che è anche impedito dalla lussuria in quanto l’uomo non persiste in ciò che ha deciso sicché nonostante abbia preso la decisione di non peccare poi cede e da questo punto di vista abbiamo il frutto della lussuria detto incostanza .

D’altra parte, dal lato del disordine dell’affetto, due cose devono essere considerate. La prima è il desiderio del piacere, verso il quale la volontà tende come a fine e da questo punto di vista abbiamo come frutto della lussuria l’amore di noi stessi, quando desideriamo il piacere per noi stessi in modo disordinato e, al contrario, abbiamo, come frutto della lussuria, l’odio verso Dio, nella misura in cui ci opponiamo a Dio che proibisce il piacere che desideriamo.

L’altra cosa da considerare è il desiderio delle cose con le quali si raggiunge questo scopo; e da questo punto di vista, abbiamo, come frutto della lussuria, l’ attaccamento al mondo attuale, vale a dire a tutto ciò con cui arriviamo al fine previsto, che appartiene a questo mondo presente; e al contrario, abbiamo, come frutto della lussuria, la mancanza di speranza in ordine al mondo futuro, perché quando siamo troppo attaccati ai piaceri carnali, abbiamo piuttosto disprezzo per le cose spirituali. (cfr. De Malo q. 15 a. 4; http://docteurangelique.free.fr/bibliotheque/questionsdisputees/16questionsdisputeessurmal.htm )

La Scrittura ci dà vari esempi di questo potere della lussuria per allontanare l’uomo dalla legge di Dio: si pensi al caso dei giudici perversi, in Daniele 13, di essi si dice che appunto per il desiderio della lussuria nei riguardi di Susanna “persero il lume della ragione, distolsero gli occhi per non vedere il Cielo e non ricordare i giusti giudizi.” sicché dopo aver tentato di corrompere Susanna la condannarono a morte dichiarando il falso e di uno di essi si dice nello stesso libro della Bibbia: “La bellezza ti ha portato fuori strada e il desiderio ha pervertito il tuo cuore “; si pensi al caso del giovane preso nei lacci della lussuria in Proverbi 7,6ss.; si pensi al caso di Davide che peccò con Betsabea; si pensi a quanto si afferma nella Genesi riguardo agli uomini del tempo di Noè,  una causa del diluvio pare sia proprio la lussuria.

L’attrazione che la lussuria esercita sull’uomo è molto forte e se l’uomo non si lascia guidare da Dio e non vince la forte tentazione cade nel peccato, allontanandosi dalla Legge di Dio, anzi allontanandosi massimamente da Dio , come ha detto sopra s. Tommaso: “ … per peccatum luxuriae homo maxime videtur a Deo discedere”(In Iob. c. 31. ) L’uomo si allontana da Dio massimamente per il vizio della lussuria.

In questa linea la lussuria, allontanando sommamente l’uomo da Dio, e mettendolo quindi in modo speciale nelle mani di satana (Gen. 3) che è spirito omicida, porta facilmente l’uomo anche alla violenza.

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Trionfo del Cuore Immacolato migliore con firma

Quando ci sarà il trionfo del Cuore Immacolato di Maria.

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Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria (scritta da suor Lucia veggente della Madonna a Fatima)

Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria (scritta da suor Lucia veggente della Madonna a Fatima) A voi Vergine Maria, Madre di Dio, al vostro Cuore Immacolato mi consacro in completa offerta di donazione al Signore; prendetemi sotto la vostra materna protezione, difendetemi dai pericoli che mi circondano, aiutatemi a vincere le tentazioni che mi sollecitano al male, aiutatemi a conservare la purezza del mio corpo, del mio spirito e del mio cuore; portatemi a Gesù vostro Figlio e Figlio di Dio perché unito a Lui sia offerto al Padre sull’altare, piccolissima Ostia di amore per eterna lode della SS. ma Trinità che adoro e amo. Mi affido al suo Amore e spero nella sua misericordia di cantare con Voi, o Maria, per sempre, la lode della sua gloria.

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Prolusione di S. Em. Rev.ma Sig. Card. Velasio DE PAOLIS, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Regionale Umbro, 27 marzo 2014 sul tema: «I divorziati risposati e i Sacramenti dell’Eucaristia e della Penitenza. »

I divorziati risposati e i sacramenti dell’eucarestia e della penitenza
Cardinal Velasio De Paolis
Premessa
Parliamo dei divorziati risposati, ma il discorso sostanzialmente vale per tutti coloro che vivono in
situazioni familiari irregolari. La precisazione «risposati» sta a dire che il divorziato in quanto tale
non è escluso dai sacramenti indicati nel titolo; lo è solo in quanto attenta un nuovo vincolo e
comunque vive una situazione coniugale irregolare. Ed è precisamente questa situazione irregolare
permanente che costituisce il motivo per la esclusione dai Sacramenti. In questo caso infatti colui
che convive con una persona che non è coniuge è in aperta violazione della legge di Dio come la
Chiesa la presenta. Il diritto della Chiesa da una parte precisa le condizioni per accedere ai
Sacramenti, la cui verifica è affidata allo stesso fedele, dall’altra si rivolge al ministro sacro
indicandogli il caso nel quale egli deve rifiutare l’Eucaristia al fedele stesso, per ragioni di scandalo.
Noi limitiamo il nostro discorso alle condizioni necessarie che il fedele deve rispettare per accedere
lecitamente e fruttuosamente ai Sacramenti.
Pensiamo che il tema non può esaurirsi semplicemente nella presentazione della normativa della
Chiesa, pur necessaria, ma deve essere oggetto di riflessione in un contesto più ampio che tenga
conto della situazione attuale che la Chiesa sta vivendo.
Divideremo il nostro discorso in due parti. In una prima parte, che è come introduzione generale al
tema, presenteremo il tema all’interno della visione dell’uomo e della cultura in generale, la
seconda parte sarà dedicata direttamente al tema specifico dei divorziati risposati.
PARTE PRIMA
Introduzione generale al tema
1. Situazione di crisi della famiglia e della società
Il matrimonio e la famiglia sono il cuore della vita della società e della chiesa, per la quale la
famiglia è chiesa domestica. Si tratta di istituzioni che sono in profonda crisi. La denuncia risale a
tempi lontani, ma ormai è sotto gli occhi di tutti. Preoccupa specialmente la Chiesa, che da tempo si
muove e si agita per arginare la deriva sia del matrimonio che della famiglia. I documenti in
proposito, particolarmente a partire dal Vaticano II sono numerosi. La Santa Sede ha creato anche
istituzioni apposite come il Pontificio Consiglio per famiglia[1], e ha dato vita a tante istituzioni a
protezione e promozione della famiglia. Non sembra che essa abbia raccolto frutti di rilievo. La
situazione è andata sempre più degradandosi: i divorzi sono aumentati, le situazioni dei divorziati
civilmente risposati danno l’affanno ai pastori per trovare e dare la risposta alle domande che le
coppie interessate pongono; anzi, i matrimoni tendono a scomparire del tutto; aumentano le
convivenze libere e senza impegno. Non parliamo poi delle unioni omosessuali. Ma la crisi del
matrimonio e della famiglia sono sintomo di una crisi ancora più profonda nella società. Quando
crollano le colonne portanti della casa, significa che la casa stessa è al collasso. La crisi del
matrimonio e della famiglia rinviano ad una crisi ancora più profonda, quella della società.
2. Tema di un sinodo dei vescovi: focalizzazione sulla situazione dei divorziati risposati e la
loro ammissione ai sacramenti
Il problema è tanto preoccupante che si è creduto necessario progettare un nuovo sinodo sul
matrimonio e sulla famiglia, facendolo precedere da un’amplissima inchiesta, nella quale tutto
sembra posto sotto interrogativo e in discussione. Il tema è stato in qualche modo anticipato nel
Concistoro dei Cardinali del 20 e 21 febbraio, dove, secondo i mezzi di comunicazione, è stato
subito focalizzato sulla condizione dei divorziasti risposati, tanto che il Card. Barbarin di Lione, da
quanto riferisce la stampa, sembra che abbia esclamato: eravamo chiamati a parlare del matrimonio
e ci siamo trovati invece a discutere dei divorziati risposati.
3. Necessità di trovare la strada giusta, riflettendo sulla natura e sulla storia della Chiesa
Che cosa possiamo aspettarci da tutta questa attenzione? Se non si imbocca la strada giusta
corriamo il rischio di perderci per strada e non raccogliere frutti.
Urge la necessità di individuare le cause che generano le situazioni dolorose. Il rischio sta nel fatto
che la società odierna, e in parte ciò avviene anche nella Chiesa, si agita davanti ai problemi e ci si
muove subito per eliminare gli effetti e le conseguenze più dolorose ed evidenti di queste situazioni
senza prima avere esaminato le cause che le hanno prodotte. In tal modo non solo non si eliminano
neppure le conseguenze, ma si corre il rischio di aggravarle. In realtà si tratta di fermarsi e riflettere.
Questo vale particolarmente nel nostro caso. Si devono individuare prima le cause che stanno
all’origine della situazione tanto difficile in cui il matrimonio e la famiglia versano. Siamo una
società malata. La guarigione può avvenire solo se ci rendiamo conto del tipo di malattia di cui essa
soffre e se ne individuano esattamente le cause. A nulla vale occuparci soltanto degli effetti più
grandi e preoccupanti. Il male lo si può eliminare solo con la corretta medicina e se si estirpano le
radici perverse che la producono. Per questo si esigono riflessione e ponderazione.
Dovrebbe esserci già di ammonimento che noi parliamo dei mali della società e della Chiesa,
particolarmente nel settore del matrimonio e della famiglia, senza apprezzabili risultati.
Probabilmente non abbiamo ancora fatto quest’opera di discernimento. Lo stesso è avvenuto per la
questione della fede, la cui crisi sta certamente all’origine della crisi del matrimonio e della
famiglia. Il Papa Benedetto XVI indicendo l’anno della fede indicava alcune cause, particolarmente
due: 1) il fatto che in questo tempo si è parlato piuttosto delle conseguenze della fede a livello
politico, culturale e sociale piuttosto che della stessa fede e dello stesso Autore di essa, Gesù Cristo;
2) una errata e deviante interpretazione ed applicazione del Concilio, per quanto riguarda la dottrina
delle realtà terrestri, il dialogo ecumenico ed interreligioso, l’impegno per l’uomo integrale, il
concetto della realizzazione dell’uomo, come aveva già denunciato la Relationi finalis del sinodo
dei Vescovi nel trentesimo della celebrazione del Vaticano II. Si tratta certamente di principi che
hanno una loro validità, ma la cui interpretazione e applicazione non sempre hanno trovato la
necessaria prudenza e saggezza. Così nonostante gli innegabili sforzi che la Chiesa sta compiendo
generosamente per superare il momento difficile per la fede cristiana e le sue istituzioni
fondamentali, come il matrimonio e la famiglia, i risultati sembrano piuttosto modesti.
4. Le cause si possono e si devono individuare nella natura e nella storia della Chiesa
La Chiesa deve trovare al suo interno, nella sua storia, nella sua natura e nella stessa sua fede le
strade per rinnovare il suo messaggio di fede e di salvezza, e trasmetterlo, come il suo Fondatore
Gesù Cristo glielo ha affidato. Purtroppo momenti di crisi la Chiesa ne ha vissuti nella sua storia.
Non possiamo evidentemente in questo momento ripercorrere il cammino della storia. Possono
bastare alcuni cenni che sembrano essere di immediata percezione.
4.1. Il mistero della Chiesa: le persecuzioni
Anzitutto non si può mai dimenticare che la Chiesa per la sua stessa natura è esposta alle
persecuzioni, perché il mondo in quanto coagulo di una concezione della vita puramente
secolarizzata è espressione di quel mysterium iniquitatis del quale parla san Paolo particolarmente
nella lettera ai Tessalonicesi, che si oppone radicalmente al mysterium pietatis, cioè al mistero di
Cristo e della redenzione da Lui operata e della quale la Chiesa è strumento. Questa certezza della
fede proclamata dallo stesso Gesù dovrebbe liberarci da una visione ingenua che non vede il male
nel mondo o che peggio ancora ne attribuisce la responsabilità quasi solamente alla Chiesa, che non
saprebbe adattarsi alle circostanze attuali[2].
4.2. Il rischio di confondere aggiornamento e rinnovamento con adattamento e conformazione
Il rischio di confondere adattamento con conformità al mondo è un rischio non solo possibile, ma
reale, se già l’apostolo Paolo lo denunciava ai suoi tempi, come egli scriveva nella lettera ai
Romani[3], mentre nella lettera ai Filippesi indicava il criterio morale dell’agire del cristiano.
Questo rischio sembra essere stato particolarmente forte nel tempo recente. E’ bene, anzi
necessario, che ce ne rendiamo conto.
4.3. L’insegnamento delle crisi della storia
1) La crisi che ha portato alla frattura tra fede e ragione o cultura nell’epoca moderna
La Chiesa uscita dal medioevo si è trovata in conflitto sempre più frequente con la società moderna,
che ha preteso costruirsi e progettare il suo futuro solo in una dimensione terrestre e temporale, in
netta opposizione alla Chiesa e alla sua missione. La concezione illuminista che ha avuto il suo
apice nella rivoluzione francese è la manifestazione più evidente. Il conflitto tra la modernità e la
chiesa ha raggiunto il suo punto più alto nella pubblicazione del Sillabo, la silloge di tutti gli errori
della società moderna, da parte del beato Pio IX. Tale conflitto è entrato anche nella Chiesa
attraverso il modernismo, che è stato definito dal Papa san Pio la sintesi di tutti gli errori, proprio
perché minava alla stessa radice la religione cristiana, perché nei suoi esponenti di spicco il
modernismo era il tentativo di ridurre la stessa fede cristiana alla pura razionalità, spegnendo la luce
della fede e facendo regola di fede il principio razionalistico, non quello della rivelazione.
Si è realizzata in modo evidente quella frattura tra fede e ragione, che, al dire di Paolo VI, è stato il
dramma dell’epoca moderna particolarmente per la Chiesa che ha cercato le vie più idonee per
ricucire questo strappo o frattura, sia nel Concilio sia, soprattutto, nel dopo Concilio.
Di fatto il Concilio, nella mente di Papa Giovanni XXIII ha avuto come modo quello della
pastoralità e dell’aggiornamento; esso mentre doveva proporre il volto della Chiesa doveva anche
presentare la natura e la missione della Chiesa come la sua dottrina e il suo messaggio non
all’insegna della condanna del mondo moderno quanto piuttosto della riconciliazione. Di fatto, i
documenti del Concilio nel proporre la dottrina della Chiesa hanno cercato di evitare per quanto
possibili toni conflittuali; anzi il dialogo con il mondo moderno è stato la tonalità caratteristica. Ciò
si rivela anche nella dottrina della visione positiva delle realtà temporali e l’invito alla lettura dei
segni dei tempi che la Chiesa era chiamata a riconoscere. Questa visione e prospettiva del Concilio
di fatto è stata non sempre correttamente interpretata. Le interpretazioni non corrette sono state
denunciate nel Sinodo dei Vescovi del 1983. Di fatto il dialogo con il mondo si è trasformato in
adattamento, e forse anche ha comportato una certa mondanizzazione e secolarizzazione della
Chiesa, che ha finito per non avere una sufficiente presa nella cultura del tempo e di penetrazione
per il proprio messaggio. Ciò ha portato a una crisi proprio all’interno della Chiesa.
2) La stessa radice razionalista è nelle altre crisi
In secondo luogo le crisi che toccano in profondità la Chiesa nella sua dottrina sia in credendo sia in
agendo, dommatica e morale, non sono le difficoltà esterne che le persone e le istituzioni ad essa
ostile le procurano ma quelle interne, che provengono da coloro che ad essa appartengono, in
quanto si tratta di un appesantimento nella vita di fede e di una contro testimonianza nella prassi
quotidiana. E’ quanto la Chiesa sta soffrendo oggi: una crisi di fede, che ha procurato da qualche
tempo l’esigenza della nuova evangelizzazione, e che ha spinto a proclamare prima con Paolo VI e
poi con Benedetto XVI, l’anno della fede e a erigere un dicastero corretto per la nuova
evangelizzazione[4]. La crisi poi si riflette particolarmente nel matrimonio e nella famiglia, che
spinge oggi il Sommo Pontefice Francesco a programmare un sinodo sul matrimonio e la famiglia
nonostante i molti documenti che già esistono in proposito[5]. Ma il cammino si annuncia difficile.
Fa riflettere in modo particolare il fatto che l’ampia problematica che il tema racchiude, di fatto,
viene quasi sintetizzata in una questione, per quanto importante, piuttosto marginale e comunque
secondaria, cioè l’accesso all’Eucaristia da parte dei divorziati risposati, quando le questioni più
rilevanti dovrebbero essere quelle che stanno a monte, ossia perché esiste una difficoltà per tali
persone ad accedere alla Eucaristia; ossia il senso del matrimonio cristiano e le sue peculiarità, il
significato della Eucaristia e le disposizioni che il suo ricevimento presuppongono. Si tratta pertanto
di trovare, come al solito la strada giusta, per avvicinare i problemi. Questo ci porta ad altre
riflessioni sul modo di affrontare le crisi nella vita della Chiesa, specialmente quando esse sono
interne. Anche qui qualche riflessione sul passato può aiutarci.
3) L’arianesimo
La prima grande crisi interna della Chiesa ci fu proprio con il dono della pace costantiniana. Essa fu
insieme dottrinale e morale. La crisi dottrinale investì le radici stesse della fede cristiana: il mistero
trinitario, minacciato dalla gnosi. Si tratta del primo tentativo che tende a ridurre la fede entro le
dimensioni della mente umana. Sarà un tentativo che si ripeterà sotto diverse forme in tutti i periodi
storici e reso particolare agguerrito proprio nella modernità e nella secolarizzazione di oggi. La
tentazione razionalista è stata forte particolarmente con la prima eresia, quella ariana. Tanto forte
che essa era penetrata all’interno della stessa chiesa, se san Girolamo può dire che improvvisamente
la chiesa si scoprì con orrore ariana[6]. Gesù Cristo veniva ricondotto all’interno di una dimensione
umana; ma perdendo la sua identità divina non poteva essere più confessato come Dio, il Salvatore,
il Figlio di Dio fatto uomo, l’unico nome dato gli uomini sotto il cielo per essere salvati. La gnosi
minacciò anche la vita cristiana nella sua identità, riconducendo la morale a conoscenza e
appannaggio degli uomini sapienti secondo la ragione umana. Con riflessi sulla vita dell’intero
popolo cristiano.
La pace costantiniana fu certamente un dono di Dio, che però presto venne vissuto con uno stile di
vita cristiana meno impegnato e meno missionario. La reazione a tale crisi si ebbe prima con la
fioritura degli eremiti e quindi dei monaci e delle diverse forme di vita evangelica e particolarmente
di povertà; e secondariamente con il nuovo impegno missionario che portò a compimento
l’evangelizzazione nei paesi europei dei quali ci si era quasi dimenticati.
4) Il medioevo
Un’altra grave crisi interna fu certamente quella della fioritura medievale, particolarmente del
commercio. I costumi cristiani lasciavano piuttosto a desiderare. La ricchezza portava benessere,
ma anche disuguaglianze, pigrizia nel clero e povertà e ignoranza nel popolo. La reazione fu quella
di san Francesco, che sposò madonna povertà e diede vita al grande movimento francescano. La
tradizione ci ha tramesso il sogno del Papa Innocenzo III che sogna il Laterano che in fase di crollo
viene sostenuto dalle fragili spalle del fraticello di Assisi.
5) La «riforma» di Lutero
Una nuova crisi fu certamente quella luterana, che staccò dalla comunione della Chiesa cattolica
una grande parte dell’Europa. Essa fu chiamata riforma. In realtà essa si risolse in una
legittimazione della situazione di corruzione, se non altro per una dottrina della giustificazione
insufficiente. La Chiesa cattolica reagì con la controriforma, che trovò nella disciplina del Concilio
di Trento il suo fulcro, con una schiera di Santi che attuò lo stesso Concilio di Trento e con un
nuovo impegno missionario, attraverso l’evangelizzazione dei paesi del nuovo mondo appena
scoperto. Il superamento della crisi avvenne attraverso l‘evangelizzazione e la rinascita della vita
cristiana. Il filosofo luterano Kierkegaard ha fatto un confronto tra l’azione di Lutero e quella della
Chiesa cattolica. Lutero non credette veramente alla grazia, e la sua denuncia in realtà non portò al
rinnovamento dei costumi; mentre la Chiesa cattolica credette alla grazia e fiduciosa in essa operò
per il rinnovamento della chiesa e della vita cristiana.
6) La crisi d’oggi
La crisi moderna è molto più complessa. La stiamo vivendo nel suo momento insieme più alto e di
crisi. Essa ha radici lontane, eminentemente razionaliste. Essa si radica nell’illuminismo che
fornisce la dottrina e nella rivoluzione francese che fornisce la potenza militare politica. Il Papa
Benedetto XVI dirà nell’enciclica Spe salvi[7] che con la rivoluzione francese la speranza cristiana
perde il suo carattere di trascendenza e diventa immanente: è ridotta alla dimensione umana, è frutto
semplicemente della attività dell’uomo e si muove nella dimensione di essa. L’uomo proclama la
sua autonomia e indipendenza da Dio. L’uomo non ha bisogno di Dio. L’uomo si pone al posto di
Dio. E’ il punto più alto della modernità, se per modernità si intende esaltazione dell’uomo. Ma è
anche la sua crisi, la crisi dell’uomo quale è il periodo che stiamo vivendo: il tempo della
secolarizzazione, il tempo del relativismo etico e gnoseologico; il tempo dello smarrimento in cui
l’uomo non sa dire più nulla su se stesso, da dove viene, dove vada e quale sia il senso della sua vita
e del suo camminare, benché sappia dire molte cose sul cosmo. E non potrebbe essere diversamente,
perché il moderno si fonda sulla più grande menzogna della storia: l’uomo facendosi Dio ha
distrutto se stesso. La morte di Dio, dice il Papa Giovanni Paolo II, proclamata dall’uomo è in verità
la morte dell’uomo. E’ il tempo che stiamo vivendo. E’ il tempo della nuova evangelizzazione. E’ il
tempo in cui la famiglia e il matrimonio stanno perdendo il loro senso. Perché la fede rifiorisca e il
matrimonio vengano rivalutati è necessario andare alle radici della fede; altrimenti si corre il rischio
di lavorare invano e ritrovare il mistero di Dio uno e trino e del mistero di Dio Verbo incarnato
salvatore e redentore del genere umano; nel mistero di Dio riscoprire il mistero dell’uomo e
riaprirlo all’orizzonte dell’eternità, nel cuore di Dio e nel mistero dell’uomo, al mistero della grazia
e del trascendente. E’ questo l’humus nel quale siamo chiamati a riscoprire il matrimonio e la
famiglia e la problematica connessa che ne deriva.
PARTE SECONDA
Accesso ai Sacramenti
Il matrimonio e la famiglia è il tema che il Santo Padre ha proposto alla riflessione della Chiesa
ponendolo come argomento di un sinodo dei vescovi, in due tappe distanti di un anno l’una
dall’altra, ottobre del 2014 e ottobre del 2015. Esso è stato preceduto da un amplissimo
questionario, in ordine ad avere una panoramica più realistica possibile. Purtroppo i mezzi di
comunicazione mettono in risalto gli aspetti più marginali del tema e lo trattano prevalentemente, se
non esclusivamente, nella prospettiva delle novità, che si vedono in tutte le direzioni immaginabili e
possibili. Del tema si è avuto quasi un anticipo nel concistoro del 20 e 21 febbraio che ha discusso
del matrimonio e la famiglia. In esso secondo i pochi elementi forniti dal porta voce della sala
stampa vaticana, ha spaziato su tutti i temi; ma il punto focale sembra essere stato quello della
Eucaristia ai risposati, secondo l’impressione attribuita al Card.Barbarin.
Può essere utile una riflessione sui punti che si profilano all’orizzonte proprio su questo tema.
Anzitutto diamo alcune precisazioni su chi siano i divorziati risposati, poi riporteremo
l’insegnamento della Chiesa su tali persone per quanto riguarda i sacramenti della Chiesa, e
riporteremo le disposizioni canoniche generali per tutti i fedeli in materia, quindi ci soffermeremo a
riflettere sulla problematica sollevata, per l’approfondimento delle ragioni che stanno alla base
dell’insegnamento e della disciplina della Chiesa, infine prenderemo in considerazione un caso
specifico proposto dal Card. Kasper.
1. Divorziati risposati
Anzitutto precisiamo che quando diciamo «divorziati risposati» propriamente intendiamo quanti
dopo aver contratto un matrimonio canonico valido, ossia un matrimonio secondo le leggi della
Chiesa, e dopo aver fallito in questo matrimonio, non potendo celebrare un secondo matrimonio
canonico per il vincolo già ed ancora esistente, sono passati a nuove nozze secondo la legge civile;
si tratta pertanto di persone che sono legate da un vincolo religioso (matrimonio canonico) e da un
vincolo civile (matrimonio civile). In un senso più ampio intendiamo tutti coloro che hanno una
convivenza irregolare e pertanto, almeno per quanto riguarda l’accesso ai sacramenti, si trovano in
una condizione di impossibilità di partecipare agli stessi sacramenti della Eucaristia e della
Penitenza.
Va pure precisato che una cosa è dire che un fedele non ha le condizioni richieste per andare ai
sacramenti e altro dire che i ministri devono rifiutare i sacramenti a coloro, che, pur non potendo
accedervi, perché non ne hanno le condizioni, tuttavia vi accedono. I ministri devono allontanarli
dai sacramenti per evitare lo scandalo dei fedeli, che si suppone che conoscono la condizione del
fedele che accede ai sacramenti senza le debite condizioni. Nella nostra esposizione noi ci
soffermeremo soprattutto sulle condizioni richieste, mancando le quali il fedele non può accedere ai
sacramenti.
2. Insegnamento della Chiesa
L’insegnamento della Chiesa è costante nella sua tradizione particolarmente per quanto riguarda
l’amicizia di Dio (grazia santificante, della quale è privo chi è in stato di peccato grave non ancora
perdonato nel sacramento della penitenza) e per quanto riguarda il pentimento e il proposito di non
peccare più per potere essere assolto dal peccato grave nel sacramento della penitenza. Siccome il
problema è diventato particolarmente acuto nell’epoca attuale per la condizione dei divorziati
risposati, per la quale non sono mancate ripetute iniziative perché la Chiesa cambiasse la sua
disciplina, l’insegnamento della Chiesa è stato più insistente e ripetuto, specialmente durante il
lungo pontificato di Giovanni Paolo II e del suo successore Benedetto XVI. Tale insegnamento non
si limita a riproporre la disciplina tradizionale, ma offre anche le ragioni che non permettono la
modifica di tale disciplina ed insieme indica altre strade per venire incontro al problema pastorale.
3. Alcune fonti del magistero e della disciplina della Chiesa
Non pare necessario né utile riportare i numerosi interventi dello stesso magistero neppure in questi
ultimi decenni. Rinviamo per questo a testi che riportano le fonti degli interventi ecclesiastici in
materia, particolarmente della Congregazione della dottrina della fede e della morale. Ci limitiamo
ad alcuni significativi, tra i quali anzitutto l’esortazione apostolica Familiaris Consortio
di Giovanni Paolo II[8]:
3.1 Familiaris Consortio, n. 84
«L’esperienza quotidiana mostra, purtroppo, che chi ha fatto ricorso al divorzio ha per lo più in vista
il passaggio ad una nuova unione, ovviamente non col rito religioso cattolico. Poiché si tratta di una
piaga che va al pari delle altre, intaccando sempre più largamente anche gli ambienti cattolici, il
problema dev’essere affrontato con premura indilazionabile. I Padri Sinodali l’hanno espressamente
studiato. La Chiesa, infatti, istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e soprattutto i battezzati,
non può abbandonare a se stessi coloro che – già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale –
hanno cercato di passare a nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro
disposizione i suoi mezzi di salvezza.
Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è
infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati
abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio
canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista
dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente
matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.
Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i
divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e
anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di
Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle
opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede
cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la
grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li
sostenga nella fede e nella speranza.
La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla
comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento
che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore
tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo
pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e
confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.
La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico
– può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a
Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con
l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri
motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della
separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri
dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25
Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).
Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro
familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o
pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di
qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l’impressione della celebrazione di nuove nozze
sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l’indissolubilità del matrimonio
validamente contratto.
Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso
tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza
loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.
Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore
ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza,
se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità».
3.2 Il catechismo della Chiesa Cattolica
E’ bene ascoltare anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1650:
«Oggi, in molti paesi, sono numerosi i cattolici che ricorrono al divorzio secondo le leggi civili e
che contraggono civilmente una nuova unione. La Chiesa sostiene, per fedeltà alla parola di Gesù
Cristo (“Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la
donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio”: Mc 10,11-12), che non può
riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio. Se i divorziati si sono
risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la Legge di
Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura
tale situazione. Per lo stesso motivo non possono esercitare certe responsabilità ecclesiali. La
riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che
si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati a
vivere in una completa continenza».
N. 1651: «Nei confronti dei cristiani che vivono in questa situazione e che spesso conservano la
fede e desiderano educare cristianamente i loro figli, i sacerdoti e tutta la comunità devono dare
prova di una attenta sollecitudine affinché essi non si considerino come separati dalla Chiesa, alla
vita della quale possono e devono partecipare in quanto battezzati: “Siano esortati ad ascoltare la
Parola di Dio, a frequentare il Sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare
incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i
figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza, per implorare così, di giorno
in giorno, la grazia di Dio”(Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 84: AAS 74 (1982)
185)»
3.3 Congregazione della Congregazione della dottrina della fede
Nel n. 4 della Epistola ad Catholicae Ecclesiae Episcopos de receptione communionis
eucharisticae a fidelibus qui post divortium novas inierunt nuptias[9], si legge:
«Di fronte alle nuove proposte pastorali sopra menzionate questa Congregazione ritiene pertanto
doveroso richiamare la dottrina e la disciplina della Chiesa in materia. Fedele alla parola di Gesù
Cristo (Mc 10,11-12), la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se
era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in
una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla
Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione (Cf. Catechismo della Chiesa
Cattolica, n. 1650; cf. anche n. 1640 e Concilio Tridentino, sess. XXIV: Denz.-Schoenm. 1797-
1812).
Questa norma non ha affatto un carattere punitivo o comunque discriminatorio verso i divorziati
risposati, ma esprime piuttosto una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l’accesso
alla Comunione eucaristica: “Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e
la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la
Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si
ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa
la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio” ( Esort. apost. Familiaris consortio, n.
84).
Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l’accesso alla Comunione eucaristica è
aperto unicamente dall’assoluzione sacramentale, che può essere data “solo a quelli che, pentiti di
aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma
di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò importa, in concreto, che
quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono
soddisfare l’obbligo della separazione, ‘assumano l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di
astenersi dagli atti propri dei coniugi’” (Ibid,. n. 84: AAS 74 (1982) 186; cf. Giovanni Paolo II,
Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, n. 7: AAS 72 (1982) 1082). In tal caso essi
possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo
scandalo».
3.4 Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi
Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Circa L’ammissibilità alla Santa Comunione dei
divorziati risposati[10]:
«2. Qualunque interpretazione del can. 915 che si opponga al suo contenuto sostanziale, dichiarato
ininterrottamente dal Magistero e dalla disciplina della Chiesa nei secoli, è chiaramente fuorviante.
Non si può confondere il rispetto delle parole della legge (cfr. can. 17) con l’uso improprio delle
stesse parole come strumenti per relativizzare o svuotare la sostanza dei precetti.
La formula “e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto” è chiara e va
compresa in un modo che non deformi il suo senso, rendendo la norma inapplicabile. Le tre
condizioni richieste sono:
a) il peccato grave, inteso oggettivamente, perché dell’imputabilità soggettiva il ministro della
Comunione non potrebbe giudicare;
b) l’ostinata perseveranza, che significa l’esistenza di una situazione oggettiva di peccato che dura
nel tempo e a cui la volontà del fedele non mette fine, non essendo necessari altri requisiti
(atteggiamento di sfida, ammonizione previa, ecc.) perché si verifichi la situazione nella sua
fondamentale gravità ecclesiale;
c) il carattere manifesto della situazione di peccato grave abituale.
Non si trovano invece in situazione di peccato grave abituale i fedeli divorziati risposati che, non
potendo per seri motivi -quali, ad esempio, l’educazione dei figli- “soddisfare l’obbligo della
separazione, assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri
dei coniugi” (Familiaris consortio, n. 84), e che sulla base di tale proposito hanno ricevuto il
sacramento della Penitenza. Poiché il fatto che tali fedeli non vivono more uxorio è di per sé
occulto, mentre la loro condizione di divorziati risposati è di per sé manifesta, essi potranno
accedere alla Comunione eucaristica solo remoto scandalo».
3.5 Benedetto XVI
Nella Esortazione apostolica Sacramentum Caritatis[11], nn. 20 e 29 leggiamo:
«II. Eucaristia e sacramento della Riconciliazione
Loro nesso intrinseco
20. Giustamente, i Padri sinodali hanno affermato che l’amore all’Eucaristia porta ad apprezzare
sempre più anche il sacramento della Riconciliazione (Cfr Propositio 7; Giovanni Paolo II, Lett.
enc. Ecclesia de Eucharistia (17 aprile 2003), 36: AAS 95 (2003), 457-458). A causa del legame tra
questi sacramenti, un’autentica catechesi riguardo al senso dell’Eucaristia non può essere disgiunta
dalla proposta di un cammino penitenziale (cfr 1 Cor 11,27-29). Certo, constatiamo come nel nostro
tempo i fedeli si trovino immersi in una cultura che tende a cancellare il senso del peccato (Cfr
Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsinodale Reconciliatio et Paenitentia (2 dicembre 1984),
18: AAS 77 (1985), 224-228), favorendo un atteggiamento superficiale, che porta a dimenticare la
necessità di essere in grazia di Dio per accostarsi degnamente alla comunione sacramentale
(Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1385). In realtà, perdere la coscienza del peccato comporta
sempre anche una certa superficialità nell’intendere l’amore stesso di Dio. Giova molto ai fedeli
richiamare quegli elementi che, all’interno del rito della santa Messa, esplicitano la coscienza del
proprio peccato e, contemporaneamente, della misericordia di Dio. Inoltre, la relazione tra
Eucaristia e Riconciliazione ci ricorda che il peccato non è mai una realtà esclusivamente
individuale; esso comporta sempre anche una ferita all’interno della comunione ecclesiale, nella
quale siamo inseriti grazie al Battesimo. Per questo la Riconciliazione, come dicevano i Padri della
Chiesa, è laboriosus quidam baptismus, (Cfr S. Giovanni Damasceno, Sulla retta fede, IV,
9: PG 94, 1124C; s. Gregorio Nazianzeno, Discorso 39, 17: PG 36, 356A; Conc. Ecum. di
Trento, Doctrina de sacramento paenitentiae, cap. 2: DS 1672) sottolineando in tal modo che l’esito
del cammino di conversione è anche il ristabilimento della piena comunione ecclesiale, che si
esprime nel riaccostarsi all’Eucaristia. (Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen
gentium, 11; Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsinodale Reconciliatio et Paenitentia (2 dicembre
1984), 30: AAS 77 (1985), 256-257)
Eucaristia e indissolubilità del matrimonio
29. Se l’Eucaristia esprime l’irreversibilità dell’amore di Dio in Cristo per la sua Chiesa, si
comprende perché essa implichi, in relazione al sacramento del Matrimonio, quella indissolubilità
alla quale ogni vero amore non può che anelare (Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1640). Più
che giustificata quindi l’attenzione pastorale che il Sinodo ha riservato alle situazioni dolorose in cui
si trovano non pochi fedeli che, dopo aver celebrato il sacramento del Matrimonio, hanno divorziato
e contratto nuove nozze. Si tratta di un problema pastorale spinoso e complesso, una vera piaga
dell’odierno contesto sociale che intacca in misura crescente gli stessi ambienti cattolici. I Pastori,
per amore della verità, sono obbligati a discernere bene le diverse situazioni, per aiutare
spiritualmente nei modi adeguati i fedeli coinvolti ( Cfr Giovanni Paolo II, Esort. ap.
postsinodale Familiaris consortio (22 novembre 1981), 84: AAS 74 (1982), 184-186;
Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la
recezione della comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati Annus Internationalis
Familiae (14 settembre 1994): AAS 86 (1994), 974-979) Il Sinodo dei Vescovi ha confermato la
prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura (cfr Mc 10,2-12), di non ammettere ai Sacramenti i
divorziati risposati, perché il loro stato e la loro condizione di vita oggettivamente contraddicono
quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata ed attuata nell’Eucaristia. I divorziati
risposati, tuttavia, nonostante la loro situazione, continuano ad appartenere alla Chiesa, che li segue
con speciale attenzione, nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita
attraverso la partecipazione alla santa Messa, pur senza ricevere la Comunione, l’ascolto della
Parola di Dio, l’Adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il
dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta,
le opere di penitenza, l’impegno educativo verso i figli.
Là dove sorgono legittimamente dei dubbi sulla validità del Matrimonio sacramentale contratto, si
deve intraprendere quanto è necessario per verificarne la fondatezza. Bisogna poi assicurare, nel
pieno rispetto del diritto canonico (Cfr Pontificio Consiglio per i Testi legislativi, Istruzione sulle
norme da osservarsi nei tribunali ecclesiastici nelle cause matrimoniali Dignitas connubii (25
gennaio 2005), Città del Vaticano, 2005) la presenza sul territorio dei tribunali ecclesiastici, il loro
carattere pastorale, la loro corretta e pronta attività (Cfr Propositio 40). Occorre che in ogni Diocesi
ci sia un numero sufficiente di persone preparate per il sollecito funzionamento dei tribunali
ecclesiastici. Ricordo che « è un obbligo grave quello di rendere l’operato istituzionale della Chiesa
nei tribunali sempre più vicino ai fedeli» (Benedetto XVI, Discorso al Tribunale della Rota Romana
in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario (28 gennaio 2006): AAS 98 (2006), 138). È
necessario, tuttavia, evitare di intendere la preoccupazione pastorale come se fosse in
contrapposizione col diritto. Si deve piuttosto partire dal presupposto che fondamentale punto
d’incontro tra diritto e pastorale è l’amore per la verità: questa infatti non è mai astratta, ma «si
integra nell’itinerario umano e cristiano di ogni fedele» (Cfr Propositio 40). Infine, là dove non
viene riconosciuta la nullità del vincolo matrimoniale e si danno condizioni oggettive che di fatto
rendono la convivenza irreversibile, la Chiesa incoraggia questi fedeli a impegnarsi a vivere la loro
relazione secondo le esigenze della legge di Dio, come amici, come fratello e sorella; così potranno
riaccostarsi alla mensa eucaristica, con le attenzioni previste dalla provata prassi ecclesiale. Tale
cammino, perché sia possibile e porti frutti, deve essere sostenuto dall’aiuto dei pastori e da
adeguate iniziative ecclesiali, evitando, in ogni caso, di benedire queste relazioni, perché tra i fedeli
non sorgano confusioni circa il valore del Matrimonio».
4. La disciplina della Chiesa per partecipare ai Sacramenti: Il Codice e la disciplina della
Chiesa
4.1 Diritto di ogni fedele a ricevere i sacramenti
Per quanto riguardo la ricezione dei sacramenti, a livello generale, il Codice di Diritto Canonico
riconosce il diritto che ogni fedele ha di ricevere da parte dei pastori i mezzi spirituali necessari per
la salvezza. Tra questi mezzi, di particolare importanza sono i sacramenti. Il canone 213 recita: «I
fedeli hanno il diritto di ricevere dai sacri Pastori gli aiuti derivanti dai beni spirituali della Chiesa,
soprattutto dalla parola di Dio e dai sacramenti». Essi, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, «sono
segni e mezzi mediante i quali la fede viene espressa e rafforzata, si rende culto a Dio e si compie la
santificazione degli uomini, e pertanto concorrono sommamente a iniziare, confermare e
manifestare la comunione ecclesiastica» (can. 840). Per questo, tanto i ministri come i fedeli, nella
celebrazione dei sacramenti, «devono avere una profonda venerazione e la dovuta diligenza» (can.
840). Talmente importanti per la salvezza sono i sacramenti che il Codice impone ai ministri
l’obbligo di amministrarli, e non possono essere negati a coloro che li chiedono opportunamente.
(can. 843, §1).
4.2 Condizioni richieste
Se da un lato il legislatore riconosce ad ogni fedele il diritto di riceve i sacramenti, dall’altro tiene
conto anche della dignità dei sacramenti e della retta amministrazioni di essi, in modo tale che siano
in beneficio spirituale dei fedeli e non per la loro condanna. Perciò, lo stesso canone 843, §1 dopo
aver vietato ai ministri il negare i sacramenti a coloro che lo chiedono, aggiunge le condizioni
fondamentali perché i fedeli possano accedervi: «siano disposti nel debito modo e non abbiano dal
diritto la proibizione di recerveli».
Tali condizioni nei fedeli per accedere ai sacramenti è richiesta particolarmente per il sacramento
dell’Eucaristia e della Penitenza[12].
4.3 L’accesso all’Eucaristia
Per quanto riguarda la partecipazione all’Eucaristia, sacramento dell’amore divino, il Codice
richiede, fondato nelle parole dell’apostolo Paolo, che uno, prima di accostarsi si esamini, altrimenti
corre il rischio di ricevere la propria condanna: «Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o
beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini
se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza
riconoscere il corpo del Signore, mangia e bene la propria condanna» (1 Cor 11, 27-29). È quanto
afferma il can. 916: «Colui che è consapevole di essere in peccato grave, non celebri la Messa né
comunichi al Corpo del Signore senza avere premesso la confessione sacramentale».
La Chiesa esige per l’accesso all’Eucaristia lo stato di grazia, ottenuto normalmente attraverso il
sacramento della penitenza. Chi infatti è consapevole di aver commesso un peccato grave, ha
bisogno, per accedere all’Eucaristia, di ottenere il perdono di Dio attraverso la confessione, a meno
che urga ricevere o celebrare l’Eucaristia e manchi il confessore necessario e disponibile. In ogni
caso il dolore sempre necessario per il perdono dei peccati implica sempre che, oltre al dispiacere di
avere offeso Dio (contrizione), ci si riprometta e ci si impegni a confessarsi e il proposito di non
commettere più il peccato e di fuggire l’occasione di esso. A tali esigenze si oppone proprio lo stato
di convivenza del divorziato risposato. Egli non può accedere all’Eucaristia perché è in stato di
peccato grave permanente e non può ottenere il perdono perché egli per definizione vuole rimanere
nella situazione di peccato e pertanto non ha il vero dolore necessario per essere ammesso
all’Eucaristia. Se poi nonostante ciò accedesse alla Comunione, il sacerdote deve rifiutare
l’Eucaristia, qualora si verifichino le condizioni previste dal can. 915.
4.4 L’impossibilità di ricevere l’assoluzione sacramentale
Il penitente può essere assolto dal peccato solo se è ben disposto. E’ ben disposto se è pentito del
peccato e promette di non ricadere, e faccia il proposito di fuggire le occasioni del peccato. Il
canone 987 è chiaro al riguardo: «Il fedeli per ricevere il salutare rimedio del sacramento della
penitenza, deve essere disposto in modo tale che, ripudiando i peccati che ha commesso e avendo il
proposito di emendarsi, si converta a Dio» Solo con tali disposizioni, di ripudio dei peccati
commessi e di proposito di emendarsi, il fedele può ricevere il sacramento in modo salutare, e cioè
che porti alla salvezza.
Così il divieto di accedere all’Eucaristia e l’impossibilità di essere assolto nel sacramento del
perdono sono strettamente congiunti.
4.5 Il dovere di respingere chi accede alla comunione; can. 915
Se lo stato di opposizione grave alla legge di Dio e della Chiesa fosse noto anche alla comunità e
qualcuno osasse ciò nonostante accedere all’Eucaristia, questo deve essere anche respinto. In effetti
il can. 915 recita: «Non siano ammessi alla sacra comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo
l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave
manifesto». Una dichiarazione del Pontificio Concilio per i Testi Legislativi ha ribadito la validità
del divieto contenuto nel canone 915 di fronte a quanti hanno preteso che tale norma non sarebbe
applicabile al caso dei fedeli divorziati risposati. La dichiarazione afferma «Nel caso concreto
dell’ammissione alla sacra Comunione dei fedeli divorziati risposati, lo scandalo, inteso quale
azione che muove gli altri verso il male, riguarda nel contempo il sacramento dell’Eucaristia e
l’indissolubilità del matrimonio. Tale scandalo sussiste anche se, purtroppo, siffatto comportamento
non destasse più meraviglia: anzi è appunto dinanzi alla deformazione delle coscienze, che si rende
più necessaria nei Pastori un’azione, paziente quanto ferma, a tutela della santità dei sacramenti, a
difesa della moralità cristiana e per la retta formazione dei fedeli»[13]. La situazione dei divorziati
risposati si trova in conflitto con la disciplina ecclesiastica in punti irrinunciabili, in quanto toccano
lo stesso diritto divino.
5. Riflessioni, approfondimenti, esplicitazioni
C’è anzitutto da osservare che fermare l’attenzione sui divorziati risposati, può essere fuorviante,
perché ci si fermerebbe non sul matrimonio e la famiglia, ma su una figura che è deviazione
dall’immagine originaria e deformazione di essa. Il divorziato risposato, infatti, contraddice proprio
l’immagine e la figura del matrimonio e della famiglia secondo l’immagine che la Chiesa ne offre.
Ancora di più si può dire che la problematica corre il rischio di non essere affrontata correttamente,
quando il problema mira in modo particolare a raggiungere un obiettivo che a prima vista si
presenta già escluso in partenza e quindi raggiungibile soltanto attraverso novità e rotture con la
dottrina tradizionale della Chiesa.
La Chiesa di fatto ha sempre proposta una dottrina e una disciplina che esclude i divorziati risposati
dall’Eucaristia. Non è una dottrina specifica per i matrimoni, ma di semplice applicazione della
dottrina della Chiesa per accedere all’Eucarestia; dottrina che essa trasmette ai fedeli fin
dall’infanzia, particolarmente a partire dalla prima comunione, come abbiamo esaminato appena
sopra. Prospettive errate fanno correre il rischio di strumentalizzare per fini loro estranei gli
strumenti stessi dei quali si parla e quindi deformarli purché raggiungano lo scopo. Tale potrebbe
essere la prospettiva pietistica.
La problematica dei divorziati risposati ha di fatto assunto una prospettiva quasi esclusivamente
compassionevole che sottolinea le sofferenze e il dolore dei coniugi coinvolti in tale situazione,
perché respinti dall’accesso all’Eucaristia. La prospettiva così limitata intende oggettivamente
muovere a compassione verso tali fedeli e creare opposizione tra rigore della norma e pietà per le
persone; tra rigidità della legge e situazioni personali alle quali la legge dovrebbe piegarsi; conflitto
tra il desiderio santo di ricevere l’Eucaristia e la durezza di una norma che la esclude; esclusione
dalla Eucaristia vista come condanna delle persone e concessione della Eucaristia come rispetto
delle persone. Si esercita in tal modo una forte pressione per condannare coloro che sono visti come
oppositori alla misericordia e difensori della durezza della legge contro la benevolenza.
In realtà tale prospettiva e tale presentazione del problema appare subito a chi esamina con un
minimo di attenzione il problema che tale presentazione è estremamente semplicistica, superficiale
e non realistica: essa tra i tanti aspetti del problema, tutti gravi, ne tratta solo uno e per di più a
livello emotivo. La prospettiva di fronte ad una situazione è quella di esaminare a quale disegno di
Dio essa possa rispondere e come si possa inserire in tale disegno o progetto di Dio: ossia la sua
moralità.
5.1 E’ in gioco la legge divina: indissolubilità del matrimonio
Anzitutto la questione della quale si sta parlando non tratta semplicemente di una legge umana
positiva, che possa essere modificata a piacimento del legislatore umano anche ecclesiastico. La
legge della indissolubilità del matrimonio è una legge divina proclamata solennemente da Gesù e
confermata più volte dalla Chiesa al punto che la norma che afferma che il matrimonio rato e
consumato tra battezzati non può essere sciolto da nessuna autorità umana ma viene sciolto solo
dalla morte è dottrina di fede della Chiesa.
5.2 Legge divina: la morale sessuale
Una seconda norma di diritto divino è che la sessualità è lecita soltanto tra persone congiunte in
matrimonio; questo implica che chi convive con una persona che, secondo le leggi della Chiesa non
è coniuge, si trova in una situazione grave di peccato che esclude dall’accesso all’Eucaristia, e non
solo, ma non può ricevere neppure il sacramento della penitenza, perché questo implica che il
penitente non può essere assolto perché intende e se intende perseverare in quella situazione. Infatti
l’assoluzione implica che vi sia il pentimento e il proposito di non ripetere il peccato.
5.3 Legge divina: accedere all’Eucaristia in stato di grazia
Va poi detto che la proibizione di accedere all’Eucaristia in stato di peccato grave contrasta con la
natura stessa della comunione e come tale è contro la volontà divina e la natura stessa della
Eucaristia. La Chiesa infatti esige per chi vuole accedere all’Eucaristia lo stato di grazia
santificante, normalmente attraverso il sacramento della penitenza, eccezionalmente quando non sia
possibile confessarsi ed urge l’accesso all’Eucaristia, si richiede la contrizione perfetta che implica
il proposito di confessarsi quanto prima. In tale modo l’accesso all’Eucaristia implica sempre,
almeno come proposito il riferimento allo stesso sacramento della penitenza. Si tratta non
semplicemente di una norma disciplinare ma di una dottrina molto profonda sulla stessa Eucaristia,
dottrina spesso ignorata dagli stessi fedeli che esprimono la volontà di ricevere il sacramento.
Situazione di peccato e comunione eucaristica sono in netto contrasto ed opposizione. Il sacramento
dell’amore quale è l’Eucaristia è il sacramento dell’amicizia tra Cristo che offre se stesso e il fedele
che accetta l’amicizia con il Signore. Il problema perciò andrebbe affrontato seriamente proprio a
partire dal senso della partecipazione al sacramento della Eucaristia[14].
5.4 Legge divina: il sacramento della penitenza
Qualsiasi peccato per quanto grave esso possa essere, può essere perdonato da Dio e dalla Chiesa.
Per ricevere tuttavia l’assoluzione sacramentale si richiede il pentimento del peccato e il proposito
di non ricadere e quindi di fuggire le occasioni di peccato.
5.5 Legge divina: armonia tra legge divina e misericordia divina
Davanti alla legge divina non si può porre il contrasto tra misericordia e giustizia; tra rigore della
legge e misericordia e perdono. In questi casi evidentemente non si può parlare di una incapacità o
inadeguatezza della legge a misurare tutti i casi concreti specialmente se nel caso concreto il ricorso
alla misericordia non sarebbe altro che violazione diretta della legge divina. Non si può opporre
misericordia e moralità; né si può identificare l’amore con la misericordia. Questa è certamente un
volto dell’amore, e come abbiamo già avuto modo di dire, è anche amore in quanto però comunica
il bene che elimina ogni male[15]. Ma l’amore si può alle volte esprimere, e in alcuni casi si deve,
con la negazione della misericordia intesa come condiscendenza benevola e peggio ancora
approvazione.
5.6 Legge divina: ogni comandamento di Dio è un dono del suo amore
L’adempimento di un comandamento di Dio non è né può essere visto opposto all’amore e alla
misericordia. Anzi ogni comandamento di Dio, anche il più severo, ha il volto dell’amore di Dio,
anche se non dell’amore misericordioso. Il comandamento della indissolubilità del matrimonio e
della castità matrimoniale è dono di Dio e non si può opporre alla misericordia di Dio. Ogni
manifestazione di Dio nei confronti dell’uomo è sempre un atto di amore. Ma l’amore ha un volto di
tanti aspetti: è sempre il volto di Gesù che in ogni atto della sua vita divina in terra ha sempre il
volto dell’amore, anche quando era un volto severo nei confronti dei farisei, degli scribi e degli
ipocriti. Gesù, come Dio, è sempre amore.
Domanda: si può autorizzare l’accesso alla Eucaristia e alla Penitenza ad un divorziato risposato che
convive more uxorio?
Di fronte a queste riflessioni, non ha senso e non può avere senso la possibilità di autorizzare
l’accesso all’Eucaristia neppure alla persona che non è stata in nessun modo causa del fallimento
matrimoniale e poi è passata a convivere con un altra persona perché si è sentita oggetto di
ingiustizia, bisognosa di essere aiutata nell’educazione dei figli e bisognosa di affetto stabilendo una
situazione irreversibile. Di fatto neppure l’ingiustizia può giustificare la violazione della legge di
Dio. Né si può addurre la debolezza umana o la mancanza della vocazione alla continenza perfetta.
La legge del Signore a volte può chiedere anche azioni eroiche. Se il Signore ci trova in questa
condizione non farà mancare la grazia. Né si può giustificare l’aiuto del quale l’eventuale persona
innocente ha bisogno per l’educazione dei figli. E tanto meno si può addurre la irreversibilità della
situazione. Sempre per le stesse ragioni. Vivere coniugalmente con un partner che non è il proprio
marito o la propria moglie è un atto intrinsecamente cattivo che non si può mai giustificare per
nessun motivo. E’ la dottrina morale cattolica ribadita recentemente dal Sommo Pontefice Giovanni
Paolo II nella enciclica Veritatis Splendor. Giustificare in questi casi l’accesso all’Eucaristia
affermando che si tratta di casi singoli che non si possono misurare con la legge, perché la legge
non può coprire tutti i casi, è dimenticare che nel caso si tratta di legge divina che per natura sua
copre tutti i casi e non ammette eccezione, a meno che non si voglia ammettere la dottrina dell’etica
della situazione, condannata dalla Chiesa anche recentemente nella enciclica Veritatis Splendor[16].
In realtà è evidente che un rapporto coniugale con una persona che non è il proprio coniuge è
sempre gravemente lesivo della legge morale e mai giustificabile e tanto meno può essere ammesso
l’accesso alla Eucaristia.
Ciò premesso si può dire che la problematica dei divorziati risposati si presenta come una situazione
irregolare, in quanto le persone interessate si trovano legate da un vincolo matrimoniale non
riconosciuto dalla Chiesa e non ammissibile da essa perché le parti risultano legate da un precedente
vincolo matrimoniale che non può essere sciolto. La irregolarità consiste proprio in questo nuovo
vincolo. Ne consegue che la stessa convivenza condotta dalle persone interessate risulta contraria
alla morale cattolica, particolarmente proprio perché la morale sessuale della dottrina cattolica
dichiara che è lecito l’atto coniugale solo tra sposi legittimi nell’ambito matrimoniale. Questa
situazione fa sorgere un’altra irregolarità, l’accesso al sacramento della Eucaristia che è aperta solo
a chi non è conscio di nessun peccato grave, e della penitenza o della confessione sacramentale che
non può essere a disposizione se non a chi è pentito del proprio peccato e si impegna a non
commetterlo più.
Rimane così confermata in modo incontrovertibile la dottrina tradizionale che oltre ad essere una
dottrina collaudata da secoli, ha solide basi nella morale e spiritualità cristiana. Del resto una
dottrina durata per secoli e riaffermata continuamente dalla Chiesa non può essere cambiata senza
rischiare la credibilità della Chiesa.
6. La posizione del Card. Kasper
Che dire della domanda posta dal Cardinale Kasper nel Concistoro del 21 febbraio 2014? Essa
viene spiegata nel modo seguente. La via della Chiesa è una via media tra il rigorismo e il lassismo,
attraverso un cammino penitenziale che sfocia nel sacramento della penitenza prima e poi
dell’Eucarestia. Kasper si domanda se tale cammino è percorribile anche per i divorziati risposati .
Egli indica le condizioni: «La domanda è: Questa via al di là del rigorismo e del lassismo, la via
della conversione, che sfocia nel sacramento della misericordia, il sacramento della penitenza è
anche il cammino che possiamo percorrere nella presente questione? Se un divorziato risposato, 1.
si pente del suo fallimento nel primo matrimonio, 2. Se ha chiarito gli obblighi del primo
matrimonio, se è definitivamente escluso che torni indietro, 3. se non può abbandonare senza altre
colpe gli impegni assunti con il matrimonio civile, 4. se però si sforza di vivere al meglio delle sue
possibilità a vivere al meglio delle sue possibilità il secondo matrimonio a partire dalla fede e di
educare i propri figli nella fede, 5. se ha desiderio dei sacramenti quale fonte di forza nella sua
situazione, dobbiamo o possiamo negargli, dopo un tempo di nuovo orientamento (metanoia), il
sacramento della penitenza e poi della comunione?».
Lo stesso Kasper osserva: «Questa possibile via non sarebbe una soluzione generale. Non è la strada
larga della grande massa, bensì lo stretto cammino della parte probabilmente più piccola dei
divorziati risposati, sinceramente interessati ai sacramenti. Non occorre forse evitare il peggio
proprio qui?» (ossia la perdita dei figli con la perdita di tutta una seconda generazione). Egli poi
precisa: «Un matrimonio civile come descritto con criteri chiari va distinto da altre forme di
convivenza irregolare, come i matrimoni clandestini, le coppie di fatto, soprattutto la fornicazione,
dei così detti matrimoni selvaggi. La vita non è solo bianco e nero. Di fatto, ci sono molte
sfumature».
Al di là delle buone intenzioni, la domanda non sembra che possa avere risposta positiva. Al di là
delle differenti situazioni in cui i divorziati risposati vengono a trovarsi, in tutte le situazioni si
riscontra sempre lo stesso problema: la illeceità di una convivenza more uxorio tra due persone che
non sono legate da un vero vincolo matrimoniale. Il matrimonio civile, di fatto, non è un vincolo
matrimoniale; secondo le leggi della Chiesa non ha neppure l’apparenza di matrimonio, tanto che la
Chiesa parla di attentato matrimonio. Di fronte a questa situazione non si vede come il divorziato
possa ricevere l’assoluzione sacramentale e accedere all’Eucaristia. Spesso per legittimare l’accesso
all’Eucarestia dei divorziati risposati motivazioni che possono avere una parvenza di bontà e di
legittimazione.
7. Ulteriori riflessioni
Può essere opportuno dilungarci ancora sul tema offrendo ulteriori spunti di riflessione:
7.1 Gli equivoci della pastoralità
Spesso ci si appella alla pastoralità in opposizione alla dottrina, sia morale sia dommatica, che
sarebbe astratta e poco aderente alla vita concreta, o alla spiritualità, che proporrebbe l’ideale della
vita cristiana, inaccessibile ai fedeli cristiani, oppure al diritto, perché la legge essendo universale,
regolerebbe la vita in genere, ma che dovrebbe essere adattata alla vita e adeguarsi ai casi concreti,
che potrebbero non rientrare alla legge che nel caso concreto non dovrebbe essere pertanto
applicata.
In realtà si tratta di una visione errata della pastorale, la quale è un’arte, ossia l’arte con la quale la
Chiesa edifica se stessa in popolo di Dio nella vita quotidiana. E’ un’arte che si fonda sulla
dommatica, sulla morale, sulla spiritualità e sul diritto per agire prudentemente nel caso concreto.
Non vi può essere pastorale che non sia in armonia con le verità della Chiesa e con la sua morale, e
in contrasto con le sue leggi, e non fosse orientata al raggiungimento dell’ideale della vita cristiana.
Una pastorale in contrasto con la verità creduta e vissuta dalla Chiesa, e che non additasse l’ideale
cristiano, nel rispetto delle leggi della Chiesa si trasformerebbe facilmente in arbitrarietà nociva alla
stessa vita cristiana.
Quanto poi alle leggi, non si può dimenticare la distinzione tra le leggi di Dio e le leggi positive del
legislatore umano. Se queste in alcuni casi possono essere dispensate o non obbligare se vi sia grave
incomodo, non si può dire altrettanto per le leggi divine, sia positive che naturali e non ammettono
eccezioni. Se poi gli atti proibiti sono intrinsecamente cattivi, essi non possono essere legittimati in
nessun caso. Così un atto sessuale con una persona che non sia il proprio coniuge non è mai
ammissibile e non può mai essere dichiarato lecito, per nessuna ragione. Il fine non può mai
giustificare i mezzi. La dottrina morale della Chiesa è stata ribadita anche recentemente,
particolarmente nella enciclica Veritatis Splendor di Giovanni Paolo II. Non è accettabile l’etica
della situazione, o l’etica misura dalle conseguenze, o dalle finalità o la negazione degli atti
intrinsecamente cattivi.
7.2 Gli equivoci della misericordia
«Misericordia» è un’altra parola facilmente esposta agli equivoci, come del resto la parola «amore»
con la quale facilmente si identifica. Anche per essa in linea di principio valgono le cose dette circa
la pastorale. Ma c’è bisogno di una riflessione apposita.
Perché essa è collegata all’amore, essa, come l’amore viene presentata in contrasto con il diritto e la
giustizia. Ma si sa bene che non esiste amore senza giustizia, e né esiste amore senza giustizia e
senza verità e operando contro la legge, sia umana che divina. San Paolo contro quanti
interpretavano malamente le sue affermazioni sull’amore, dirà che la regola è «l’amore che compie
le opere della legge» (Gal 5,13-18).
Ma c’è da dire che la misericordia è un aspetto, molto bello, dell’amore, ma non si può identificare
con l’amore. L’amore, infatti, ha molte sfaccettature. Il bene che l’amore persegue sempre si
realizza in modo diverso secondo ciò che l’amore esige in una determinata situazione. Ciò si
evidenzia molto bene ancora in san Paolo, nella lettera ai Galati, dove si parla del frutto dello
Spirito, ossia dell’Amore (Gal 5,22). Sono i diversi volti dell’amore, che esprime la benevolenza, la
condiscendenza, ma anche il rimprovero, il castigo, la correzione, l’urgenza della norma, ecc. La
fede cristiana proclama: Dio è amore! Il volto umanato dell’amore di Dio è il volto del Verbo
Incarnato. Gesù è il volto dell’amore di Dio: è amore quando perdona, guarisce, coltiva l’amicizia,
ma anche quando rimprovera e richiama, e condanna. Anche la condanna rientra nell’amore. La
misericordia è un aspetto dell’amore, l’amore perdonante. Dio perdona sempre, perché vuole la
salvezza di tutti noi. Ma Dio non può perdonarci se noi siamo fuori della strada della salvezza e
perseveriamo in essa. In questo caso l’amore di Dio si manifesta nel rimprovero e nella correzione,
non nella «misericordia», che sarebbe una legittimazione impossibile, che porterebbe alla morte o la
confermerebbe[17].
Spesso la misericordia viene presentata contro la legge, anche divina. E’ una visione inaccettabile.
Il comandamento di Dio non può essere visto che come una manifestazione del suo amore con la
quale ci indica la strada che dobbiamo percorrere per non perderci nel cammino della vita.
Presentare la misericordia di Dio contro la sua stessa legge è una contraddizione inaccettabile.
Spesso, e giustamente, si dice che noi non siamo chiamati a condannare le persone; il giudizio
infatti appartiene a Dio. Ma una cosa è condannare un’altra è valutare moralmente una situazione,
per distinguere ciò che è bene e ciò che è male; esaminare se essa risponde al progetto di Dio
sull’uomo. Questa valutazione è doverosa. Davanti alle diverse situazioni della vita, come quella dei
divorziati risposati, si può e si deve dire che non dobbiamo condannare, ma aiutare; però non
possiamo limitarci a non condannare. Siamo chiamati a valutare quella situazione alla luce della
fede e del progetto di Dio e del bene della famiglia, delle persone coinvolte, e soprattutto della
legge di Dio e del suo disegno di amore. Altrimenti corriamo il rischio di non essere più in grado di
apprezzare la legge di Dio; anzi di considerarla quasi un male, dal momento che facciamo derivare
tutto il male da una legge. In un certo modo di presentare le cose verrebbe quasi da dire che se non
ci fosse quella legge della indissolubilità del matrimonio staremmo meglio. Aberrazione che mette
in luce le storture del nostro modo di pensare e ragionare.
7.3 La cultura
Esiste una forte tendenza a ricondurre la spiegazione di ogni cosa al fatto culturale. Ed è innegabile
che la cultura ha il suo peso. Ma è anche vero che la cultura è già frutto di una mentalità e di una
visione antropologica, come pure di una visione filosofica della realtà. La cultura non può essere
pertanto la spiegazione ultima di ogni cosa. Non ogni cultura e visione filosofica e antropologica
possono essere accolte senza discernimento e senza accurata circospezione. La stessa teologia
dommatica e morale, che poi ha la sua espressione anche nel campo del diritto, hanno alla base una
visione antropologica e filosofica, senza la quale la stessa fede non si può esprimere. Sappiamo che
la Chiesa ha rivendicato sempre la competenza ad interpretare le verità di diritto naturale, che
stanno alla base della stessa rivelazione e senza le quali la rivelazione non avrebbe il suo stesso
fondamento. Il can. 747, § 2 afferma: «Ecclesiae competit semper et ubique principia moralia etiam
de ordine sociali annuntiare, necnon iudicium ferre dee quibuslibet rebus humanis, quatenus
personae humanae iura fundamentalia aut animarum salus id exigat».
Per questo la Chiesa attribuisce un grande ruolo allo stesso San Tommaso che ha offerto ad essa
non solo una Somma Teologica, ma anche una Somma di Filosofia, nella quale il magistero della
Chiesa trova una visione della realtà e dell’uomo entro la quale può esprimere la sua verità e la sua
visione[18]. La stessa formula di fede distingue chiaramente verità rivelate contenute nella
rivelazione e verità naturali che la Chiesa interpreta e ritiene necessarie e indispensabili perché essa
possa esprimere e fondare nella razionalità umana il suo linguaggio e le sue verità di fede. Di fatto
nell’interpretare tali verità la Chiesa è infallibile quando le dichiarare con un atto definitivo. Ciò
significa che la cultura non è criterio ultimo di verità e che la verità non si può misurare
dall’opinione comune, anche se dominante.
7.4 Dottrina e disciplina
Speso si fa la distinzione tra dottrina e disciplina per affermare che nella Chiesa la dottrina non
cambia e la disciplina sì. In realtà tutte e due i termini sarebbero presi in modo equivoco. La
dottrina infatti, ha diversi gradi, e all’interno di questa gradualità non è escluso un progresso e
cambiamento anche dottrinale. La Chiesa distingue nella sua formula fidei tre livelli di verità: le
verità di fede divina e cattolica, contenute nella rivelazione e proposte dal magistero in modo
definitivo; le verità che la Chiesa propone con atto definitivo e quindi anche infallibili; e altre verità
che pur appartenendo al patrimonio della fede non raggiungono tale definitività. Per quanto riguarda
la disciplina, essa non si può tenere come realtà semplicemente umana e cambiabile, ma ha un
significato molto più ampio; la disciplina comprende anche la legge divina come i comandamenti,
che non sono soggetti a cambiamento, pur non essendo direttamente di natura dottrinale, e lo stesso
si dica di tutte le norme di diritto divino. La disciplina, speso comprende tutto ciò che il cristiano
deve ritenere come impegno della sua vita per essere un discepolo fedele di nostro Signore Gesù
Cristo. Può essere utile riportare quanto si legge nel documento Comunione, comunità e disciplina:
«La parola “disciplina”, derivando dal termine “discepolo”, che nell’ambito cristiano caratterizza i
seguaci di Gesù, ha un significato di particolare nobiltà. La disciplina ecclesiale consiste in concreto
in quell’insieme di norme e di strutture che danno una configurazione visibile e ordinata alla
comunità cristiana, regolando la vita individuale e sociale dei suoi membri perché sia in misura
sempre più piena, e in aderenza al cammino del popolo di Dio nella storia, espressione della
comunione donata da Cristo alla sua Chiesa. Nel suo senso più ampio essa può comprendere anche
le norme morali, mentre in un significato più ristretto designa le sole norme giuridiche e
pastorali»[19].
7.5 La nuova evangelizzazione
Sono ormai decenni che stiamo parlando della nuova evangelizzazione. Non si può negare l’
impegno profuso nel produrre documenti sulla catechesi e sui libri; sulle iniziative molteplici,
particolarmente dell’anno della fede. I risultati sonno piuttosto scarsi. Possiamo avere un’idea della
situazione, se esaminiamo i riflessi sul matrimonio e sulla famiglia. La domanda urgente che
dobbiamo porci è la seguente: che cosa c’è che manca ai nostri sforzi per evangelizzare e
annunciare Cristo? Quale strada percorrere? Sembra che Dio e il suo Verbo continuino ad essere
assenti!
7.6 La forza e la luce della grazia
Da ultimo vogliamo richiamare la realtà più importante, che particolarmente oggi si rischia di
dimenticare o di non attribuirvi la necessaria e indispensabile importanza. La Chiesa è una comunità
soprannaturale nella sua natura nei suoi fini e nei mezzi. Essa dipende in modo decisivo dalla
grazia, secondo le parole del Fondatore: «Senza di me non potette fare nulla» (Gv 15,8). Tutto è
possibile a Dio. La Chiesa ne è consapevole. Essa non è una potenza che si sostiene con i mezzi
umani. Per di più essa non ha una sapienza frutto di intelligenze di uomini; la sua è sapienza della
croce, nascosta nel segreto di Dio e tenuta nascosta alla sapienza umana. La sua verità non è di
facile accesso e accettazione da parte di una cultura che è puro frutto di intelligenza umana.
Si tratta di affermazioni che in modo particolare si scontrano con la cultura illuministica scientista e
positivistica secolarizzata del mondo di oggi. Nel lodevole tentativo di dialogare con la cultura
moderna, la Chiesa corre il rischio di mettere tra parentesi proprio le realtà che le sono proprie e
specifiche, ossia la verità divina e di adattarsi al mondo. Certo, non negando le proprie verità, ma
non proponendola o esitando a proporre ideali di vita che sono concepibili e praticabili solo alla
luce della fede ed attuabili solo con la grazia. La Chiesa corre il rischio di annacquare il suo
messaggio più vero e più profondo per paura di essere rifiutata dalla cultura moderna o per farsi
accogliere da essa. Certamente la Chiesa ha bisogno sempre, ma particolarmente nei momenti
difficili di credere a ciò che umanamente è impossibile. Così essa mette in luce la sua natura divina
e trasmette il suo messaggio di salvezza dell’uomo.
La Chiesa, pur dovendo tener conto della cultura e dei tempi che cambiano, non può non annunciare
Cristo che è sempre lo stesso, ieri oggi e sempre! (Eb. 13,8). Il riferimento alla cultura non può
essere il riferimento principale, e tanto meno unico e determinante per la Chiesa, ma Cristo e la sua
verità. Non può non essere motivo di riflessione il fatto che non pochi cristiani oggi tendono ad
annacquare il messaggio evangelico per farsi accettare dalla cultura del tempo. Per di più, spesso
danno l’impressione di subire il peso della disciplina della Chiesa e dei comandamenti di Dio che la
regolano. In particolare Gesù è venuto a riportare l’uomo al progetto di Dio. Per quanto riguarda il
matrimonio ha annunciato la gioia dell’amore indissolubile nel sacramento del matrimonio! Come
mai tanti cristiani sentono questo come un peso piuttosto che come un dono e compiono sforzi
poderosi per ridimensionarlo o addirittura annullarlo invece che per difenderne la verità e dare la
testimonianza di gioia nel viverlo?
[1] Creato dal Santo Papa Giovanni Paolo II, il 9 maggio 1981, col motu proprio Familia a Deo
instituta.
[2] A questo si riferiva il Signore quando diceva agli Apostoli nell’ultima cena: «Se il mondo vi
odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe quel ch’è
suo; poiché invece non siete del mondo, ma io v’ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia»
(Gv 15,18-19). E già prima il Signore aveva detto ai discepoli nelle istruzioni missionarie: «sarete
odiati da tutti a causa del mio nome» (Mt 10,22) E poi dirà parlando su di loro al Padre: «e il mondo
li ha odiati» (Gv 17,14) Conforme a questo lo stesso Giovanni scriverà: «Non vi meravigliate,
fratelli, se il mondo vi odia» (1Gv 3,13). Sappiamo il senso che in Giovanni ha il termine «mondo»,
esso racchiude tutto il male che si oppone a Cristo e cha ha come capo a Satana, a cui il Signore
chiama per tre volte «il principe di questo mondo» (Gv 12,31; 14,30; 16,11). All’insieme
dell’influsso di questo spirito del male San Paolo chiama «spirito di questo mondo» (1 Cor 2,12). E
che San Giovanni concreta nelle tre grandi cupidigie mondane: «Poiché tutto quello che è nel
mondo: la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita non è dal
Padre, ma è dal mondo» (1 Gv 2,16). Quando nell’ultima cena Gesù dice «voi non siete del mondo»
(Gv 15,19), «del mondo» secondo l’espressione originale e colta dalla versione latina, non significa
semplicemente appartenere al mondo o essere del mondo (mundi), ma piuttosto de mundo, o ex
mundi, (quia vero de mundo non estis) e cioè ricevere il suo influsso e le sue inspirazioni, e in certo
senso, procedere dal mondo, uscire o nascere dal mondo. In questo senso scriveva anche Giovanni:
«Costoro sono del mondo; perciò parlano inspirati dal mondo, e il mondo li ascolta» (1 Gv 4,5). Cf.
J.M. Bover, S.J.,Comentario al sermón de la Ultima Cena, Madrid 1955, p. 111.
[3] Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente,
per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (Rm 12,2) «Si
conforma a questo secolo anche chi imita quanti vivono in modo mondano. Ef 4, 17 dice: “Attesto
nel Signore che non dovete più comportarvi come si comportano i Gentili”». San Tommaso
D’Aquino, In Rom. Cap. 12, lec. 1.
[4] Si tratta del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, Creato da
Benedetto XVI, con Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» Ubicumque et semper, del 21
settembre 2010.
[5] Senza andare troppo indietro nel tempo, possiamo far riferimento al: Il Codice di Diritto
Canonico del 1917 e l’Enciclica Casti Connubi del 31.12.1930, sistemano e chiarificano
ulteriormente l’essenza, la natura e i fini del matrimonio. Il Concilio Ecumenico Vaticano II dedica
al matrimonio: Gaudium et Spes (nn. 47-52) ; Lumen Gentium (nn. 11, 34-35, 41); Apostolicam
Actuositatem (n. 11);Gravissimum Educationis (nn. 3,6). Il Vaticano II, oltre a riconfermare tutta la
Dottrina del Concilio Tridentino: Istituzione divina del matrimonio ed elevazione a sacramento da
parte di Cristo; Le proprietà, i beni e i fini del matrimonio; mette in risalto: La grandezza dell’amore
coniugale (GS 48-49-50); Il matrimonio cammino di santità (GS 49; LG 42 e 41). Dopo il Concilio
Ecumenico Vaticano II seguono, tra i più importanti documenti al riguardo: lettera Enciclica di
Paolo VI Humanae vitae(25.7.1968); Esortazione apostolica di Giovanni Paolo II Familiaris
Consortium (22.11.1981); Giovanni Paolo II Lettera alle Famiglie (2.2.1994).
Del Pontificio Consiglio per la Famiglia: Carta dei Diritti della Famiglia (22 ottobre
1983); Sessualità umana: verità e significato, Orientamenti educativi in famiglia (9 marzo
1996); Preparazione al sacramento del matrimonio (13 maggio 1996); Vademecum
per i confessori su alcuni temi di morale attinenti alla vita coniugale (12 febbraio 1997); Famiglia
e diritti umani ( 9 dicembre 1999);Famiglia, matrimonio e unioni di fatto (21 novembre 2000).
[6] Dialogus adversus Luciferianos, 19, in P.L., 23, col. 181: «Ingemuit totus orbis et Arianum se
esse miratus est».
[7] Cf. nn. 16-23.
[8] 21 novembre 1981, in AAS 74 (1982); n. 84
[9] 14 settembre 1994, in AAS 86 (1994) 974-979, n.4.
[10] in L’Osservatore Romano, 7 luglio 2000, p. 1; Communicationes, 32 [2000], pp. 159-162.
[11] 22 de febbraio 2007, in AAS 99 (2007) 105-180.
[12] Anche per quello dell’Unzione degli infermi. Va ricordato la disposizione del can. 1007, che
vieta ai ministri di conferire l’unzione degli inferi a coloro che perseverano ostinatemene in un
peccato grave manifesto. Le parole del canone sono quasi le stesse del canone 915 che impone di
rifiutare l’Eucaristia a coloro «ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto». I fedeli in un
tale stato non possono ricevere fruttuosamente il sacramento con il quale la Chiesa raccomanda al
Signore i fedeli gravemente infermi affinché li sollevi e li salvi (can. 998).
[13] Pontificio Consiglio per I Testi Legislativi, Dichiarazione circa L’ammissibilità alla Santa
Comunione dei divorziati risposati, 24/06/2000, in Communicationes, 32 [2000], pp. 159-162.
[14] S. Tommaso D’Aquino, S. Th., III, q. 80, a 4: «In questo come negli altri sacramenti il rito
sacramentale è segno della cosa prodotta dal sacramento. Ora, la cosa prodotta dal sacramento
dell’Eucarestia è duplice, come sopra abbiamo detto: la prima, significata e contenuta nel
sacramento, è Cristo stesso; la seconda, significata e non contenuta, è il corpo mistico di Cristo,
ossia la società dei santi. Chi dunque si accosta all’Eucarestia, per ciò stesso dichiara di essere unito
a Cristo e incorporato alle sue membra. Ma questo si attua per mezzo della fede formata, che
nessuno ha quando è in peccato mortale. È chiaro dunque che chi riceve l’Eucarestia con il peccato
mortale commette una falsità nei riguardi di questo sacramento. Perciò si macchia di sacrilegio
come profanatore del sacramento. E quindi pecca mortalmente».
[15] «Il fatto di comunicare le perfezioni, considerato in modo assoluto, appartiene alla bontà, come
sopra si è dimostrato. Ma se si vuole notare che Dio comunica alle cose delle perfezioni ad esse
proporzionate, allora appartiene alla giustizia, come si è dimostrato. E se si vuole mettere in
evidenza che egli concede delle perfezioni alle cose non per proprio vantaggio, ma unicamente
spinto dalla sua bontà, abbiamo la

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Prima dichiarazione di card. Pell dopo la sentenza di innocenza per le accuse di pedofilia.

Prima dichiarazione di card. Pell dopo la liberazione (traduzione con Google Translate rivista sommariamente https://7news.com.au/news/court-justice/george-pell-releases-statement-after-high-court-overturns-convictions-c-960688  ) Ho costantemente mantenuto la mia innocenza mentre soffrivo di una grave ingiustizia.
Ciò è stato risolto oggi con la decisione unanime dell’Alta Corte.
Non vedo l’ora di leggere la sentenza e le ragioni della decisione in dettaglio.
Non provo alcuna cattiva volontà nei confronti dell’accusatore, non voglio che la mia assoluzione si aggiunga alla ferita e all’amarezza che molti provano; c’è abbastanza ferita e abbastanza amarezza. Comunque il mio processo non fu un referendum sulla Chiesa cattolica; né un referendum su come le autorità della Chiesa in Australia hanno affrontato il crimine di pedofilia nella chiesa.
Il punto era se avevo commesso questi terribili crimini, e non l’ho fatto.
L’unica base per la guarigione a lungo termine è la verità e l’unica base per la giustizia è la verità, perché la giustizia significa verità per tutti.
Un ringraziamento speciale per tutte le preghiere e migliaia di lettera di supporto.
Voglio ringraziare in particolare la mia famiglia per il loro amore e supporto e ciò che hanno dovuto attraversare; la mia piccola squadra di consulenti; quelli che hanno parlato per me e di conseguenza hanno sofferto; e tutti i miei amici e sostenitori qui e all’estero.
Anche i miei più sentiti ringraziamenti e gratitudine a tutto il mio team legale per la loro ferma determinazione a vedere prevalere la giustizia, a far luce sull’oscurità fabbricata e a rivelare la verità.
Infine, sono a conoscenza dell’attuale crisi sanitaria. Prego per tutte le persone colpite e il nostro personale medico in prima linea.
Cardinale George Pell.

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Dichiarazione di fedeltà all’insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio e alla sua ininterrotta disciplina

Questa pubblicazione non vuole assolutamente inficiare il copyright sul testo che vado a  proporre, essa vuole essere soltanto un’offerta a tutti perché possano leggere questo testo che altrimenti sarebbe introvabile in rete a causa della scomparsa del sito supplicafiliale.org  e quindi per evitare la perdita di questo documento. Resto totalmente a disposizione dei realizzatori di tale testo per toglierlo in qualsiasi momento me ne facciano richiesta anzi ritengo che loro stessi e tutti i firmatari desiderino che tale pubblicazione si faccia appunto per mantenere il testo in questione diponibile a tutti, a gloria di Dio.

Il testo ha il copyright.

Mi permetto di pubblicare qui  il testo di  un importantissimo documento pubblicato nel 2016 e sottoscritto da cardinali, prelati e uomini di cultura la : Dichiarazione di fedeltà all’insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio e alla sua ininterrotta disciplina. 

 

Dichiarazione di fedeltà all’insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio e alla sua ininterrotta disciplina

“Il matrimonio sia rispettato da tutti” (Eb 13, 4)

Dichiarazione di fedeltà all’insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio e alla sua ininterrotta disciplina

Viviamo un’epoca in cui numerose forze cercano di distruggere o deformare il matrimonio e la famiglia. Infatti ideologie secolariste se ne avvantaggiano aggravando così la crisi della famiglia, risultante di un processo di decadenza culturale e morale. Questo processo conduce i cattolici ad adattarsi alla nostra società neopagana. Il loro “conformarsi alla mentalità di questo mondo” (Rm 12, 2) è spesso favorito da una mancanza di fede — e, di conseguenza, di spirito soprannaturale per accettare il mistero della Croce di Cristo — e da un’assenza di preghiera e penitenza.

La diagnosi fatta dal Concilio Vaticano II sui mali che colpiscono l’istituzione del matrimonio e della famiglia è più valida che mai: «La dignità di questa istituzione non brilla dappertutto con identica chiarezza poiché è oscurata dalla poligamia, dalla piaga del divorzio, dal cosiddetto libero amore e da altre deformazioni. Per di più l’amore coniugale è molto spesso profanato dall’egoismo, dall’edonismo e da pratiche illecite contro la fecondità» (CONCILIO VATICANO II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, n. 47).

Fino a poco tempo fa, la Chiesa Cattolica era considerata come la roccaforte del vero matrimonio e della famiglia, ma adesso si vanno diffondendo errori contro queste due divine istituzioni negli ambienti cattolici, specialmente dopo il Sinodo straordinario e quello ordinario sulla famiglia, tenutisi rispettivamente nel 2014 e nel 2015, e dopo la pubblicazione della Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia.

Davanti a questa offensiva i sottoscritti si sentono moralmente obbligati a dichiarare la loro risoluzione di rimanere fedeli agli immutabili insegnamenti sulla morale e sui sacramenti del Matrimonio, della Riconciliazione e della Eucaristia, e alla sua perenne e duratura disciplina riguardante questi sacramenti.

I. Sulla castità, il matrimonio e i diritti dei genitori

  1. Noi ribadiamo fermamente la verità che ogni forma di convivenza more uxorio (come marito e moglie) al di fuori di un matrimonio valido contraddice gravemente la volontà di Dio espressa nei suoi comandamenti e, dunque, non può contribuire al progresso spirituale di coloro che la praticano né a quello della società.

    Per sua stessa natura l’istituto del matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati alla procreazione e alla educazione della prole e in queste trovano il loro coronamento. E così l’uomo e la donna … per l’alleanza coniugale «non sono più due, ma una sola carne» (Mt 19, 6) … Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità … Per questo motivo i coniugi cristiani sono fortificati e quasi consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato (CONCILIO VATICANO II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, n. 48).

  2. Noi ribadiamo fermamente la verità che il matrimonio e l’atto coniugale hanno finalità sia procreativa che unitiva e che tutti e ognuno degli atti coniugali devono essere aperti al dono della vita. Inoltre noi affermiamo che questo insegnamento è definitivo e irriformabile.

    È esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione. Né, a giustificazione degli atti coniugali resi intenzionalmente infecondi, si possono invocare, come valide ragioni: che bisogna scegliere quel male che sembri meno grave o il fatto che tali atti costituirebbero un tutto con gli atti fecondi che furono posti o poi seguiranno, e quindi ne condividerebbero l’unica e identica bontà morale. In verità, se è lecito, talvolta, tollerare un minor male morale al fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali. È quindi errore pensare che un atto coniugale, reso volutamente infecondo, e perciò intrinsecamente non onesto, possa essere coonestato dall’insieme di una vita coniugale feconda (PAOLO VI, Enciclica Humanae vitae, 25 luglio 1968, n. 14).+

  3. Noi ribadiamo fermamente la verità che la cosiddetta educazione sessuale è un diritto primario e basilare dei genitori la quale deve essere sempre effettuata sotto la loro attenta guida, a casa o in centri educativi da loro scelti e controllati.

    Massimamente pericoloso è poi quel naturalismo, che ai nostri tempi invade il campo dell’educazione in argomento delicatissimo come è quello dell’onestà dei costumi. Assai diffuso è l’errore di coloro che, con pericolosa pretensione e con brutta parola, promuovono una così detta educazione sessuale, falsamente stimando di poter premunire i giovani contro i pericoli del senso con mezzi puramente naturali, quale una temeraria iniziazione ed istruzione preventiva per tutti indistintamente, e anche pubblicamente, e peggio ancora, con l’esporli per tempo alle occasioni, per assuefarli, come essi dicono, e quasi indurirne l’animo contro quei pericoli (PIO XI, Enciclica Divini illius Magistri, 31 dicembre 1929: Enchiridion delle Encicliche, EDB 1995, vol. 5, paragrafo 374).

    Allora vi apparterrà, a voi per le vostre figlie, al papà per i vostri maschi, di sollevare con delicatezza il velo della verità, di dare una risposta prudente, giusta e cristiana alle loro domande e inquietudini (PIO XII, Allocuzione alle madri di famiglia dell’Azione cattolica italiana, 26 ottobre 1941).

    Essa [l’opinione pubblica] si è trovata, su questo terreno, pervertita da una propaganda che non esitiamo a chiamare funesta, anche quando talvolta emana da sorgenti cattoliche e mira ad agire sui cattolici, e persino quando coloro che la esercitano non sembrano mettere in dubbio che, a loro volta, sono illusi dallo spirito del male … Vogliamo parlare qui di scritti, libri e articoli riguardanti l’iniziazione sessuale … I principi stessi che nella sua Enciclica Divini illius Magistri il nostro predecessore Pio XI ha così saggiamente illustrato riguardo l’educazione sessuale e questioni connesse, sono — triste segno dei tempi! — messi da parte con un gesto dispregiativo e un sorriso: «Pio XI, si dice, l’ha scritta venti anni fa, per il suo tempo. Poi di strada ne abbiamo fatta!» … Unitevi … senza timidezza o rispetto umano, per interrompere e fermare queste campagne (PIO XII, Allocuzione a un gruppo di padri di famiglia francesi, 18 settembre 1951).

    L’educazione sessuale, diritto e dovere fondamentale dei genitori, deve attuarsi sempre sotto la loro guida sollecita, sia in casa sia nei centri educativi da essi scelti e controllati. In questo senso la Chiesa ribadisce la legge della sussidiarietà, che la scuola è tenuta ad osservare quando coopera all’educazione sessuale, collocandosi nello spirito stesso che anima i genitori. In questo contesto è del tutto irrinunciabile l’educazione alla castità, come virtù che sviluppa l’autentica maturità della persona e la rende capace di rispettare e promuovere il «significato sponsale» del corpo. Anzi, i genitori cristiani riserveranno una particolare attenzione e cura, discernendo i segni della chiamata di Dio, per l’educazione alla verginità, come forma suprema di quel dono di sé che costituisce il senso stesso della sessualità umana. Per gli stretti legami che intercorrono tra la dimensione sessuale della persona e i suoi valori etici, il compito educativo deve condurre i figli a conoscere e a stimare le norme morali come necessaria e preziosa garanzia per una responsabile crescita personale nella sessualità umana (GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Familiaris consortio, 22 novembre 1981, n. 37).

    Si raccomanda di rispettare il diritto del bambino o del giovane di ritirarsi da ogni forma di istruzione sessuale impartita fuori casa. Per tale decisione né essi né altri membri della famiglia vanno mai penalizzati o discriminati (PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA, Sessualità umana: verità e significato. Orientamenti educativi in famiglia, 8 dicembre 1995, n. 120).

    Nell’insegnamento della dottrina e della morale cattolica circa la sessualità, si devono tenere in conto gli effetti durevoli del peccato originale, cioè la debolezza umana e il bisogno della grazia di Dio per superare le tentazioni ed evitare il peccato (PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA, Sessualità umana: verità e significato. Orientamenti educativi in famiglia, 8 dicembre 1995, n. 123).

    Nessun materiale di natura erotica deve essere presentato a bambini o a giovani di qualsiasi età, individualmente o in gruppo. Questo principio della decenza deve salvaguardare la virtù della castità cristiana. Perciò, nel comunicare l’informazione sessuale nel contesto dell’educazione all’amore, l’istruzione deve essere sempre «positiva e prudente» e «chiara e delicata». Queste quattro parole, usate dalla Chiesa Cattolica, escludono ogni forma di contenuto inaccettabile dell’educazione sessuale (PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA, Sessualità umana: verità e significato. Orientamenti educativi in famiglia, 8 dicembre 1995, n. 126).

    Oggi i genitori devono fare attenzione ai modi in cui una educazione immorale può essere trasmessa ai loro figli attraverso diversi metodi promossi dai gruppi con posizioni e interessi contrari alla morale cristiana. Non sarebbe possibile indicare tutti i metodi inaccettabili; qui si presentano soltanto diversi modi più diffusi che minacciano i diritti dei genitori e la vita morale dei loro figli. In primo luogo i genitori devono rifiutare l’educazione sessuale secolarizzata ed antinatalista, che mette Dio ai margini della vita e considera la nascita di un figlio come una minaccia, diffusa dai grandi organismi e dalle associazioni internazionali che promuovono l’aborto, la sterilizzazione e la contraccezione. Questi organismi vogliono imporre un falso stile di vita contro la verità della sessualità umana» (PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA, Sessualità umana: verità e significato. Orientamenti educativi in famiglia, 8 dicembre 1995, nn. 135-6).

  4. Noi ribadiamo fermamente la verità che la consacrazione definitiva di una persona a Dio attraverso una vita di perfetta castità è oggettivamente più eccellente del matrimonio giacché costituisce una specie di matrimonio spirituale in cui l’anima sposa Cristo. La sacra virginità fu raccomandata dal nostro divino Redentore e da san Paolo come uno stato di vita complementare ma oggettivamente più perfetto del matrimonio.

    La dottrina che stabilisce l’eccellenza e la superiorità della verginità e del celibato sul matrimonio, come già dicemmo, annunciata dal divin Redentore e dall’Apostolo delle genti, fu solennemente definita dogma di fede nel concilio di Trento e sempre concordemente insegnata dai santi padri e dai dottori della chiesa. I Nostri predecessori, e Noi stessi, ogni qualvolta se ne presentava l’occasione, l’abbiamo più e più volte spiegata e vivamente inculcata. Tuttavia, poiché di recente vi sono stati alcuni che hanno impugnato con serio pericolo e danno dei fedeli questa dottrina tramandataci dalla chiesa, Noi, spinti dall’obbligo del Nostro ufficio, abbiamo creduto opportuno nuovamente esporla in questa enciclica, indicando gli errori, proposti spesso sotto apparenza di verità (PIO XII, Enciclica Sacra virginitas, 25 marzo 1954, n. 32).

    II.Sulle convivenze, sulle unioni di persone dello stesso sesso
    e sul matrimonio civile dopo il divorzio

  5. Noi ribadiamo fermamente la verità che l’unione irregolare di un uomo e di una donna conviventi, o quella di due individui dello stesso sesso, non può mai essere paragonata al matrimonio; che tali unioni non possono essere ritenute moralmente lecite e riconosciute dalla legge, e ribadiamo che è falso affermare che si tratta di forme di famiglia che possono offrire una certa stabilità.

    Tale natura, affatto propria e speciale di questo contratto, lo rende totalmente diverso, non solo dagli accoppiamenti fatti per cieco istinto naturale fra gli animali, in cui non può esservi ragione o volontà deliberata, ma altresì da quegli instabili connubii umani, che sono disgiunti da qualsivoglia vero ed onesto vincolo di volontà e destituiti di qualsiasi diritto di domestica convivenza. Da qui già appare manifesto che la legittima autorità ha diritto e dovere di frenare, impedire e punire questi turpi connubii, contrari a ragione e a natura (PIO XI, Enciclica Casti connubii, 31 dicembre 1930).

    La famiglia non può essere messa allo stesso livello di mere associazioni o unioni e queste non possono godere dei diritti particolari esclusivamente connessi con la protezione dell’impegno coniugale basato sul matrimonio, una stabile comunità di vita e di amore, il risultato del dono totale e fedele degli sposi, aperto alla vita (GIOVANNI PAOLO II, Discorso a un gruppo di parlamentari e politici europei, 23 ottobre 1998).

    Occorre comprendere le differenze sostanziali tra matrimonio e unioni di fatto. È qui che si radica la differenza tra la famiglia d’origine matrimoniale e la comunità originata da un’unione di fatto. La comunità familiare nasce dal patto d’alleanza dei coniugi. Il matrimonio che sorge da questo patto d’amore coniugale non è una creazione del potere pubblico, bensì un’istituzione naturale e originaria che lo precede. Nelle unioni di fatto, al contrario, si mette in comune l’affetto reciproco, ma allo stesso tempo manca quel vincolo coniugale di natura pubblica e originaria che fonda la famiglia (PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA, Dichiarazione su famiglia, matrimonio e unioni di fatto, 26 luglio 2000, n. 9).

  6. Noi ribadiamo fermamente la verità che le unioni irregolari di conviventi cattolici non sposati in chiesa, o che sono divorziati “risposati” civilmente (non sono sposati agli occhi di Dio), contraddicono radicalmente il matrimonio cristiano e non ne possono esprimere il suo bene, né parzialmente né in modo analogo, dovendo essere ritenute forme di vita peccaminose oppure occasioni permanenti di peccato grave. Per di più, è falso affermare che possono costituire una occasione positiva giacché contengono elementi costruttivi che conducono al matrimonio poiché, anche presentando similitudini materiali, un matrimonio valido e una unione irregolare sono due realtà completamente diverse e opposte: una è secondo la volontà di Dio e l’altra contro, e quindi peccaminosa.

    Molti oggi rivendicano il diritto all’unione sessuale prima del matrimonio, almeno quando una ferma volontà di sposarsi e un affetto, in qualche modo già coniugale nella psicologia dei soggetti, richiedono questo completamento, che essi stimano connaturale; ciò soprattutto quando la celebrazione del matrimonio è impedita dalle circostanze esterne, o se questa intima relazione sembra necessaria perché sia conservato l’amore. Questa opinione è in contrasto con la dottrina cristiana, secondo la quale ogni atto genitale umano deve svolgersi nel quadro del matrimonio … Col matrimonio, infatti, l’amore dei coniugi è assunto nell’amore irrevocabile che Cristo ha per la chiesa (cf. Ef 5, 25-32), mentre l’unione dei corpi nell’impudicizia contamina il tempio dello Spirito Santo, quale è divenuto il cristiano (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dichiarazione circa alcune questioni di etica sessuale Persona humana, 29 dicembre 1975, n. 7).

    Può essere stabilita e compresa l’essenziale differenza esistente fra una mera unione di fatto — che pur si pretenda originata da amore — e il matrimonio, in cui l’amore si traduce in impegno non soltanto morale, ma rigorosamente giuridico. Il vincolo, che reciprocamente s’assume, sviluppa di rimando un’efficacia corroborante nei confronti dell’amore da cui nasce, favorendone il perdurare a vantaggio della comparte, della prole e della stessa società (GIOVANNI PAOLO II, Discorso al Tribunale della Rota Romana, 21 gennaio 1999, n. 5).

  7. Noi ribadiamo fermamente la verità che le unioni irregolari non possono adempiere alle richieste oggettive della Legge di Dio. Non possono essere ritenute moralmente buone né raccomandate come adempimento prudente e graduale della Legge divina, anche per coloro che sembrano non essere in condizione di comprendere, apprezzare o pienamente compiere le richieste di questa Legge. La pastorale “legge della gradualità” esige una rottura decisa con il peccato, insieme a una progressiva accettazione completa della volontà e delle esigenze di Dio.

    Se gli atti sono intrinsecamente cattivi, un’intenzione buona o circostanze particolari possono attenuarne la malizia, ma non possono sopprimerla: sono atti «irrimediabilmente» cattivi, per se stessi e in se stessi non sono ordinabili a Dio e al bene della persona: «Quanto agli atti che sono per se stessi dei peccati (cum iam opera ipsa peccata sunt) — scrive sant’Agostino —, come il furto, la fornicazione, la bestemmia, o altri atti simili, chi oserebbe affermare che, compiendoli per buoni motivi (causis bonis), non sarebbero più peccati o, conclusione ancora più assurda, che sarebbero peccati giustificati?» [Contra Mendacium, VII, 18]. Per questo, le circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto «soggettivamente» onesto o difendibile come scelta (GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Veritatis splendor, 6 agosto 1993, n. 81).

    A volte sembra proprio che si cerchi in ogni modo di presentare come «regolari» ed attraenti, conferendo loro esterne apparenze di fascino, situazioni che di fatto sono «irregolari» (GIOVANNI PAOLO II, Lettera alle famiglie Gratissimam sane, 2 febbraio 1994, n. 5).

    III. Sulla legge naturale e la coscienza individuale

  8. Noi ribadiamo fermamente la verità che, nel processo profondamente personale di prendere decisioni, la legge morale naturale non è una mera sorgente d’ispirazione soggettiva, bensì la legge eterna di Dio partecipata dalla persona umana. La coscienza non è la fonte arbitraria del bene e del male ma la consapevolezza di come un’azione deve adempiere a un requisito estrinseco all’uomo, cioè l’oggettiva e immediata intimazione di una legge che dobbiamo chiamare “naturale”.

    «La legge naturale è scritta e scolpita nell’animo di tutti e di ciascun uomo, poiché essa non è altro che la stessa ragione umana che ci comanda di fare il bene e ci intima di non peccare» … La forza della legge risiede nella sua autorità di imporre dei doveri, di conferire dei diritti e di dare la sanzione a certi comportamenti … «La legge naturale è la stessa legge eterna, insita negli esseri dotati di ragione, che li inclina all’atto e al fine che loro convengono; essa è la stessa ragione eterna del Creatore e governatore dell’universo» (GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Veritatis splendor, 6 agosto 1993, n. 44, citando LEONE XIII, Enciclica Libertas praestantissimum e S. TOMMASO D’AQUINO, Summa theologiae, I-II, q. 91, a. 2).

  9. Noi ribadiamo fermamente la verità che una coscienza ben formata, capace di discernere correttamente situazioni complesse, non giungerà mai alla conclusione che, date le limitazioni della persona, il suo rimanere in una situazione che oggettivamente contraddice la comprensione cristiana del matrimonio possa essere la sua migliore risposta al Vangelo. Presumere che la debolezza di una coscienza individuale sia il criterio della verità morale è inaccettabile e impossibile da incorporare nella prassi della Chiesa.

    Gli obblighi fondamentali della legge morale sono basati sostanzialmente sulla natura dell’uomo e nei suoi rapporti essenziali e valgono, di conseguenza, ovunque si trovi l’uomo. Gli obblighi fondamentali della legge cristiana, per il fatto stesso che sorpassano quelli della legge naturale, si basano sull’essenza dell’ordine soprannaturale costituito dal divin Redentore. Dalle relazioni essenziali tra uomo e Dio, tra uomo e uomo, tra coniugi, tra genitori e figli, dalle relazioni essenziali della comunità nella famiglia, nella Chiesa, nello Stato, da tutto ciò risulta, tra le altre cose, che l’odio di Dio, la blasfemia, l’idolatria, la defezione dalla vera Fede, la negazione della fede, lo spergiuro, l’omicidio, la falsa testimonianza, la calunnia, l’adulterio e la fornicazione, l’abuso del matrimonio, il peccato solitario, il furto e la rapina, la sottrazione di ciò che è necessario alla vita, la defraudazione del giusto salario (cf. Gc 5, 4), l’accaparramento dei viveri di prima necessità e l’aumento ingiustificato dei prezzi, la bancarotta fraudolenta, le manovre d’ingiusta speculazione — tutto ciò è gravemente proibito dal Legislatore divino; non c’è alcun dubbio; qualunque sia la situazione individuale, non v’è altra scelta che obbedire (PIO XII, Discorso ai partecipanti al Congresso della Federazione Cattolica Mondiale della Gioventù Femminile, 18 aprile 1952, n. 10).

    Quando invece misconoscono o anche solo ignorano la legge, in maniera imputabile o no, i nostri atti feriscono la comunione delle persone, con pregiudizio di ciascuno (GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Veritatis splendor, 6 agosto 1993, n. 51).

    I precetti negativi della legge naturale sono universalmente validi: essi obbligano tutti e ciascuno, sempre e in ogni circostanza. Si tratta infatti di proibizioni che vietano una determinata azione semper et pro semper, senza eccezioni, perché la scelta di un tale comportamento non è in nessun caso compatibile con la bontà della volontà della persona che agisce, con la sua vocazione alla vita con Dio e alla comunione col prossimo. È proibito ad ognuno e sempre di infrangere precetti che vincolano, tutti e a qualunque costo, a non offendere in alcuno e, prima di tutto, in se stessi la dignità personale e comune a tutti (GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Veritatis splendor, 6 agosto 1993, n. 52).

    Anche nelle situazioni più difficili l’uomo deve osservare la norma morale per essere obbediente al santo comandamento di Dio e coerente con la propria dignità personale. Certamente l’armonia tra libertà e verità domanda, alcune volte, sacrifici non comuni e va conquistata ad alto prezzo: può comportare anche il martirio (GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Veritatis splendor, 6 agosto 1993, n. 102).

  10. Noi ribadiamo fermamente la verità che non si deve guardare il sesto comandamento e l’indissolubilità del matrimonio come meri ideali da raggiungere. Anzi, questi sono precetti di Cristo Nostro Signore che ci aiutano a superare le difficoltà con la sua grazia e per mezzo della costanza.

    È nella Croce salvifica di Gesù, nel dono dello Spirito Santo, nei Sacramenti che scaturiscono dal costato trafitto del Redentore (cf. Gv 19, 34), che il credente trova la grazia e la forza per osservare sempre la legge santa di Dio, anche in mezzo alle difficoltà più gravi. Come dice sant’Andrea di Creta, la legge stessa «fu vivificata dalla grazia e fu posta al suo servizio in una composizione armonica e feconda. Ognuna delle due conservò le sue caratteristiche senza alterazioni e confusioni. Tuttavia la legge, che prima costituiva un onere gravoso e una tirannia, diventò per opera di Dio peso leggero e fonte di libertà» [Oratio I]. Solo nel mistero della Redenzione di Cristo stanno le «concrete» possibilità dell’uomo. «Sarebbe un errore gravissimo concludere … che la norma insegnata dalla Chiesa è in se stessa solo un “ideale” che deve poi essere adattato, proporzionato, graduato alle, si dice, concrete possibilità dell’uomo: secondo un “bilanciamento dei vari beni in questione”. Ma quali sono le “concrete possibilità dell’uomo”? E di quale uomo si parla? Dell’uomo dominato dalla concupiscenza o dell’uomo redento da Cristo? Poiché è di questo che si tratta: della realtà della redenzione di Cristo. Cristo ci ha redenti! Ciò significa: Egli ci ha donato la possibilità di realizzare l’intera verità del nostro essere; Egli ha liberato la nostra libertà dal dominio della concupiscenza … Il comandamento di Dio è certamente proporzionato alle capacità dell’uomo: ma alle capacità dell’uomo a cui è donato lo Spirito Santo; dell’uomo che, se caduto nel peccato, può sempre ottenere il perdono e godere della presenza dello Spirito» [Discorso ai partecipanti a un corso sulla procreazione responsabile, 1 marzo, 1984]. In questo contesto si apre il giusto spazio alla misericordia di Dio per il peccato dell’uomo che si converte e alla comprensione per l’umana debolezza. Questa comprensione non significa mai compromettere e falsificare la misura del bene e del male per adattarla alle circostanze. Mentre è umano che l’uomo, avendo peccato, riconosca la sua debolezza e chieda misericordia per la propria colpa è invece inaccettabile l’atteggiamento di chi fa della propria debolezza il criterio della verità sul bene … Un simile atteggiamento corrompe la moralità dell’intera società, perché insegna a dubitare dell’oggettività della legge morale in generale e a rifiutare l’assolutezza dei divieti morali circa determinati atti umani, e finisce con il confondere tutti i giudizi di valore (GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Veritatis splendor, 6 agosto 1993, nn. 103-104).

  11. Noi ribadiamo fermamente la verità che la coscienza che ammette che una situazione determinata non corrisponde oggettivamente alla richiesta evangelica sul matrimonio, non può onestamente concludere che il rimanere in una tale situazione peccaminosa sia la più generosa risposta che si possa dare a Dio, né che questo sia ciò che Dio le sta chiedendo in quel momento, giacché entrambe le conclusioni negherebbero l’onnipotenza della grazia per attrarre i peccatori alla pienezza della vita cristiana.

    Nessuno, poi, per quanto giustificato, deve ritenersi libero dall’osservanza dei comandamenti, nessuno deve far propria quell’espressione temeraria e proibita dai Padri sotto pena di scomunica, esser cioè impossibile per l’uomo giustificato osservare i comandamenti di Dio. Dio, infatti, non comanda l’impossibile; ma quando comanda ti ammonisce di fare quello che puoi e di chiedere quello che non puoi, ed aiuta perché tu possa [AGOSTINO, De natura et gratia, 43, 50]: i suoi comandamenti non sono gravosi [Gv 5, 3], il suo giogo è soave e il peso leggero [Mt 11, 30]. Quelli infatti che sono figli di Dio, amano Cristo e quelli che lo amano, come dice lui stesso, osservano le sue parole [Gv 14, 23], cosa che con l’aiuto di Dio certamente possono fare … Dio infatti non abbandona con la sua grazia quelli che una volta ha giustificato, a meno che prima non sia abbandonato da essi [AGOSTINO, op. cit., 26, 29]. Nessuno quindi deve cullarsi nella sola fede, credendo di essere stato costituito erede e di conseguire l’eredità per la sola fede (CONCILIO DI TRENTO, Decreto sulla giustificazione, cap. 11).

    Vi possono essere situazioni in cui l’uomo, e specialmente il cristiano, non può ignorare che egli deve sacrificare tutto, persino la sua vita, per salvare la propria anima, tutti i martiri ce lo rammentano, e sono numerosissimi anche ai nostri tempi. Ma allora la madre dei Maccabei ed i suoi figli, le sante Perpetua e Felicita nonostante i loro neonati, Maria Goretti e migliaia d’altri, uomini e donne, che la Chiesa venera avrebbero allora subito la loro morte sanguinosa, di fronte alla «situazione», inutilmente o addirittura a torto? No certo; ed essi sono, col loro sangue, testimoni più espressivi della verità contro la «nuova morale» (PIO XII, Discorso ai partecipanti al Congresso della Federazione Cattolica Mondiale della Gioventù Femminile, 18 aprile 1952, n. 11).

    Le tentazioni si possono vincere, i peccati si possono evitare, perché con i comandamenti il Signore ci dona la possibilità di osservarli: «I suoi occhi su coloro che lo temono, egli conosce ogni azione degli uomini. Egli non ha comandato a nessuno di essere empio e non ha dato a nessuno il permesso di peccare» (Sir 15, 19-20). L’osservanza della legge di Dio, in determinate situazioni, può essere difficile, difficilissima: non è mai però impossibile. È questo un insegnamento costante della tradizione della Chiesa, così espresso dal Concilio di Trento (GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Veritatis splendor, 6 agosto 1993, n.102).

  12. Noi ribadiamo fermamente la verità che, nonostante la diversità di situazioni, il discernimento personale e pastorale non può mai condurre i divorziati “risposati” civilmente a concludere, in buona coscienza, che le loro unioni adulterine possono essere moralmente giustificate per la “fedeltà” al nuovo partner; che sia impossibile ritirarsi da una unione adulterina, oppure che, così facendo si espongano a nuovi peccati mancando di fedeltà cristiana o naturale nei confronti del convivente adulterino. Non possiamo parlare di fedeltà in una unione illecita che viola il comandamento divino e il legame indissolubile del matrimonio. Il concetto di lealtà fra adulteri nel loro mutuo peccato è blasfemo.

    Noi opponiamo all’«etica di situazione» tre considerazioni o massime. La prima: Noi concediamo che Dio vuol principalmente e sempre la retta intenzione: ma questa da sola non è sufficiente. Un’altra: non è permesso fare il male perché ne risulti un bene (cf. Rm 3, 8); tuttavia quest’etica agisce — forse senza rendersene conto — secondo il principio che il fine santifica i mezzi (PIO XII, Discorso ai partecipanti al Congresso della Federazione Cattolica Mondiale della Gioventù Femminile, 18 aprile 1952, n. 11).

    Alcuni hanno proposto una sorta di duplice statuto della verità morale. Oltre al livello dottrinale e astratto, occorrerebbe riconoscere l’originalità di una certa considerazione esistenziale più concreta. Questa, tenendo conto delle circostanze e della situazione, potrebbe legittimamente fondare delle eccezioni alla regola generale e permettere così di compiere praticamente, con buona coscienza, ciò che è qualificato come intrinsecamente cattivo dalla legge morale. In tal modo si instaura in alcuni casi una separazione, o anche un’opposizione, tra la dottrina del precetto valido in generale e la norma della singola coscienza, che deciderebbe di fatto, in ultima istanza, del bene e del male. Su questa base si pretende di fondare la legittimità di soluzioni cosiddette «pastorali» contrarie agli insegnamenti del Magistero e di giustificare un’ermeneutica «creatrice», secondo la quale la coscienza morale non sarebbe affatto obbligata, in tutti i casi, da un precetto negativo particolare (GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Veritatis splendor, 6 agosto 1993, n. 56).

  13. Noi ribadiamo fermamente la verità che i divorziati che sono “risposati” civilmente e che, per ragioni molto serie, come la crescita dei figli, non possono soddisfare al grave dovere della separazione, sono moralmente obbligati a vivere “come fratello e sorella” e a evitare di dare scandalo. In particolare, questo significa l’esclusione di quelle manifestazioni di intimità proprie alle coppie maritate, giacché sarebbero di per sé peccaminose e, inoltre darebbero scandalo alla propria prole che potrebbe concludere che sono legittimamente sposati, o che il matrimonio cristiano non è indissolubile, oppure che intrattenere rapporti sessuali con una persona che non è il legittimo coniuge non è peccato. Data la delicatezza della loro situazione, devono stare particolarmente attenti alle occasioni di peccato.

    La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Familiaris consortio, 22 novembre 1981, n. 84).

    IV. Sul discernimento, la responsabilità, lo stato di grazia e lo stato di peccato

  14. Noi ribadiamo fermamente la verità che quei divorziati “risposati” civilmente che scelgono quella situazione con piena conoscenza e consentimento della volontà non sono membra vive della Chiesa giacché si trovano in uno stato di peccato grave che impedisce loro il possesso e l’aumento della carità. Inoltre sottolineiamo che il papa san Pio V, nella sua bolla Ex omnibus afflictionibus contro gli errori di Michael du Bay, detto Baio, condannò la seguente opinione morale: “L’uomo che vive in peccato mortale o sotto la pena di dannazione eterna può avere la vera carità” (DENZINGER, †1070/*1970).

    Secondo il Dottore Angelico, per vivere spiritualmente l’uomo deve rimanere in comunione col supremo principio della vita, che è Dio, in quanto è il fine ultimo di tutto il suo essere e il suo agire. Ora il peccato è un disordine perpetrato dall’uomo contro questo principio vitale. E quando, «per mezzo del peccato, l’anima commette un disordine che va fino alla separazione dal fine ultimo — Dio —, al quale essa è legata per la carità, allora si ha il peccato mortale; invece, ogni volta che il disordine rimane al di qua della separazione da Dio, allora il peccato è veniale». Per questa ragione, il peccato veniale non priva della grazia santificante, dell’amicizia con Dio, della carità, né quindi della beatitudine eterna, mentre siffatta privazione è appunto conseguenza del peccato mortale (GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia, 2 dicembre 1984, n. 17).

    Il divorzio è una grave offesa alla legge naturale. Esso pretende di sciogliere il patto, liberamente stipulato dagli sposi, di vivere insieme fino alla morte. Il divorzio offende l’Alleanza della salvezza, di cui il Matrimonio sacramentale è segno. Il fatto di contrarre un nuovo vincolo nuziale, anche se riconosciuto dalla legge civile, accresce la gravità della rottura: il coniuge risposato si trova in tal caso in una condizione di adulterio pubblico e permanente: «Se il marito, dopo essersi separato dalla propria moglie, si unisce ad un’altra donna, è lui stesso adultero, perché fa commettere un adulterio a tale donna; e la donna che abita con lui è adultera, perché ha attirato a sé il marito di un’altra» [BASILIO DI CESAREA, Moralia, regola 73] (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2384).

  15. Noi ribadiamo fermamente la verità che non c’è una via di mezzo tra l’essere in grazia di Dio o l’esserne privo a causa del peccato mortale. La via della grazia e della crescita spirituale per qualcuno che vive in uno stato oggettivo di peccato consiste nell’abbandonare tale situazione e tornare sulla strada della santificazione che dà gloria a Dio. Nessun “approccio pastorale” può giustificare o incoraggiare le persone a rimanere nello stato di peccato, che si oppone alla legge divina.

    Ma resta sempre vero che la distinzione essenziale e decisiva è fra peccato che distrugge la carità e peccato che non uccide la vita soprannaturale: fra la vita e la morte non si dà via di mezzo (GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia, 2 dicembre 1984, n. 17).

    «Si dovrà evitare di ridurre il peccato mortale ad un atto di “opzione fondamentale” — come oggi si suol dire — contro Dio», concepito sia come esplicito e formale disprezzo di Dio e del prossimo sia come implicito e non riflesso rifiuto dell’amore. «Si ha, infatti, peccato mortale anche quando l’uomo, sapendo e volendo, per qualsiasi ragione sceglie qualcosa di gravemente disordinato … L’uomo allontana se stesso da Dio e perde la carità. L’orientamento fondamentale, quindi, può essere radicalmente modificato da atti particolari. Senza dubbio si possono dare situazioni molto complesse e oscure sotto l’aspetto psicologico, che influiscono sulla imputabilità soggettiva del peccatore. Ma dalla considerazione della sfera psicologica non si può passare alla costituzione di una categoria teologica … intendendola in modo tale che, sul piano oggettivo, cambi o metta in dubbio la concezione tradizionale di peccato mortale» (GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Veritatis splendor, 6 agosto 1993, n. 70).

  16. Noi ribadiamo fermamente la verità che, dato che Dio è onnisciente, la legge naturale e quella rivelata provvedono a tutte le situazioni particolari, specialmente quando proibiscono azioni specifiche in tutte le circostanze, additandole come “intrinsecamente cattive” (intrinsece malum).

    Ci si chiederà come la legge morale, che è universale, possa esser sufficiente e persino essere obbligatoria in un determinato caso singolare che nella situazione concreta sua propria è sempre unico e «di una sola volta»; lo può e lo fa perché, precisamente a causa della sua universalità, la legge morale comprende necessariamente ed «intenzionalmente» tutti i casi particolari in cui si verificano i suoi concetti; ed in numerosissimi casi lo fa con una logica talmente concludente che persino la coscienza del singolo fedele vede immediatamente e con piena certezza la decisione da prendere (PIO XII, Discorso ai partecipanti al Congresso della Federazione Cattolica Mondiale della Gioventù Femminile, 18 aprile 1952, n. 9).

    Esistono atti che, per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze, sono sempre gravemente illeciti, in ragione del loro oggetto. Questi atti, se compiuti con sufficiente consapevolezza e libertà, sono sempre colpa grave (GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia, 2 dicembre 1984, n. 17).

    La ragione attesta che si danno degli oggetti dell’atto umano che si configurano come «non-ordinabili» a Dio, perché contraddicono radicalmente il bene della persona, fatta a sua immagine. Sono gli atti che, nella tradizione morale della Chiesa, sono stati denominati «intrinsecamente cattivi» (intrinsece malum): lo sono sempre e per sé, ossia per il loro stesso oggetto, indipendentemente dalle ulteriori intenzioni di chi agisce e dalle circostanze. Insegnando l’esistenza di atti intrinsecamente cattivi, la Chiesa accoglie la dottrina della Sacra Scrittura. L’apostolo Paolo afferma in modo categorico: «Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il Regno di Dio» (1 Cor 6, 9-10) (GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Veritatis splendor, 6 agosto 1993, nn. 80-81).

  17. Noi ribadiamo fermamente la verità che la complessità delle situazioni e i vari gradi di responsabilità dei casi (dovuti a fattori che possono diminuire la capacità di prendere una decisione) non permettono ai pastori di concludere che coloro che si trovano in situazioni irregolari non sarebbero in un oggettivo stato di manifesto peccato grave, e di presumere nel foro esterno che coloro che si trovano in tali unioni e che non ignorano le regole del matrimonio non si sono privati da se stessi della grazia santificante.

    Quest’uomo può essere condizionato, premuto, spinto da non pochi né lievi fattori esterni, come anche può essere soggetto a tendenze, tare, abitudini legate alla sua condizione personale. In non pochi casi tali fattori esterni e interni possono attenuare, in maggiore o minore misura, la sua libertà e, quindi, la sua responsabilità e colpevolezza. Ma è una verità di fede, confermata anche dalla nostra esperienza e ragione, che la persona umana è libera. Non si può ignorare questa verità, per scaricare su realtà esterne — le strutture, i sistemi, gli altri — il peccato dei singoli. Oltretutto, sarebbe questo un cancellare la dignità e la libertà della persona, che si rivelano — sia pure negativamente e disastrosamente — anche in tale responsabilità per il peccato commesso. Perciò, in ogni uomo non c’è nulla di tanto personale e intrasferibile quanto il merito della virtù o la responsabilità della colpa (GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia, 2 dicembre 1984, n. 16).

    È sempre possibile che l’uomo, in seguito a costrizione o ad altre circostanze, sia impedito di portare a termine determinate buone azioni; mai però può essere impedito di non fare determinate azioni, soprattutto se egli è disposto a morire piuttosto che a fare il male (GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Veritatis splendor, 6 agosto 1993, n. 52).

  18. Noi ribadiamo fermamente la verità che, posto che l’uomo è dotato di libero arbitrio, ogni atto morale consapevole e volontario che effettua gli va imputato in quanto autore, e che, non essendoci prova contraria, si deve supporre la sua imputabilità. La imputabilità esteriore non va confusa con lo stato interno della coscienza. Nonostante il principio “de internis neque Ecclesia iudicat” (la Chiesa non giudica ciò che è interno: solo Dio può farlo), la Chiesa può tuttavia giudicare atti che sono direttamente contrari alla Legge di Dio.

    Quantunque sia necessario credere che i peccati non vengano rimessi, né siano stati mai rimessi, se non gratuitamente dalla divina misericordia a cagione del Cristo: deve dirsi, tuttavia, che a nessuno che ostenti fiducia e certezza della remissione dei propri peccati e che si abbandoni in essa soltanto, vengono rimessi o sono stati rimessi i peccati, mentre fra gli eretici e gli scismatici potrebbe esservi, anzi vi è, in questo nostro tempo, e viene predicata con grande accanimento contro la Chiesa cattolica questa fiducia vana e lontana da ogni vera pietà. Ma neppure si può affermare che sia necessario che coloro che sono stati realmente giustificati, debbano credere assolutamente e senza alcuna esitazione, dentro di sé, di essere giustificati (CONCILIO DI TRENTO, Decreto sulla giustificazione, cap. 9).

    Posta la violazione esterna, l’imputabilità si presume, salvo che non appaia altrimenti (Codice di Diritto Canonico, can. 1321, §3).

    Ogni atto voluto direttamente è da imputarsi a chi lo compie (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1736).

    Il giudizio sullo stato di grazia, ovviamente, spetta soltanto all’interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza. Nei casi però di un comportamento esterno gravemente, manifestamente e stabilmente contrario alla norma morale, la Chiesa, nella sua cura pastorale del buon ordine comunitario e per il rispetto del Sacramento, non può non sentirsi chiamata in causa. A questa situazione di manifesta indisposizione morale fa riferimento la norma del Codice di Diritto Canonico sulla non ammissione alla comunione eucaristica di quanti «ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» [can. 915; cf. Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, can. 712] (GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Ecclesiae de Eucharistia, 17 aprile 2003, n. 37).

    V. Sui sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia

  19. Noi ribadiamo fermamente la verità che, trattando con i penitenti, i confessori devono aiutarli a esaminare se stessi sui doveri specifici dei comandamenti, assistendoli per raggiungere un pentimento sufficiente così che si accusino pienamente dei peccati gravi, così come devono consigliarli di abbracciare la via della santità. In questo modo il confessore è tenuto ad ammonire i penitenti nei confronti di serie e oggettive trasgressioni della Legge di Dio, assicurandosi che essi desiderino veramente l’assoluzione e il perdono di Dio, e siano risoluti a riesaminare e correggere la loro condotta. Anche quando le ricadute frequenti non siano di per sé motivo per negare l’assoluzione, questa non può essere data senza un sufficiente pentimento o il fermo proposito di evitare il peccato dopo il sacramento.

    La verità, che viene dal Verbo e deve portarci a Lui, spiega perché la confessione sacramentale debba derivare ed essere accompagnata non da un mero impulso psicologico, quasi che il sacramento sia un surrogato di terapie appunto psicologiche, ma dal dolore fondato su motivi soprannaturali, perché il peccato viola la carità verso Dio Sommo Bene, ha causato le sofferenze del Redentore e procura a noi la perdita dei beni eterni … purtroppo oggi non pochi fedeli accostandosi al sacramento della penitenza non fanno l’accusa completa dei peccati mortali nel senso ora ricordato del Concilio Tridentino e, talvolta, reagiscono al sacerdote confessore, che doverosamente interroga in ordine alla necessaria completezza, quasi che egli si permettesse una indebita intrusione nel sacrario della coscienza. Mi auguro e prego affinché questi fedeli poco illuminati restino convinti, anche in forza di questo presente insegnamento, che la norma per cui si esige la completezza specifica e numerica, per quanto la memoria onestamente interrogata consente di conoscere, non è un peso imposto ad essi arbitrariamente, ma un mezzo di liberazione e di serenità. È inoltre evidente di per sé che l’accusa dei peccati deve includere il proponimento serio di non commetterne più nel futuro. Se questa disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe non detestare il male, non avere pentimento. Ma come questo deve derivare innanzi tutto dal dolore di avere offeso Dio, così il proposito di non peccare deve fondarsi sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare a chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente … Conviene peraltro ricordare che altro è l’esistenza del sincero proponimento, altro il giudizio dell’intelligenza circa il futuro: è infatti possibile che, pur nella lealtà del proposito di non più peccare, l’esperienza del passato e la coscienza dell’attuale debolezza destino il timore di nuove cadute; ma ciò non pregiudica l’autenticità del proposito, quando a quel timore sia unita la volontà, suffragata dalla preghiera, di fare ciò che è possibile per evitare la colpa (GIOVANNI PAOLO II, Lettera alla Penitenzieria Apostolica, 22 marzo 1996, nn. 3-5).

  20. Noi ribadiamo fermamente la verità che i divorziati “risposati” civilmente e che non si sono separati, bensì rimangono nel loro stato di adulterio, non possono mai essere ritenuti dai confessori o altri pastori di anime in stato oggettivo di grazia, capaci di crescere nella vita della grazia e della carità e in condizione di ricevere l’assoluzione nel sacramento della Penitenza, o di essere ammessi alla Sacra Eucaristia. Ciò a meno che non esprimano contrizione per il loro stato di vita e fermamente risolvano di abbandonarlo, anche quando soggettivamente questi divorziati possano non sentirsi colpevoli per la loro situazione oggettivamente peccaminosa, o non completamente colpevoli, a causa di fattori condizionanti o mitigatori.

    Mi riferisco a certe situazioni, oggi non infrequenti, in cui vengono a trovarsi cristiani desiderosi di continuare la pratica religiosa sacramentale, ma che ne sono impediti dalla condizione personale in contrasto con gli impegni liberamente assunti davanti a Dio e alla Chiesa … Basandosi su questi due principi complementari (di compassione e di verità), la Chiesa non può che invitare i suoi figli, i quali si trovano in quelle situazioni dolorose, ad avvicinarsi alla misericordia divina per altre vie, non però per quella dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, finché non abbiano raggiunto le disposizioni richieste. Circa questa materia, che affligge profondamente anche il nostro cuore di pastori, è sembrato mio preciso dovere dire parole chiare nell’esortazione apostolica Familiaris consortio, per quanto riguarda il caso di divorziati risposati, o comunque di cristiani che convivono irregolarmente (GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia, 2 dicembre 1984, n. 34).

    Va riprovato qualsiasi uso che limiti la confessione ad un’accusa generica o soltanto di uno o più peccati ritenuti più significativi (Giovanni Paolo II, Motu Proprio Misericordia Dei, 7 aprile 2002, n. 3).

    È chiaro che non possono ricevere validamente l’assoluzione i penitenti che vivono in stato abituale di peccato grave e non intendono cambiare la loro situazione (Giovanni Paolo II, Motu Proprio Misericordia Dei, 7 aprile 2002, n.7 c).

  21. Noi ribadiamo fermamente la verità che, nei confronti dei divorziati “risposati” civilmente e che vivono apertamente more uxorio (come marito e moglie), nessun responsabile discernimento personale e pastorale può affermare che sono permesse l’assoluzione sacramentale o l’ammissione all’Eucaristia, sotto la pretesa che a causa di una diminuita responsabilità non esiste una grave mancanza. La ragione di questo è che la loro eventuale mancanza di colpevolezza formale non può essere materia di dominio pubblico, mentre invece la forma esterna del loro stato di vita contraddice il carattere indissolubile del matrimonio cristiano e dell’unione di amore fra Cristo e la sua Chiesa, la quale è significata ed attuata nella Sacra Eucaristia.

    La Chiesa ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio (GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Familiaris consortio, 22 novembre 1981, n. 84).

    Negli ultimi anni in varie regioni sono state proposte diverse soluzioni pastorali secondo cui certamente non sarebbe possibile un’ammissione generale dei divorziati risposati alla Comunione eucaristica, ma essi potrebbero accedervi in determinati casi, quando secondo il giudizio della loro coscienza si ritenessero a ciò autorizzati. Così, ad esempio, quando fossero stati abbandonati del tutto ingiustamente, sebbene si fossero sinceramente sforzati di salvare il precedente matrimonio, ovvero quando fossero convinti della nullità del precedente matrimonio, pur non potendola dimostrare nel foro esterno, oppure quando avessero già trascorso un lungo cammino di riflessione e di penitenza, o anche quando per motivi moralmente validi non potessero soddisfare l’obbligo della separazione. Da alcune parti è stato anche proposto che, per esaminare oggettivamente la loro situazione effettiva, i divorziati risposati dovrebbero intessere un colloquio con un sacerdote prudente ed esperto. Questo sacerdote però sarebbe tenuto a rispettare la loro eventuale decisione di coscienza ad accedere all’Eucaristia, senza che ciò implichi una autorizzazione ufficiale. In questi e simili casi si tratterebbe di una soluzione pastorale tollerante e benevola per poter rendere giustizia alle diverse situazioni dei divorziati risposati. Anche se è noto che soluzioni pastorali analoghe furono proposte da alcuni Padri della Chiesa ed entrarono in qualche misura anche nella prassi, tuttavia esse non ottennero mai il consenso dei Padri e in nessun modo vennero a costituire la dottrina comune della Chiesa né a determinarne la disciplina. … Fedele alla parola di Gesù Cristo, la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, 14 settembre 1994, nn. 3-4).

    Ricevere il corpo di Cristo essendo pubblicamente indegno costituisce un danno oggettivo per la comunione ecclesiale; è un comportamento che attenta ai diritti della Chiesa e di tutti i fedeli a vivere in coerenza con le esigenze di quella comunione. Nel caso concreto dell’ammissione alla sacra comunione dei fedeli divorziati risposati, lo scandalo, inteso quale azione che muove gli altri verso il male, riguarda nel contempo il sacramento dell’Eucaristia e l’indissolubilità del matrimonio. Tale scandalo sussiste anche se, purtroppo, siffatto comportamento non destasse più meraviglia: anzi è appunto dinanzi alla deformazione delle coscienze, che si rende più necessaria nei Pastori un’azione, paziente quanto ferma, a tutela della santità dei sacramenti, a difesa della moralità cristiana e per la retta formazione dei fedeli (PONTIFICIO CONSIGLIO PER I TESTI LEGISLATIVI, Dichiarazione circa l’ammissibilità alla Santa Comunione dei divorziati risposati, 24 giugno 2000, n. 1).

  22. Noi ribadiamo fermamente la verità che avere in coscienza una certezza soggettiva sulla invalidità di un matrimonio previo da parte dei divorziati “risposati” civilmente (nonostante la Chiesa ancora ritenga il matrimonio previo valido) non è mai sufficiente, per se stessa, per scusare qualcuno del peccato materiale di adulterio, o di permettere di ignorare la norma canonica e le conseguenze sacramentali che comporta il vivere come peccatore pubblico.

    L’errata convinzione di poter accedere alla Comunione eucaristica da parte di un divorziato risposato, presuppone normalmente che alla coscienza personale si attribuisca il potere di decidere in ultima analisi, sulla base della propria convinzione, dell’esistenza o meno del precedente matrimonio e del valore della nuova unione [cf. Enciclica Veritatis splendor, 55]. Ma una tale attribuzione è inammissibile [cf. Codice di Diritto Canonico, can. 1085 § 2]. Il matrimonio infatti, in quanto immagine dell’unione sponsale tra Cristo e la sua Chiesa, e nucleo di base e fattore importante nella vita della società civile, è essenzialmente una realtà pubblica. … Pertanto il giudizio della coscienza sulla propria situazione matrimoniale non riguarda solo un rapporto immediato tra l’uomo e Dio, come se si potesse fare a meno di quella mediazione ecclesiale, che include anche le leggi canoniche obbliganti in coscienza. Non riconoscere questo essenziale aspetto significherebbe negare di fatto che il matrimonio esiste come realtà della Chiesa, vale a dire, come sacramento (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, 14 settembre 1994, nn. 7-8).

  23. Noi ribadiamo fermamente la verità che «il Battesimo e la Penitenza sono come medicine purgative, somministrate per togliere la febbre del peccato, mentre questo sacramento [la Sacra Eucaristia] è una medicina somministrata per rafforzare e non deve essere dato se non a quelli che sono liberi dal peccato” (TOMMASO D’AQUINO, Summa theologiae, III, q. 80, a. 4, ad 2). Coloro che ricevono la Sacra Eucaristia stanno davvero partecipando al Corpo e Sangue di Cristo e devono trovarsi nello stato di grazia. I divorziati “risposati” civilmente che, pertanto, conducono pubblicamente uno stile di vita peccaminoso, rischiano di commettere un sacrilegio ricevendo la Sacra Comunione. Per loro la Sacra Comunione non sarebbe una medicina bensì un veleno spirituale. Se un celebrante approva la loro indegna Comunione vuol dire o che non crede nella presenza reale di Cristo o nella indissolubilità del matrimonio oppure nella peccaminosità di vivere more uxorio (come marito e moglie) fuori dal matrimonio valido.

    Si deve ricordare che l’Eucaristia non è ordinata al perdono dei peccati, il che corrisponde al Sacramento della Penitenza. L’Eucaristia è propriamente il sacramento di coloro che sono in piena comunione con la Chiesa (CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Circolare sulla Penitenza, 20 marzo 2000, n. 9).

    La proibizione [di dare la Comunione ai pubblici peccatori] fatta nel citato canone [can. 915], per sua natura, deriva dalla legge divina e trascende l’ambito delle leggi ecclesiastiche positive: queste non possono indurre cambiamenti legislativi che si oppongano alla dottrina della Chiesa. Il testo scritturistico cui si rifà sempre la tradizione ecclesiale è quello di San Paolo: «Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il Corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor 11, 27-29) … Qualunque interpretazione del can. 915 che si opponga al suo contenuto sostanziale, dichiarato ininterrottamente dal Magistero e dalla disciplina della Chiesa nei secoli, è chiaramente fuorviante. Non si può confondere il rispetto delle parole della legge (cf. can. 17) con l’uso improprio delle stesse parole come strumenti per relativizzare o svuotare la sostanza dei precetti. La formula «e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» è chiara e va compresa in un modo che non deformi il suo senso, rendendo la norma inapplicabile. Le tre condizioni richieste sono: a) il peccato grave, inteso oggettivamente, perché dell’imputabilità soggettiva il ministro della Comunione non potrebbe giudicare; b) l’ostinata perseveranza, che significa l’esistenza di una situazione oggettiva di peccato che dura nel tempo e a cui la volontà del fedele non mette fine, non essendo necessari altri requisiti (atteggiamento di sfida, ammonizione previa, ecc.) perché si verifichi la situazione nella sua fondamentale gravità ecclesiale; c) il carattere manifesto della situazione di peccato grave abituale. Non si trovano invece in situazione di peccato grave abituale i fedeli divorziati risposati che, non potendo per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — «soddisfare l’obbligo della separazione, assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Familiaris consortio, n. 84), e che sulla base di tale proposito hanno ricevuto il sacramento della Penitenza. Poiché il fatto che tali fedeli non vivono more uxorio è di per sé occulto, mentre la loro condizione di divorziati risposati è di per sé manifesta, essi potranno accedere alla Comunione eucaristica solo remoto scandalo. … Quando però si presentino situazioni in cui quelle precauzioni non abbiano avuto effetto o non siano state possibili, il ministro della distribuzione della Comunione deve rifiutarsi di darla a chi sia pubblicamente indegno. Lo farà con estrema carità, e cercherà di spiegare al momento opportuno le ragioni che a ciò l’hanno obbligato. Deve però farlo anche con fermezza, consapevole del valore che tali segni di fortezza hanno per il bene della Chiesa e delle anime. … Tenuto conto della natura della succitata norma (cf. n. 1), nessuna autorità ecclesiastica può dispensare in alcun caso da quest’obbligo del ministro della sacra Comunione, né emanare direttive che lo contraddicano (PONTIFICIO CONSIGLIO PER I TESTI LEGISLATIVI, Dichiarazione circa l’ammissibilità alla Santa Comunione dei divorziati risposati, 24 giugno 2000, nn. 1-4).

  24. Noi ribadiamo fermamente la verità che, secondo la logica del Vangelo, le persone che muoiono in stato di peccato mortale, senza essersi riconciliate con Dio, sono dannate all’inferno per sempre. Nel Vangelo Gesù parla spesso del pericolo della dannazione eterna.

    Se [i fedeli cattolici] non vi corrispondono [alla grazia] col pensiero, con le parole e con le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati (CONCILIO VATICANO II, Lumen gentium, 21 novembre 1964, n. 14).

    Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1861).

    VI. Sull’atteggiamento materno e pastorale della Chiesa

  25. Noi ribadiamo fermamente la verità che l’insegnamento chiaro della verità è una eminente opera di misericordia e carità, perché il primo compito di salvezza degli Apostoli e dei suoi successori è obbedire al comandamento solenne del Salvatore: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni … insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28, 19-20).

    La dottrina cattolica ci insegna che il primo dovere della carità non consiste nella tolleranza delle convinzioni erronee, per quanto sincere esse siano, né nella indifferenza teorica o pratica per l’errore o per il vizio in cui vediamo immersi i nostri fratelli, ma nello zelo per il loro miglioramento intellettuale e morale, non meno che per il loro benessere materiale … Ogni altro amore è illusione o sentimento sterile e passeggero (PIO X, Lettera apostolica Notre charge apostolique, 25 agosto 1910, n. 24).

    La Chiesa [è] sempre eguale e fedele a se stessa, quale Cristo la volle e la autentica tradizione la perfezionò (PAOLO VI, Omelia del 28 ottobre 1965).

    Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo, è eminente forma di carità verso le anime. Ma ciò deve sempre accompagnarsi con la pazienza e la bontà di cui il Redentore stesso ha dato l’esempio nel trattare con gli uomini. Venuto non per giudicare, ma per salvare, egli fu certo intransigente con il male, ma paziente e misericordioso verso i peccatori (PAOLO VI, Enciclica Humanae vitae, 25 luglio 1968, n. 29).

    La dottrina della Chiesa e in particolare la sua fermezza nel difendere la validità universale e permanente dei precetti che proibiscono gli atti intrinsecamente cattivi è giudicata non poche volte come il segno di un’intransigenza intollerabile, soprattutto nelle situazioni enormemente complesse e conflittuali della vita morale dell’uomo e della società d’oggi: un’intransigenza che contrasterebbe col senso materno della Chiesa. Questa, si dice, manca di comprensione e di compassione. Ma, in realtà, la maternità della Chiesa non può mai essere separata dalla sua missione di insegnamento, che essa deve compiere sempre come Sposa fedele di Cristo, la Verità in persona: «Come Maestra, essa non si stanca di proclamare la norma morale … Di tale norma la Chiesa non è affatto né l’autrice né l’arbitra. In obbedienza alla verità, che è Cristo, la cui immagine si riflette nella natura e nella dignità della persona umana, la Chiesa interpreta la norma morale e la propone a tutti gli uomini di buona volontà, senza nasconderne le esigenze di radicalità e di perfezione» (GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Veritatis splendor, 6 agosto 1993, n. 95).

  26. Noi ribadiamo fermamente la verità che l’impossibilità di dare l’assoluzione e la Sacra Comunione ai cattolici che vivono manifestamente in un oggettivo stato di peccato grave — per esempio quelli che convivono, o i divorziati “risposati” civilmente — promana dalla cura materna della Chiesa, visto che Essa non è la proprietaria dei sacramenti bensì “fedele amministratrice dei misteri di Dio” (cf. 1 Cor 4, 1).

    Come maestri e custodi della verità salvifica dell’Eucaristia, dobbiamo, cari e venerati fratelli nell’episcopato, custodire sempre e dappertutto questo significato e questa dimensione dell’incontro sacramentale e dell’intimità con Cristo … Dobbiamo però vigilare sempre, affinché questo grande incontro con Cristo nell’Eucaristia non divenga per noi un fatto consuetudinario e affinché non lo riceviamo indegnamente, cioè in stato di peccato mortale … Non possiamo, neanche per un attimo, dimenticare che l’Eucaristia è un bene peculiare di tutta la Chiesa. È il dono più grande che, nell’ordine della grazia e del sacramento, il divino sposo abbia offerto e offra incessantemente alla sua sposa. E proprio perché si tratta di un tale dono, dobbiamo tutti, in spirito di profonda fede, lasciarci guidare dal senso di una responsabilità veramente cristiana … L’Eucaristia è un bene comune di tutta la Chiesa come sacramento della sua unità. E perciò la Chiesa ha il rigoroso dovere di precisare tutto ciò che concerne la partecipazione e la celebrazione di essa (GIOVANNI PAOLO II, Lettera Dominicae Cenae, 24 febbraio 1980, nn. 4-12).

    Ciò non significa che la Chiesa non abbia a cuore la situazione di questi fedeli, che, del resto, non sono affatto esclusi dalla comunione ecclesiale. Essa si preoccupa di accompagnarli pastoralmente e di invitarli a partecipare alla vita ecclesiale nella misura in cui ciò è compatibile con le disposizioni del diritto divino, sulle quali la Chiesa non possiede alcun potere di dispensa (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, 14 settembre 1994, n. 6).

    Nell’azione pastorale si dovrà compiere ogni sforzo perché venga compreso bene che non si tratta di nessuna discriminazione, ma soltanto di fedeltà assoluta alla volontà di Cristo che ci ha ridato e nuovamente affidato l’indissolubilità del matrimonio come dono del Creatore. Sarà necessario che i pastori e la comunità dei fedeli soffrano e amino insieme con le persone interessate, perché possano riconoscere anche nel loro carico il giogo dolce e il carico leggero di Gesù [cf. Mt 11, 30]. Il loro carico non è dolce e leggero in quanto piccolo o insignificante, ma diventa leggero perché il Signore — e insieme con lui tutta la Chiesa — lo condivide. È compito dell’azione pastorale che deve essere svolta con totale dedizione, offrire questo aiuto fondato nella verità e insieme nell’amore (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, 14 settembre 1994, n. 10).

    La celebrazione del sacramento della Penitenza ha avuto nel corso dei secoli uno sviluppo che ha conosciuto diverse forme espressive, sempre, però, conservando la medesima struttura fondamentale che comprende necessariamente, oltre all’intervento del ministro — soltanto un Vescovo o un presbitero, che giudica e assolve, cura e guarisce nel nome di Cristo — gli atti del penitente: la contrizione, la confessione e la soddisfazione (GIOVANNI PAOLO II, Lettera apostolica Misericordia Dei, 7 aprile 2002, proemio).

    VII. Sulla validità universale del Magistero costante della Chiesa

  27. Noi ribadiamo fermamente la verità che le questioni dottrinali, morali e pastorali riguardanti i sacramenti dell’Eucaristia, della Penitenza e del Matrimonio devono essere risolte con gli interventi del Magistero e che esse, per la loro propria natura, precludono le interpretazioni contraddittorie di quel Magistero o il trarre conseguenze pratiche diverse, supponendo che ogni nazione o regione possa cercare soluzioni accomodate alla propria cultura, sensibilità e bisogni locali.

    II fondamento dunque delle nuove opinioni accennate a questo si può ridurre: perché coloro che dissentono possano più facilmente essere condotti alla dottrina cattolica, la Chiesa deve avvicinarsi maggiormente alla civiltà del mondo progredito, e, allentata l’antica severità, deve accondiscendere alle recenti teorie e alle esigenze dei popoli. E molti pensano che ciò debba intendersi, non solo della disciplina del vivere, ma anche delle dottrine che costituiscono il “deposito della fede”. Pretendono perciò che sia opportuno, per accattivarsi gli animi dei dissidenti, che alcuni capitoli di dottrina, per così dire di minore importanza, vengano messi da parte o siano attenuati, così da non mantenere più il medesimo senso che la Chiesa ha tenuto costantemente per fermo. Ora, diletto figlio Nostro, per dimostrare con quale riprovevole intenzione ciò sia stato immaginato, non c’è bisogno di un lungo discorso; basta non dimenticare la natura e l’origine della dottrina, che la Chiesa insegna. Su questo punto così afferma il Concilio Vaticano (Costituzione Dei Filius, c. 4): «La dottrina della fede, che Dio rivelò, non fu, quasi un’invenzione di filosofi, proposta da perfezionare alla umana ragione, ma come un deposito divino fu data alla sposa di Cristo da custodire fedelmente e dichiarare infallibilmente… Quel senso dei sacri dogmi si deve sempre ritenere, che una volta dichiarò la santa madre chiesa, né mai da tal senso si dovrà recedere sotto colore e nome di più elevata intelligenza» (LEONE XIII, Lettera apostolica Testem benevolentiae, 22 gennaio 1899).

    Ricordatevi tuttavia che nel nostro apostolico ufficio dobbiamo rifiutare e redarguire i placiti della moderna filosofia e della civile prudenza, coi quali oggi il corso delle umane cose è spinto colà, dove non permettono le prescrizioni della Legge Eterna. Ora così facendo non tratteniamo l’uman genere dal progresso, si bene impediamo ch’esso precipiti alla rovina (PIO X, Discorso al Concistoro, 9 novembre 1903).

    Sapete anche che è di somma importanza, per la pace delle coscienze e per l’unità del popolo cristiano, che, nel campo della morale come in quello del dogma, tutti si attengano al magistero della Chiesa e parlino uno stesso linguaggio (PAOLO VI, Enciclica Humanae vitae, 25 luglio 1968, n. 28).

    La Chiesa, «colonna e sostegno della verità» (1 Tm 3, 15), «ha ricevuto dagli Apostoli il solenne comandamento di Cristo di annunziare la verità della salvezza» [Lumen gentium, 17]. «È compito della Chiesa annunziare sempre e dovunque i principi morali anche circa l’ordine sociale, e così pure pronunciare il giudizio su qualsiasi realtà umana, in quanto lo esigano i diritti fondamentali della persona umana o la salvezza delle anime» [can.747] (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2032).

    Spetta al Magistero universale della Chiesa, in fedeltà alla Sacra Scrittura e alla Tradizione, insegnare ed interpretare autenticamente il «depositum fidei». Di fronte alle nuove proposte pastorali sopra menzionate questa Congregazione ritiene pertanto doveroso richiamare la dottrina e la disciplina della Chiesa in materia (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, 14 settembre 1994, n. 4).

VIII. La voce sempre giovane dei Padri della Chiesa

Accade che, mentre [i pastori delle anime] godono di essere incalzati da inquietudini mondane, ignorano i beni interiori che avrebbero dovuto insegnare agli altri. Per cui sicuramente anche la vita dei sudditi intorpidisce … Infatti quando la testa è malata anche le membra perdono vigore, e nella ricerca del nemico non serve che l’esercito segua con prestezza, se la stessa guida del cammino perde la strada. Nessuna esortazione innalza gli animi dei sudditi e nessun rimprovero è castigo efficace contro le loro colpe … I sudditi non possono cogliere la luce della verità perché, quando interessi terreni occupano i sensi del Pastore, la polvere spinta dal vento della tentazione acceca gli occhi della Chiesa. (GREGORIO MAGNO, Regula pastoralis, II, 7).

Quando per degna causa e secondo la legge della Chiesa c’è sufficiente ragione per affrontare la penitenza, essa tuttavia viene frequentemente evitata a causa di infermità, cioè per la vergogna e la paura di perdere il piacere, giacché la buona reputazione degli uomini dà più piacere che la giustizia che porta un uomo a umiliarsi in penitenza. Perciò la misericordia di Dio è necessaria non solo quando un uomo si pente, ma anche per portarlo a pentirsi (AGOSTINO, Enchiridion de fide, spe et caritate, 82).

Il pentimento è il rinnovo del battesimo. Il pentimento è un contratto con Dio per una seconda vita. Il pentimento è un acquirente della umiltà. Il pentimento è condanna della spensierata auto-indulgenza. Il pentimento è figlio della speranza ed è rinuncia alla disperazione. Il pentimento è un galeotto graziato. Il pentimento è la riconciliazione col Signore mediante la pratica delle buone opere che si oppongono ai peccati. Il pentimento è la purificazione della coscienza. Il pentimento risolleva i caduti, bussando alla porta del Cielo, che si apre con l’umiltà (GIOVANNI CLIMACO, Scala Paradisi, 25).

Conclusione

Mentre il nostro mondo neopagano muove un attacco generale contro la divina istituzione del matrimonio e le piaghe del divorzio e della depravazione sessuale si diffondono ovunque, anche dentro la vita della Chiesa, noi, i sottoscritti vescovi, sacerdoti e fedeli cattolici riteniamo essere nostro dovere e nostro privilegio dichiarare, a una sola voce, la nostra fedeltà agli immutabili insegnamenti della Chiesa sul matrimonio e alla sua ininterrotta disciplina, come sono stati ricevuti dagli Apostoli. Infatti, solo la chiarezza della verità farà la gente libera (cf. Gv 8, 32) e renderà possibile che essa trovi la vera gioia dell’amore, vivendo una vita secondo la sapienza e la volontà salvifica di Dio, in altre parole, evitando il peccato, come fu maternamente richiesto dalla Madonna a Fatima nel 1917.

29 agosto 2016, festa della passione di san Giovanni Battista, martirizzato per avere sostenuto la verità del matrimonio.

“Il matrimonio sia rispettato da tutti”

(Eb. 13: 4)

Primi firmatari

Wolfgang Waldstein, Cattedratico emerito della Università di Salisburgo, membro della Pontifica Accademia per la Vita (Austria)

*

His Eminence Jãnis Cardinal Pujats, Arcivescovo emerito di Riga, Lettonia.

*

The Most Rev. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, Kazakhstan.

*

Prof. Josef Seifert, Docente di Filosofia, Academia Internacional de Filosofía-Instituto de Filosofía Edith Stein IAP-IFES, Rettore fondatore della International Academy of Philosophy nel Principato di Liechtenstein (Austria)

*

Dr. Anca-Maria Cernea, Presidente della Ioan Barbus Foundation (Romania).

*

Dr. Vincent-Jean-Pierre Cernea (Romania)

Fr. Efrem Jindráček, Vice-decano della Facoltà di Filosofia dell’Università di san Tommaso d’Aquino (Angelicum – Roma, Italia)

*

His Eminence Carlo Cardinal Caffarra, , fondatore e primo preside dell’Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia e arcivescovo emerito di Bologna (Italia).

*

His Eminence Raymond Leo Cardinal Burke, Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta (Vaticano)

*

Rev. Fr. Nicola Bux, docente presso la Facoltà Teologica Pugliese (Italia)

Sua Eccellenza Andreas Laun, vescovo ausiliare di Salisburgo (Austria)

*

Sua Eccellenza Juan Rodolfo Laise, vescovo emerito di San Luis (Argentina)

*

Padre Antonius Maria Mamsery, Superiore Generale dei Missionari della Santa Croce in Singida (Tanzania)

*

Padre Giovanni M. Scalese, B., ordinario per l’Afghanistan.

*

Padre José María Iraburu, già professore di Teologia spirituale della Facoltà di Teologia del Nord Spagna; presidente della Fondazione Gratis Date ed editore del quotidiano digitale InfoCatólica (Spagna)

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The possible origins of 2019-nCoV coronavirus (le possibili origini del Covid-19)

Pubblico questo importante articolo in inglese che traggo da qui https://www.lifesitenews.com/images/pdfs/The_Possible_Origins_of_the_2019-nCoV_coronavirus.pdf

lo riproduco in formato diverso per permettere che coloro che non conoscono l’inglese possano tradurlo con Google Translate e leggerlo in italiano o altre lingue;  non ho rivisto a fondo il testo, ci possono essere errori.

February 2020

D01: 10.13140/RG.2.2.21799.29601

Botao Xiao

    1. . South China University of Technology

L[J LeiXiao

The 2019-nCoV coronavirus has caused an epidemie of 28,060 laboratory-confirmed infections in human including 564 deaths in China by February 6, 2020. Two descriptions of the virus published on Nature this week indicated that the genome sequences from patients were 96% or 89% identical to the Bat CoV ZC45 coronavirus originally found in Rhinolophus affinis 1·2. lt was critical to study where the pathogen came from and how it passed onto human.

An article published on The Lancet reported that 41 people in Wuhan were found to have the acute respiratory syndrome and 27 of them had contact with Huanan Seatood Market 3 The 2019-nCoV was tound in 33 out of 585 samples collected in the market after the outbreak. The market was suspicious to be the origin of the epidemie, and was shut down according to the rule of quarantine the source during an epidemie.

The bats carrying CoV ZC45 were originally found in Yunnan or Zhejiang province, both of which were more than 900 kilometers away from the seafood market. Bats were normally found to live in caves and trees. But the seafood market is in a densely-populated district of Wuhan , a metropolitan of ~15 million people. The probability was very low for the bats to fly to the market. According to municipal reports and the testimonies of 31 residents and 28 visitors, the bat was never a food source in the city, and no bat was traded in the market. There was possible natural recombination or intermediate host of the coronavirus, yet little proof has been reported.

Was there any other possible pathway? We screened the area around the seafood market and identified two laboratories conducting research on bat coronavirus. Within -280 meters from the market, there was the Wuhan Center for Disease Control & Preveniton (WHCDC) (Figure 1, from Baidu and Google maps). WHCDC hosted animals in laboratories for research purpose, one of which was specialized in pathogens collection and identification4

6. In one of their studies, 155 bats including Rhinolophus affinis were captured in Hubei province, and other 450 bats were captured in Zhejiang province 4. The expert in collection was noted in the Author Contributions (JHT). Moreover, he was broadcasted tor collecting viruses on nation-wide newspapers and websites in 2017 and 2019 78 He described that he was once by attacked by bats and the blood of a bat shot on his skin. He knew the extreme danger of the infection so he quarantined himself tor 14 days 7. In another accident, he quarantined himself again because bats peed on him. He was once thrilled for capturing a bat carrying a live tick 8

Surgery was performed on the caged animals and the tissue samples were collected for DNA and RNA extraction and sequencing 4· 5 . The tissue samples and contaminated trashes were source of pathogens. They were only ~280 meters from the seatood market. The WHCDC was also adjacent to the Union Hospital (Figure 1, bottom) where the first group of doctors were infected during this epidemie. lt is plausible that the virus leaked around and some of them contaminated the initial patients in this epidemie, though solid proofs are needed in future study.

The second laboratory was ~12 kilometers from the seafood market and belonged to Wuhan lnstitute of Virology, Chinese Academy of Sciences 1910 . This laboratory reported that the Chinese horseshoe bats were natural reservoirs for the severe acute respiratory syndrome coronavirus (SARS-CoV) which caused the 2002-3 pandemie 9

The principle investigator participated in a project which generated a chimeric virus using the SARS-CoV reverse genetics system, and reported the potential for human emergence 10. A direct speculation was that SARS-CoV or its derivative might leak from the laboratory.

In summary, somebody was entangled with the evolution of 2019-nCoV coronavirus. In addition to origins of natural recombination and intermediate host, the killer coronavirus probably originated from a laboratory in Wuhan. Safety level may need to be reintorced in high risk biohazardous laboratories. Regulations may be taken to relocate these laboratories far away from city center and other densely populated places.

Contributors

BX designed the comment and performed literature search. AII authors performed data acquisition and analysis, collected documents, draw the figure, and wrote the papers.

Acknowledgements

This work is supported by the National Natural Science Foundation of China (11772133, 11372116).

Declaration of interests

AII authors declare no competing interests.

References

      1. Zhou P, Yang X-L, Wang X-G, et al. A pneumonia outbreak associated with a new coronavirus of probable bat origin. Nature 2020. https://doi.org/10.1038/s415860 20-2012-7.

      2. Wu F, Zhao S, Yu B, et al. Anew coronavirus associated with human respiratory disease in China. Nature 2020. https://doi.org/10.1038/s41586-020-2008-3.

      3. Huang C, Wang Y, Li X, et al. Clinica! features of patients infected with 2019 novel coronavirus in Wuhan, China. The Lancet 2019. https://doi.org/10.1016/S0140- 6736(20)30183-5.

      4. Guo WP, Lin XD, Wang W, et al. Phylogeny and origins of hantaviruses harbored by bats, insectivores, and rodents. PLoS pathogens 2013; 9(2): e1003159.

      5. Lu M, Tian JH, Yu B, Guo WP, Holmes EC, Zhang YZ. Extensive diversity of rickettsiales bacteria in ticks from Wuhan, China. Ticks and tick-borne diseases 2017; 8(4): 574-80.

      6. Shi M, Un XD, Chen X, et al. The evolutionary history of vertebrate RNA viruses. Nature 2018; 556(7700): 197-202.

      7. Tao P.Expert in Wuhan collected ten thousands animals:capture bats in mountain at night. Changjiang Times 2017.

      8. Li QX, Zhanyao. Playing with elephant dung, fishing tor sea bottom mud: the work thatwill change China’s future. thepaper 2019.

      9. Ge XY, Li JL, Yang XL, et al. lsolation andcharacterization of a bat SARS-like coronavirus that uses the ACE2 recepbr. Nature 2013; 503(7477): 535-8.

      10. Menachery VD, Yount BL, Jr., Debbink K, et al. A SARS-like cluster of circulating bat coronaviruses showspotential tor humanemergence. Nature medicine 2015; 21(12):1508-13.

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Quanti sono davvero gli aborti nel mondo? Circa 500 milioni … cinquecento milioni!!

La dottoressa francese Thérèse Gillaizeau Amiot ha calcolato che ai 50 milioni di aborti praticati ogni anno nel mondo debbano essere sommati circa 4 milioni di aborti “farmaceutici” (pillole del giorno dopo), e addirittura 460 milioni di aborti dovuti all’uso della spirale[6].

Sono decine di milioni le donne che usano lo IUD nel mondo, di cui circa 2 milioni e mezzo solo in Francia. In Italia, i ginecologi dell’Aigoc (Associazione italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici), hanno invece provato a stimare i “cripto-aborti” collegati all’uso di Levonorgestrel (pillola del giorno dopo).

Leggete questo articolo:

Il vero grande “successo” della legalizzazione dell’aborto

Dio intervenga e ponga fine a questo massacro!!!

 

Don Tullio Rotondo

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